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Investire nella cura conviene.
Non solo alle donne

foto Flickr/Pink Sherbet Photography

Un recente studio condotto in Turchia rivela che l’impatto di un investimento pubblico nella cura dell’infanzia sarebbe positivo non solo per le donne, ma anche per gli uomini, per le persone meno qualificate e per le famiglie più povere

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Un numero crescente di ricerche e documenti di policy sottolineano il ruolo fondamentale che gli investimenti in infrastrutture sociali di cura possono svolgere nella promozione di una crescita inclusiva favorendo nel contempo l’eguaglianza di classe e di genere[1].

Una ulteriore evidenza di come politiche fiscali attente alle differenti ricadute su donne e uomini possano avere ripercussioni importanti sulla distribuzione dei benefici in termini di reddito, occupazione e benessere, è offerta da uno studio recente - diffuso dal Levy Economics Institute e firmato da İpek Ilkkaracan, Kijong Kim e Tolga Kaya - che ha cercato di stimare l’impatto di un investimento pubblico nella cura dell’infanzia in Turchia. I risultati mostrano che questo tipo di investimento può rispondere a diversi obiettivi: nel breve periodo, creando occupazione, fornisce una risposta al problema della disoccupazione, della bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro e della povertà; allentando il vincolo all’offerta di lavoro femminile, promuove la partecipazione femminile al mercato del lavoro e l’eguaglianza di genere; favorendo e promuovendo lo sviluppo dei bambini, contribuisce a combattere le diseguaglianze sociali ed economiche nella prima infanzia e a costruire il capitale umano necessario per sostenere la crescita.

La Turchia ha il più basso tasso di partecipazione femminile dei paesi OCSE (33,6% contro il 62,8% della media OCSE nel 2014), ed è fra gli ultimi 15 paesi a livello mondiale. Sebbene livello di istruzione e fattori culturali abbiano un peso importante, studi recenti hanno sottolineato il ruolo che giocano le difficoltà di conciliazione famiglia-lavoro nel limitare l’offerta di lavoro femminile. Se si considera anche lo stato coniugale, infatti, le donne single hanno tassi di occupazione sistematicamente più alti delle donne coniugate, una differenza che si riduce solo gradualmente al crescere dell’istruzione.   

La Turchia è anche agli ultimi posti per quanto riguarda l’offerta di servizi di cura all’infanzia in età pre-scolare: secondo stime relative al 2013-14, per raggiungere il tasso di copertura per i bambini di età inferiore ai 6 anni registrato dalla media OCSE, la Turchia dovrebbe aggiungere 3,27 milioni di posti addizionali, per una spesa stimata di 20,7 milioni di lire Turche.

Figura1. Spesa pubblica totale per la cura della prima infanzia e per le istituzioni educative in età prescolare nei paesi OCSE e non OCSE espressa in percentuale rispetto al PIL

Analogamente a quanto fanno Bettio e Gentili in una simulazione di sostenibilità finanziaria appena pubblicata, questo studio stima l’impatto sulla quantità e sulla qualità dell’occupazione complessiva che si crea a seguito di una spesa di 20,7 milioni di lire turche nei servizi di cura all’infanzia, ma va anche oltre, confrontando tale impatto con quello che verrebbe prodotto se uno stesso ammontare fosse speso, rispettivamente, in infrastrutture fisiche e abitazioni o in trasferimenti monetari a famiglie a basso reddito, condizionati all’occupazione femminile[2]. Quest’ultimo tipo di spesa ha rappresentato una voce crescente nella spesa pubblica del paese nell’ultimo decennio.[3]

I risultati confermano le conclusioni raggiunte da altri studi. L’investimento nella cura dell’infanzia crea molti più posti di lavoro in totale (si veda fig.2), e soprattutto molti più posti per le donne, seppure anche la creazione di posti per gli uomini non sia irrilevante. Inoltre, i posti creati nella cura sarebbero di migliore qualità - per tipo di contratto, posti di lavoro regolari e a tempo pieno - con una quota rilevante coperta da lavoratrici con qualificazioni basse, appartenenti a famiglie corrispondenti al 40% più basso della distribuzione del reddito e da disoccupati.

