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L'Italia indietro
sui caregiver

Foto: Unsplash/ Matthew Bennett

In Italia manca ancora una visione d'insieme sulla cura di anziani e malati nelle famiglie. Ne parliamo con Loredana Ligabue, segretaria dell'associazione caregiver dell'Emilia-Romagna

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L'Italia è il paese più vecchio al mondo dopo il Giappone secondo l'Istat. Nel 2010 i caregiver erano già oltre 3 milioni, per la maggior parte donne sposate e con figli tra i 45 e i 55 anni, con una presenza di 169 mila giovani tra i 15 e i 24 anni. In seguito al varo del ministero per la Famiglia e le disabilità nel nuovo governo, abbiamo intervistato Loredana Ligabue, già presidente della Cooperativa sociale Anziani e non solo, e attuale segretaria dell’associazione dei Caregiver dell’Emilia-Romagna (CARER), per fare il punto sugli ostacoli strutturali e contingenti che ancora impediscono un effettivo riconoscimento sociale, politico e giuridico delle figure che concretamente si prendono cura di anziani e persone con disabilità nelle famiglie italiane.

Il lavoro di riproduzione, retribuito o non retribuito, è ancora oggi un nodo sociale irrisolto e una questione politica centrale, non solo per i femminismi, lo dimostrano iniziative come lo sciopero globale delle donne, organizzato l'8 marzo dalle reti Ni Una Menos/Non Una di Meno. Nella sua esperienza di ricerca e impegno sociale l’attenzione alla condizione di vita delle e dei caregiver familiari si è sempre accompagnata a quella per il lavoro delle assistenti familiari, dal suo punto di osservazione, come definirebbe lo statuto del lavoro di cura in Italia?

Nel nostro paese il lavoro di cura non ha un’identità definita e riconosciuta. Da un lato, la normativa nazionale non definisce il ruolo professionale degli assistenti familiari e vi sono enormi differenze tra diversi contesti regionali. Dall’altro, fino all’approvazione della legge regionale dell’Emilia-Romagna, l’unica definizione dei caregiver familiari era quella disponibile nelle ricerche sul peso e il significato del lavoro femminile di cura e assistenza. Per quanto riguarda gli aspetti di tipo pensionistico e previdenziale, si è avuto un primo e importante riconoscimento con la recente estensione dell’APE social e l’istituzione di un fondo nazionale dedicato ai caregiver familiari. Si tratta di primi atti, in un contesto-paese che tuttavia non ha ancora fatto propria la definizione di questi ruoli come componenti del sistema di welfare. In sostanza, manca una visione complessiva sul significato delle cure in famiglia, che siano erogate da un familiare o da una figura professionale, e sui modi in cui queste attività si rapportano e si integrano con il welfare.

La precedente legislatura si è conclusa con la presentazione al Senato di un testo unificato per il riconoscimento ed il sostegno del caregiver familiare. Qual è il significato di questo passaggio?

L’elaborazione di una proposta di legge regionale nasceva proprio dalla convinzione che  fosse fondamentale riconoscere anche a livello giuridico sia il ruolo del familiare sia quello di chi opera in relazione stretta con il familiare, ovvero l’assistente familiare, come parti integranti di una rete di servizi. La proposta che poi è diventata legge in Emilia-Romagna nel 2014, ha fatto propria questa visione, questo concetto di base, e quindi definisce quelli del familiare e di chi opera con il familiare non solo come contributi di cura importanti e necessari nella relazione con i servizi ma anche come parte in causa nella progettazione dei piani assistenziali, dei loro obiettivi. La definizione di un’azione di rete tra familiari, assistenti familiari, volontariato di supporto e operatori professionali dell’area sociale, socio-sanitaria, sanitaria – nonché l’informazione, l’orientamento, la formazione, il sostegno psicologico e la rappresentanza di cura nel contesto della programmazione dei servizi, che sono prerogative regionali – andrebbero affiancate da un’azione a livello nazionale. 

Quali trasformazioni sarebbero necessarie per superare questa aperta contraddizione in cui siamo immerse, quella di un welfare sempre più familista che però non riconosce affatto il ruolo delle e dei caregiver familiari?

Nel nostro sistema di welfare il sostegno all’assistenza è sostanzialmente basato su trasferimenti economici, come l’indennità di accompagnamento a livello nazionale e l’assegno di cura in alcuni contesti regionali. Noi riteniamo che queste politiche vadano cambiate, che il modello cash for care vada sostituito da un modello services for care. È lo stesso sistema cash for care ad alimentare nei fatti una cultura familistica che relega le donne nelle case, scaricando su di loro tutto il peso della cura. L’indennità di accompagnamento è elargita  quando è elargita e lo è sempre meno – senza differenziazioni rispetto al livello di gravità delle necessità assistenziali e alla situazione economica. Questi due elementi vanno messi radicalmente in discussione, oggi più che mai.

Si è da poco insediato un nuovo ministero, per la Famiglia e le disabilità. Quali politiche concrete sarebbero necessarie per uscire dalla retorica sulla centralità della famiglia che nei fatti nasconde una diseguale distribuzione del lavoro domestico e di cura tra donne e uomini?

Sappiamo che l’80 per cento di anziani e disabili viene assistito a domicilio dalle famiglie, senza ricorrere ai servizi pubblici. Tuttavia, nel discorso pubblico e nelle politiche, la famiglia rimane un concetto indefinito e astratto. In questo senso riteniamo fondamentale il passaggio da un riferimento generico alla famiglia all’identificazione del caregiver familiare: persone in carne e ossa che mettono in discussione la propria vita, per un’assistenza che nel caso dei figli dura tutta l’esistenza e si prolunga nella paura del “dopo di noi”, e che nel caso di familiari con patologie degenerative significa sempre di più dover sostenere anche otto, dieci, undici anni di assistenza continuativa. È necessario sviluppare servizi assistenziali diversi rispetto a una logica della domiciliarità che, quando funziona, è esclusivamente di tipo prestazionale.

Come dovrebbero essere questi servizi?

Il domicilio deve essere riconosciuto come luogo della cura, anche in termini di fornitura di ausili, ma con la consapevolezza che l’assistenza non può esaurirsi nel contesto domiciliare. Sono molti i bisogni assistenziali a forte valenza sanitaria e le patologie la cui evoluzione non può che essere affrontata in contesti residenziali. Quando, nel caso degli anziani, il proprio caro per legge di natura se ne va, i caregiver familiari - che siano uomini o donne, e oggi gli uomini sono in aumento -, che hanno dovuto lasciare il lavoro per assistere un proprio caro, come possono rientrare nel mercato del lavoro, nelle condizioni attuali? Certamente non vi rientrano tornando a svolgere il lavoro di otto o dieci anni prima. Se vi rientrano, lo fanno cercando in primo luogo di usare le competenze di cura che hanno accumulato e quindi proponendosi come assistenti familiari. Uno stato di diritto deve essere in grado di sostenere chi si trova in questo tipo di condizioni, di favorirne al massimo la conciliazione tra vita e lavoro, attraverso servizi di supporto diretto, di formazione, informazione e sostegno psicologico. Su questo serve un impegno di tutte le parti sociali, sindacati compresi. Serve inoltre che cresca l’associazionismo dei caregiver sviluppando, nei contesti regionali e in quello nazionale, una azione matura di cittadinanza attiva per incalzare e controllare le politiche pubbliche a sostegno delle cure familiari e della domiciliarità.