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Da settimane Teheran e il territorio iraniano sono scossi da una delle più grandi ondate di protesta nella storia del paese, dove le donne per prime sono scese in strada per manifestare una rabbia condivisa. Una sociologa spiega cosa sta succedendo

La rivolta delle
donne in Iran

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Foto: Flickr/Alisdare Hickson

Il 13 settembre 2022 Masha (Jina) Amini, giovane donna curda di Saqqez, città del Kurdistan iraniano, era in visita a Teheran con la famiglia quando è stata fermata dalla Gasht-e Ershad (letteralmente pattuglia della guida), unità speciale che fa rispettare il codice di abbigliamento islamico obbligatorio (hijab) e la segregazione sessuale. Le donne iraniane da tempo sfidavano l’obbligo del velo spingendo un po’ indietro sulla testa i foulard e indossando colori vivaci, ma l’anno scorso l’attuale presidente Ebrahim Raisi ha chiesto una più stretta applicazione delle regole. Mahsa Amini è stata trattenuta per essere interrogata. Ricoverata dopo aver perso i sensi, è morta all’ospedale Kasra nel giro di pochi giorni. Le autorità hanno attribuito la morte a patologie preesistenti, ma la famiglia nega che ne avesse.

Il giorno dopo l’annuncio della morte sono esplose proteste nelle città di tutto il paese, e tutt’ora proseguono. L’insurrezione nazionale viene definita rivoluzione delle donne, evento dalla portata senza precedenti in Iran e nel mondo. Si sono uniti alla rivolta uomini di ogni età, classe sociale ed etnia in una coraggiosa dimostrazione di rabbia comune verso la brutalità della polizia, l’ingiusta presa di mira della giovane curda e il governo autoritario del regime islamico. Proteste inscritte nello slogan che risuona ovunque: “Donna, vita, libertà” (Zan, Zendegi, Azadi).

Le forme di azione collettiva nel paese sono plateali: giovani donne che bruciano i foulard, alcune che si tagliano i capelli in segno di lutto per Mahsa; altre che sfregiano le immagini dei leader clericali; altre ancora che camminano provocatoriamente senza velo. Fin dall’inizio, giovani uomini si sono uniti alle proteste, iniziando a un certo punto a tirare pietre alla polizia e poi ad attaccare stazioni e veicoli di polizia. Finora le proteste sono state “orizzontali”, cioè senza capi, spesso spontanee e senza un programma definito. La portata e la persistenza delle proteste, però, pone l’interrogativo: è la fine della Repubblica islamica?

È importante un minimo di contesto storico. Per quanto peculiari e inedite in molti sensi, le attuali proteste sono parte di un ciclo di dissenso e azione collettiva – in gran parte a opera delle donne – di lunga data, contro la Repubblica islamica fin dalla sua fondazione. Proprio le donne hanno organizzato la primissima protesta dopo la Rivoluzione islamica, riunendosi a Teheran l’8 marzo 1979, il giorno dopo in cui l’Ayatollah Khomeini aveva richiesto l’uso del velo.

Gli anni '80 sono stati segnati da forti pressioni ideologiche, dalla guerra in Iraq e dalle molteplici esecuzioni alla fine del decennio, appena prima della morte di Khomeini. Gli anni '90 hanno visto una certa distensione delle restrizioni sull’abbigliamento e sulla partecipazione in società delle donne, l’introduzione dell’accesso alla TV satellitare e poi a Internet, l’iscrizione crescente delle donne all’università e l’aumento dei viaggi internazionali.

L’era riformista e l’emergenza di un’incipiente società civile hanno contribuito a rianimare il movimento studentesco nell’estate del 1999. Tuttavia, le proteste studentesche contro la chiusura di un giornale riformista sono state duramente represse, così come le campagne femministe dei primi anni 2000 che chiedevano cambiamenti di leggi e politiche, come la ratifica della Convenzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione delle donne. Donne giovani e del ceto medio erano ampiamente presenti anche nell’onda verde del 2009, contro quelle che erano viste come elezioni presidenziali truccate. Le difficoltà economiche, causate dalle pesanti sanzioni negli Stati Uniti, l’inizio delle austerità e il malgoverno sono stati al centro dell’ondata di protesta tra fine 2017 e inizio 2018, e di quella nel novembre 2019, dominate da uomini della classe operaia e a reddito basso in tutto il paese.

