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La doppia violenza
sulle donne Rom

La discriminazione della comunità Rom rafforza il senso di appartenenza dei suoi membri e peggiora la situazione delle donne al suo interno. In uno studio europeo, l'analisi dei fenomeni che concorrono alla duplice oppressione

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Di questi temi si è occupato uno studio che descrive i diversi ambiti nei quali le donne Rom vengono maggiormente discriminate.


La comunità Rom in Europa è stata stimata in oltre 10 milioni di persone: è la più grande minoranza etnico/culturale d’Europa. Si tratta solo di una stima perché nella maggior parte dei paesi non esistono dati precisi sulla dimensione delle comunità: in molti paesi la registrazione etnica è vietata, mentre in altri le statistiche ufficiali non contengono le informazioni sull'appartenenza etnica o di auto-identificazione. Alcune istituzioni (come il Consiglio d'Europa, Osce, ecc.) riconoscono quattro/cinque gruppi principali, che possono essere ulteriormente suddivisi in diversi sottogruppi, distinti per specializzazione professionale, origine territoriale, cultura, religione, lingua, modello di insediamento, ecc. L'articolazione dei gruppi in sottogruppi (endaïa) è spesso legata alle caratteristiche linguistiche o alle articolazioni professionali, e comprende più di 18 categorie  e un gran numero di sottocategorie(1).

Il rapporto tra etnia e genere è particolarmente complesso per le donne Rom, che dovendosi confrontare al di fuori della propria comunità di appartenenza con un ambiente estremamente ostile, arrivano ad accettare il ruolo che ad esse viene assegnato dalla propria cultura, percepita come minacciata. La discriminazione a cui sono sottoposte assume dunque una valenza ancora più accentuata e multifattoriale, derivante dalla contemporanea presenza di elementi legati all'etnia di appartenenza e alla discriminazione di genere. Nonostante la mancanza di dati statistici, vi è ampio accordo tra gli esperti europei che hanno partecipato allo studio sull'ampiezza di tali fenomeni di discriminazione nelle varie comunità nazionali analizzate.
•    Accesso all’educazione: il basso livello di istruzione delle donne Rom non è solo legato ad una forma di discriminazione dall’esterno della comunità (che esiste ma influisce nella stessa misura su maschi e femmine) quanto soprattutto alle norme e tradizioni di molte comunità che impongono alle ragazze di lasciare la scuola molto presto (comunque  entro i 12 anni) per assumere i ruoli tradizionali all’interno della comunità (matrimoni precoci, accudimento di familiari, ecc). Le poche donne Rom che riescono a raggiungere un elevato  livello di istruzione subiscono una duplice forma di discriminazione: da parte della maggioranza della popolazione  e dal proprio gruppo per non aver rispettato le tradizioni della propria comunità;
•    L’accesso al mercato del lavoro: a sua volta, è penalizzato dal bassissimo livello di istruzione delle donne, dalle frequenti gravidanze e dal maschilismo di molte comunità che fa si che le famiglie non consentano alle donne di accettare lavori alternativi a quelli da svolgere all’interno della comunità. Un aspetto interessante da considerare riportato nei rapporti di Finlandia e Regno Unito riguarda il ruolo giocato dall’abbigliamento tradizionale delle donne Rom: tutti quei lavori che richiedono di indossare una divisa o un abbigliamento consono alla professione impongono alla donna Rom di alcune Comunità una scelta tra emancipazione e tradizione ;
•    Relativamente all’accesso ai servizi sanitari i rapporti nazionali hanno evidenziato la diffusione dei pregiudizi tra il personale sanitario o parasanitario che porta in alcuni casi alla segregazione delle donne Rom in spazi a sé nell’ambito degli ospedali e dei reparti maternità:  un esempio significativo viene dall’Ungheria dove emerge che le indagini condotte sul tema hanno dimostrato la persistenza di forti  pregiudizi tra gli operatori della sanità rispetto ai costumi, alle tradizioni e al modello di fertilità delle donne Rom. L'Ungheria è infatti uno dei paesi in cui sono stati denunciati alla Corte di Strasburgo fenomeni di sterilizzazione forzata.


L’ambito nel quale la discriminazione nei confronti delle donne è più accentuato sembra pertanto risiedere all’interno delle comunità Rom stesse, ed è legato al ruolo attribuito loro nella cultura e nella struttura familiare propria dei Rom.


La donna innanzitutto ha un ruolo marginale all’interno della famiglia tradizionale, che nella maggior parte delle Comunità è completamente patriarcale: tradizionalmente l'uomo rappresenta la famiglia e si occupa dei ‘rapporti con l’esterno’, mentre il ruolo della donna è principalmente quello di prendersi cura della casa e della famiglia ed ha la responsabilità di trasmettere la cultura e le tradizioni Rom alle generazioni successive. Le ragazze assumono i ruoli riservati alle donne adulte all’età di 11 anni: a questa età in molte comunità è previsto che si sposino e abbiano numerosi figli. In tale contesto è molto difficile che esse abbiamo la possibilità di affacciarsi sul mercato del lavoro.


E’ certamente vero  che le relazioni tra uomini e donne differiscono tra i gruppi e le nazionalità: in alcune comunità infatti i giovani Rom stanno diventando sempre più liberi di scegliere le loro mogli, mentre in altre comunità (un esempio è quello dei gruppi provenienti dalla Romania che vivono in Belgio), sono ancora i genitori dei figli maschi a scegliere le loro future nuore: si tratta spesso di matrimoni ‘tradizionali’  che vengono contratti a seguito di un congruo risarcimento economico ai familiari delle ragazze.  Non avendo valore legale, questi matrimoni lasciano completamente prive di diritti e supporto le ragazze in caso di separazione, e, come evidenziato dallo studio, questo è particolarmente drammatico nel caso ci siano figli. 


Divorzi e separazioni sono molto rari nelle comunità Rom e in molte di esse le ragazze si trovano in una condizione di particolare svantaggio dato che il padre normalmente ottiene la custodia dei figli che vengono poi accuditi dalle nonne paterne. I figli possono anche restare con le madri, ma la decisione viene comunque presa dai padri. Questa sembra essere la principale ragione per la quale le donne evitano di lasciare i mariti anche in situazioni familiari molto difficili nelle quali le donne sono vittime di violenza domestica.


In alcune realtà le donne Rom non sono neppure libere di uscire dall’accampamento (o dalla casa, nei paesi nei quali sono state attuate politiche di alloggi sociale che hanno coinvolto i gruppi Rom – un esempio è la Finlandia) senza la supervisione della suocera o comunque della donna, che ne ha la tutela (che è poi anche la garante della sua verginità).


In conclusione, dal rapporto emerge una riflessione inquietante: la struttura così fortemente patriarcale porta in molti casi alla  subordinazione della donna e all’accettazione sociale della violenza domestica quale naturale componente della dinamica familiare.


Una situazione di particolare difficoltà è quella delle donne sole: vedove, separate e madri sole scappate da situazioni di violenza, che si trovano ad affrontare situazioni di grave deprivazione anche economica e che le espongono fortemente al rischio di essere sfruttate in attività criminali o più semplicemente nel mercato nero e clandestino.  

 

(1)La denominazione "Rom" è un termine dato dalla popolazione non-rom, o dagli stessi Rom, quando si vogliono distinguere dalla popolazione non-Rom. Esso viene normalmente utilizzato dalle organizzazioni internazionali come termine generico per indicare tutti questi gruppi e sottogruppi. In questo articolo il termine "Rom" è utilizzato pur avendo la consapevolezza che esso indica comunità dalla grande eterogeneità interna.

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