Figura2. Creazione di occupazione a partire da investimenti nel settore della cura (ECCPE), in quello dell'edilizia e in quello dei trasferimenti monetari

Gli autori guardano anche alla sostenibilità finanziaria dell’operazione, così come fanno Bettio e Gentili per l’Italia e la Camera federale del lavoro per l’Austria. E dimostrano che i proventi fiscali aggiuntivi creati dall’aumento occupazionale e dalla riduzione della povertà - tramite riduzione dei relativi sussidi - sono in grado di recuperare il 77% della spesa, contro il 52% di un investimento di pari ammontare in infrastrutture fisiche e abitazioni.

Lo studio conclude che, considerando congiuntamente gli effetti sulla domanda e sull’offerta di lavoro femminile, nonché la riduzione della povertà che consegue all’aggiunta di un secondo reddito in molte famiglie, l’impatto di un investimento nella cura all’infanzia è molto superiore a quello che si avrebbe se la spesa fosse stata devoluta ad opere edilizie. Alla fine, dunque, una politica fiscale attenta alle differenti ricadute su donne e uomini finisce con il favorire non solamente le donne, ma anche gli uomini, le persone meno qualificate, le famiglie più povere. 

Gli autori osservano inoltre che gli effetti di benessere della creazione dei nuovi posti di lavoro andrebbero oltre l’impatto sulla povertà: infatti la redistribuzione del reddito a favore delle donne influirebbe probabilmente anche sul tipo di consumi. Ricerche recenti hanno mostrato infatti che le donne tendono a spendere maggiormente il loro reddito in categorie di consumo come salute, istruzione, cibo e abitazioni di migliore qualità, e gli uomini in prodotti per il consumo personale, come automobili, alcol, tabacco.  

Il messaggio chiave che gli autori di questo studio mandano è che l’attività di cura rappresenta un investimento produttivo, e come tale deve essere considerata. Che si tratti di cura all’infanzia, agli anziani, ai disabili o ai malati, la consapevolezza dei vantaggi legati a un investimento in attività di cura deve essere posta al centro del dibattito sulla politica fiscale. Ciò creerebbe anche una nuova prospettiva da cui valutare criticamente le politiche di austerità e persino quelle - talvolta vagheggiate - di un rilancio basato in maniera predominante su case, strade e ponti di varia monumentalità, o di nuovi trasferimenti monetari alle famiglie, che ridurrebbero il problema della cura a una questione da risolversi 'in casa'. 

NOTE

[1] Gender-sensitive Economic and Social Policies to Support the Empowerment of Women and Girls in the ECE Region: Note by the Secretariat, ECE/AC.28/2014/5, ECE Beijing+20 Regional Review Meeting, Ginevra, November 6–7, 2014

[2] La metodologia è analoga a quella seguita da uno studio che abbiamo spesso segnalato su inGenere dove si stimano per gli Stati Uniti gli effetti sull’occupazione e sulla riduzione della povertà conseguenti ad un investimento consistente in attività di forte rilevanza ‘sociale ‘, dalla cura, alla sanità, all’istruzione. Per un approfondimento, si veda Rania Antonopoulos e Kijong Kim  Public Job-creation Programs: The Economic Benefits of Investing in Social Care Case Studies in South Africa and the United States, Levy Economics Institute of Bard College, Working Paper No. 671, 2011

[3] Per un approfondimento, rimandiamo agli articoli pubblicati da inGenere: Un credito d'imposta studiato per le donne e Un credito fiscale per le donne che lavorano

Leggi lo studio completo The Impact of Public Investment in Social Care Services on Employment, Gender Equality, and Poverty: The Turkish Case