Il ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti 

Che lo stato iraniano sia stato oppressivo verso tanti suoi cittadini, e che le donne subiscano discriminazione sistematica, è fuori discussione. Sulla scia delle proteste, alcuni iraniani in diaspora hanno invocato l’intervento dell’Occidente in favore di un cambio di regime. Ma sarebbe un errore, e non solo considerando la devastazione lasciata dagli interventi dell’Occidente in Afghanistan nel 2001, in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011. Nel corso dei decenni fino a oggi, gli Stati Uniti non sono stati spettatori innocenti nelle questioni iraniane e i paesi europei non sono stati certo d’aiuto per il popolo dell’Iran. Il colpo di stato americano-britannico del 1953 contro il governo liberale nazionalista del Premier Mossadeq incombe nella memoria storica nazionale.

Nel secolo attuale, l’amministrazione Bush ha inserito l’Iran nel cosiddetto “asse del male”, nonostante le diffuse espressioni di solidarietà iraniane dopo gli attacchi dell’11 settembre e l’offerta del governo riformista Khatami di aiutare a rintracciare i jihadisti di al-Qaeda. I riformisti hanno perso contro gli integralisti le successive elezioni presidenziali e parlamentari. Molti iraniani sono perciò scettici riguardo l’ingerenza e l’atteggiamento dell’Occidente. Poi ci sono le sanzioni economiche e le sorti dell’accordo del 2015 sul nucleare iraniano (Piano d’azione congiunto globale, Jcpoa).

Dopo che il programma iraniano di arricchimento dell’uranio aveva sollevato allarmi nelle capitali occidentali, sono stati presi provvedimenti per scongiurare la produzione di un’arma nucleare. Il piano era un accordo internazionale raggiunto fra i governi dell’Iran e degli Stati Uniti, il Consiglio di sicurezza P5 e l’Unione europea. Molti iraniani sperarono che l’abolizione delle sanzioni e la normalizzazione delle relazioni con l’Europa e il Nord America potessero alleviare attraverso commercio, turismo e investimenti l’alta disoccupazione giovanile e la bassa partecipazione femminile alla forza lavoro. Ma solo tre anni dopo, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’accordo e ha fatto partire sanzioni economiche e finanziarie ancor più punitive, bloccando l’accesso della banca centrale al Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (Swift).

Inizialmente, l’Europa fornì uno strumento, chiamato Instex, capace di permettere all’Iran di portare avanti commercio e finanza con partner europei. Gradualmente più riluttante a suscitare l’ira dell’amministrazione Trump, lasciò poi che l’Iran cercasse nuovi partner commerciali. Le sanzioni e la volatilità dei prezzi delle materie prime hanno aggravato l’inflazione e la stagnazione economica, innescando le sopracitate proteste di fine 2017-inizio 2018 e poi fine 2019. Il Covid-19 ha duramente colpito l’Iran, ma a quel punto molti cittadini già incolpavano il regime per la malagestione della pandemia e dell’economia. Nel 2020 la richiesta del governo al FMI di un prestito di 5 miliardi per combattere la pandemia e alleviarne il peso economico, la prima richiesta di prestito dell’Iran in sessant’anni, è stata rifiutata su pressione degli USA.

È lecito chiedersi come le sanzioni economiche, l’abrogazione di un trattato internazionale e il rifiuto di un prestito possano giovare ai comuni cittadini iraniani, meno ancora alle cause della diplomazia, della sicurezza regionale e della pace mondiale. 

Quale sarà il futuro della Repubblica islamica

A inizio 2011, quando scoppiarono le proteste in Tunisia e il presidente Zine al Abidine Ben Ali fu cacciato, un arguto ritornello iraniano recitava “Tunis tunest, ma natoonesteem”. Un gioco di parole che voleva dire “La Tunisia l’ha fatto, e noi non ce l’abbiamo fatta”. Quell’opinione è cambiata. L’ondata di protesta iraniana ha travolto le maggiori città, incluse le città sante di Qom e Mashhad, insieme con la provincia marginalizzata e securitizzata del Sistan e Baluchistan, quella meridionale del Khuzestan e il Kurdistan, provincia di provenienza di Mahsa.

