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La città della cura.
Spazi urbani e corpi vulnerabili

foto Flickr/habeebee

Annalisa Marinelli, autrice de La città della cura (Liguori, 2015) riflette sulla semantica della parola "cura" e sui modi in cui coinvolge il nostro immaginario sui corpi negli spazi

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Ho cominciato a interessarmi alla cura tra il 1996 e il 1997 con il seminario organizzato atorno a questo tema dal Gruppo Vanda del Politecnico di Milano[1]. Perché la cura? Perché allora intuii che dietro la gestualità effimera e quotidiana che accompagna il lavoro svolto in casa e in famiglia, si celava una modalità di governo delle cose e un approccio conoscitivo al mondo che avevano tutta la dignità di un vero e proprio paradigma differente. Una modalità legata all'esperienza che le donne hanno del mondo e al loro punto di vista, perché la cura è stata secolarmente una competenza affidata alle donne. Ma non è mia opinione che cura e femminilità coincidano, siano consustanziali. Anzi, faccio della lotta a questo equivoco un mio obiettivo politico.

Cura è una parola meravigliosa. Oggi che vivo all'estero e cerco inutilmente di farla stare nelle traduzioni mai esaustive di altre lingue, ne apprezzo ancora di più la potenza e la ricchezza. Il sostantivo infatti indica - nel suo significato di diligenza, zelo, attenzione solerte, competenza - un lavoro fatto con impegno, un atteggiamento, una postura etica e comportamentale che però, a differenza dei sinonimi usati per descriverlo, investe anche la sfera emotiva, comporta un coinvolgimento più profondo. Con cura intendiamo anche sentimenti di affanno, preoccupazione, pensiero molesto. Da subito dunque il termine si sdoppia e si moltiplica: è razionalità espressa nel suo massimo sforzo qualitativo e insieme emotività accesa e presente; inoltre, è tensione dell'anima e contemporaneamente azione, perché la cura è sempre un'attenzione pronta a tradursi in un fare.

La sua complessità non si esaurisce nelle sfumature semantiche. Anche i campi di applicazione della cura sono molteplici, investono praticamente tutte le attività umane. Qualsiasi forma di tutela, sorveglianza, “accompagnamento” di un percorso fragile, vulnerabile o in fieri, può assumere il nome di cura; esseri viventi, cose, relazioni o processi che hanno bisogno di un sostegno anche solo temporaneo, divengono oggetto di cura.

Il sostantivo cura si mostra, già nel suo significante, capace di mettere in discussione molte logiche oppositive che strutturano la nostra cultura che postula come inconciliabili polarità quali emotività e razionalità, ad esempio.

Sta proprio in questo suo collocarsi nella distanza tra gli opposti che la cura gioca il suo potenziale trasformativo: la cura scompagina i confini ad esempio tra le categorie di responsabilità e libertà, tra dovere e diritto, vincolo e autonomia, vulnerabilità e sicurezza e offre una diversa lettura sull'idea di potere. 

Ma nella nostra storia intorno alla “grammatica” della cura e alle sue competenze non si è sviluppato alcun logos, alcun linguaggio tecnico capace di descriverne le caratteristiche, le prassi, i valori di riferimento e darle infine parola politica emancipandola dalla sua dimensione privata ed emotiva[2]. Anche il femminismo storico, avendo preso le distanze da questa dimensione vissuta come un destino obbligato, ha contribuito a dare un ulteriore giro di chiave alla porta che teneva fuori dalla politica la sapienza della cura.

Ma io credo che i tempi siano maturi perché questo patrimonio di competenze dispieghi il suo potenziale.

Competenza di altissimo profilo sulle relazioni, maestra del senso del limite, tutrice della vulnerabilità, la cura si offre come il paradigma culturale più adeguato al governo delle cose di un mondo in piena crisi ecologica ed economica; del mondo e in particolare delle città, campo nel quale ho provato ad applicare questa chiave di lettura nella mia ricerca sfociata poi nella pubblicazione: La città della cura. Ovvero, perché una madre ne sa una di più dell'urbanista (Liguori, 2015).

Sono due i piani attraverso i quali una riflessione sulla cura può contribuire al discorso sulla città e il suo governo:

  • Il lavoro di cura come esperienza che offre uno sguardo privilegiato sulla realtà;
  • La cura come paradigma, modello culturale e di governo che esce dalle case e offre strumenti particolarmente necessari alla città contemporanea.

Riguardo al primo punto è osservabile che il lavoro di cura sia il fattore che maggiormente influenza il diverso modo di vivere la città tra uomini e donne. Avendo soprattutto queste ultime ancora in Italia il carico del lavoro di cura, si spostano e utilizzano lo spazio urbano in modo differente condizionate dalla necessità di conciliare tutte le esigenze di lavoro retribuito e non. Questo tipo di fruizione offre la possibilità di conoscere il limite e la vulnerabilità. Evidenzia i bisogni, intercetta gli ostacoli e i nodi che condizionano la qualità della vita urbana.