Gli studenti universitari e delle superiori sono la forza sociale maggiore dietro le proteste. Molti persino col beneplacito di genitori e nonni, specialmente quelli che hanno preso parte alle proteste dei decenni precedenti o che silenziosamente si opponevano alle restrizioni del regime senza arrischiarsi ad agire. I giovani godono anche di grande solidarietà e supporto globale, tramite manifestazioni, petizioni e lettere aperte che denunciano il violento giro di vite del governo iraniano. La cantante tunisina Emel Mathlouthi, famosa per le sue canzoni durante la rivolta del 2011, ha dedicato un concerto a Mahsa e alla gioventù iraniana, e ha cantato in modo struggente “Soltan-e Ghalbha”, famosa canzone iraniana su amore e compassione. Grandi manifestazioni hanno avuto luogo a Toronto e a Berlino, altre più piccole in varie città europee e statunitensi.

Le proteste continuano, ma purtroppo anche le morti, i ferimenti e gli arresti a opera delle forze di sicurezza. A fine ottobre e a novembre 2022, gli USA e l’UE hanno imposto nuove sanzioni, stavolta nei confronti dei funzionari iraniani per la continua repressione dei manifestanti. Gli integralisti al potere non mostrano di voler arretrare, ammettere gli errori o concedere un referendum popolare: ciò potrebbe disfare la struttura della Repubblica islamica. Questo perché le proteste non riguardano più esclusivamente il velo, per quanto importante esso sia per l’identità della Repubblica islamica.

Gli iraniani dentro e fuori l’Iran adesso vogliono la caduta di molte istituzioni che costituiscono il nizam-e eslami, o sistema teocratico, e il velayat-e faqih, o governo di un capo religioso supremo; il Consiglio dei guardiani, che vaglia i candidati alla carica; il Corpo delle guardie della rivoluzione (Sepah) e la sua milizia civile Basij; la gasht-e ershad, nota in Occidente come polizia morale; il codice penale islamico; le misure in materia di diritto di famiglia del Codice civile; e – probabilmente punto più importante – la Costituzione. Il fatto che gran parte della cittadinanza iraniana consideri ora lo stato islamico illegittimo e oltre ogni riforma costituisce una crisi politica profonda del regime stesso.

Nonostante qualche critica dall’interno dell’élite politica sulla gestione delle proteste, sembra improbabile che i circoli dirigenti dell’Iran possano accordare sostanziali riforme. Se non ci sono concessioni all’orizzonte, quanta forza e coercizione possono ancora essere applicate? Gli apparati repressivi dell’ordine clericale, in particolare Sepah e Basij, appaiono incrollabili nella loro lealtà, ma le forze armate regolari? Potrebbe esserci un colpo di stato militare simile a quelli avvenuti in Cile e Argentina? O, più recentemente, in Egitto? Si potrebbe sperare in qualcosa come la rivolta antidittatura degli ufficiali militari portoghesi nel 1974. Quanto è probabile che l’esercito iraniano intervenga per ripristinare la stabilità, proteggere i confini e attuare almeno alcune delle riforme costituzionali chieste dai manifestanti?

È difficile predire gli esiti delle proteste guidate dalle donne, proteste che mancano di leadership e strategia e che si scontrano con uno stato islamico ancora resistente che sicuramente contrasterebbe ogni intervento militare a guida estera. Ma quel che è certo è che il popolo iraniano, specialmente la sua vasta gioventù, non intende più accettare le leggi e le norme della Repubblica islamica. Quindi, anche se l’attuale protesta battesse in ritirata sotto la dura repressione, di sicuro riemergerebbe. Il livello d’istruzione, le tecnologie digitali, la diffusione globale dell’agenda Onu sui diritti delle donne e altri effetti transnazionali hanno dato slancio a nuove aspettative, aspirazioni e rivendicazioni. Nel frattempo, il mondo sta a guardare, aspettando di vedere cosa succede, e sperando in una nuova alba.

Questo saggio è apparso originariamente sul sito di Ethics & International Affairs, rivista trimestrale del Carnegie Council for Ethics in International Affairs, che ringraziamo per la concessione. 

Traduzione a cura di Sara Concato

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