In una società della cura, uomini e donne nella loro pratica quotidiana e condivisa hanno pertanto la possibilità di acquisire uno sguardo privilegiato sulla città. L’esperienza della cura dell’altra/o restituisce consapevolezze che aumentano la nostra sensibilità umanizzandoci. Praticare la cura arricchisce di nuovi dettagli il bisogno di libertà che quotidianamente le azioni di cura sollevano e lo fa a partire da una nuova declinazione del concetto stesso di libertà. L’altra/o che dipende da te, che ha bisogno delle tue cure, ti dona la capacità di conoscere la natura più insidiosa del potere, vedere laddove esso si può annidare per stringere le sue catene in ogni momento, non solo nelle relazioni, ma nello spazio che vivi, sia domestico che urbano e territoriale.

Oltre a costituire un buon osservatorio sui bisogni, la conoscenza della cura attrezza anche gli individui che sappiano valorizzarla, degli strumenti per fornire risposte a quei bisogni. In questo la cura gioca il suo contributo in quanto “modello di governo”. Un modello adatto in particolare a dinamiche complesse, caotiche, a geometria variabile. Gli strumenti che mette in campo sono la misura - il senso del limite - e la coscienza della vulnerabilità, l'autorevolezza e l'empatia, il buon senso, la responsabilità e la fedeltà all'esperienza, la capacità di ascolto e adattamento al contesto, la flessibilità, la creatività.

Tale modello impatta ad esempio su alcuni totem - il sistema normativo o le politiche securitarie, per esempio - che sovrintendono da anni alla nostra vita collettiva e alla costruzione del nostro ambiente urbano. I suoi princìpi ben si affiancano alle sperimentazioni più innovative messe in atto in molti campi come il capability approach in economia o le nuove forme di governance in ambito sociale e urbano.

La città della cura è la città dei corpi nella loro singolare pluralità, nella loro vulnerabilità prorompente, con le loro relazioni e la loro fame di bellezza. Le nostre città sono ancora molto distanti da questo traguardo. Quello che manca sembra essere proprio uno sguardo capace di partire da un altro paradigma, un modello che tenga conto delle istanze sollevate non più solo dai grandi flussi e dalle macrofunzioni, ma dal gesto quotidiano, minimo, locale, dalla dimensione dei corpi e dei corpi vulnerabili; uno sguardo capace di spostare il focus dalle mansioni parcellizzate che ciascuno di noi svolge, alle relazioni tra esse, relazioni che tengono in equilibrio l’integrità della vita delle persone.

La cura è ciò di cui abbiamo bisogno in quanto esseri viventi - e dunque mortali - sia che si nasca femmine sia che si nasca maschi ed è dunque a vantaggio di tutte e tutti che entrambi i generi siano competenti e dediti alla cura di sé e del mondo.

Non può esserci città della cura senza una civiltà della cura condivisa tra donne e uomini. Perché lo sguardo necessario a costruire la città della cura lo si acquisisce solo con la pratica diretta.

Svolgendo il lavoro di cura si percorrono in modo intensivo le strade urbane, si usano i servizi, si tessono le relazioni, si dà senso alle connessioni, si ha consapevolezza della vulnerabilità dei corpi e delle loro istanze particolari.

Chi si occupa di lavoro di cura intesse con lo spazio urbano un rapporto forte ma troppo spesso oggi univoco e frustrante; da quello spazio non si sente considerata/o, in quello spazio non trova risposta ai propri bisogni. Si tratta non di una categoria minoritaria della popolazione, ma del vissuto della quasi totalità dei cittadini e delle cittadine con forte discapito della qualità della vita di ciascuno/a.

La città della cura non è la nuova Utopia. Anzi, si può dire che abbiamo vissuto finora nella città utopistica, cioè una città fondata su un modello astratto, lontano dalle istanze della vita. Un modello costruito nell’inconsapevolezza del limite, fingendo che la natura fosse una risorsa infinita, che i corpi fossero invulnerabili, che il tempo e le opportunità delle persone potessero essere liberati da ogni vincolo o responsabilità. Questa città, come una grande scenografia di cartapesta, ha potuto fingersi il suo progresso soltanto grazie al lavoro di cura di molte donne, invisibile e rimosso, grazie al lavoro “domestico”, che ancora nel nostro immaginario è percepito come un fatto scontato, dovuto, "naturale", un dono insito nel carattere oblativo femminile.

Questo immaginario va rivelato per quello che è: una retorica mistificante che produce ingiustizia sociale, conflitti non esplicitati - e dunque pericolosi - tra i generi e classi sociali, una dequalificazione della vita di tutti, un ambiente sempre più degradato e ostile, una generale disumanizzazione.

La cura è la dea che accompagna la nostra esistenza dal grembo materno fino al nostro ritorno al grembo della terra. Abitare, come dice Heidegger, significa soggiornare con cura in questo passaggio.

Per questo è fondamentale conoscerla, condividerla, darle valore politico.

Acquisire la cultura della cura non solo come disciplina quotidiana per se stessi e nelle relazioni private, ma come governo delle relazioni politiche, è il prerequisito per costruire una civiltà e una città della cura.

NOTE

[1] Il Gruppo Vanda, "laboratorio di ricerca su teoria e opere femminili in architettura", della facoltà di Architettura del Politecnico di Milano ha formato docenti, ricercatori, ricercatrici, studenti e studentesse tra cui me, rimanendo attivo per una decina di anni.

[2] All'obiettivo di costruire un discorso tecnico sulla cura era dedicato il mio primo libro Etica della cura e progetto, edito da Liguori, Napoli, 2002.

Leggi tutto il dossier "Che genere di città" a cura di inGenere.it