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La sanità
fragile

Foto: Unsplash/ rawpixel

Oggi quello che le famiglie italiane spendono per la salute rappresenta il 23% del totale della spesa sanitaria pubblica e privata. È una componente in ascesa, che genera forte disagio sociale. Gli ultimi dati sulle fragilità della sanità nel nostro paese

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Indonesiane, filippine, vietnamite. Arrivano a Taiwan per prendersi cura di anziani e malati, non prima di essere state addestrate da un programma governativo serratissimo che le richiede remissive e servili, prive di trucco e con i capelli corti

Con una popolazione costantemente in calo, il Giappone sta vivendo un livello inedito di 'defamiliarizzazione' del lavoro di assistenza alle persone anziane, anticipando una questione cruciale anche in l'Italia: chi si prenderà cura di un paese sempre più vecchio?

Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel) vuole dimostrare di essere vivo e utile, e forse ci è riuscito, presentando a luglio la sesta edizione della Relazione annuale sulla qualità dei servizi offerti dalle pubbliche amministrazioni centrali e locali a imprese e cittadini, frutto di un gruppo di lavoro interistituzionale operante presso il consiglio dal 1994.

Dei numerosi temi trattati nella relazione – dalla misurazione della performance della pubblica amministrazione, al contrasto della corruzione, al funzionamento della giustizia civile, alle politiche pubbliche per la ricerca e per l’istruzione – ci limiteremo a utilizzare l’utile sintesi delle fragilità emergenti nel nostro sistema sanitario. Sistema che ancora riceve generali apprezzamenti, per la combinazione di un’elevata speranza di vita e di un costo molto contenuto, ma che in prospettiva difficilmente potrà continuare a garantire gli stessi risultati senza disporre delle risorse professionali ed economiche necessarie: i miracoli non li fa nessuno, e se qualche volta avvengono, non è detto che sia per sempre.

La stessa speranza di vita, per la quale condividiamo con la Spagna il primato europeo, ha subito nel 2015 un’interruzione nella tendenza costante all’aumento, interruzione che suscitò un certo allarme sociale, ma che al momento non è possibile valutare quanto sia stata determinata da fattori contingenti (la meteorologia sfavorevole, sia in inverno che in estate) e quanto invece dall’emergere di problemi di lunga durata (il peso crescente delle classi di età anziane, per loro natura più soggette a risentire di eventi sfavorevoli). Tuttavia, anche nel 2017, l’ultimo bilancio demografico dell’Istat ha evidenziato un aumento di 34 mila decessi rispetto all’anno precedente, che dovrebbe avere inevitabili negative conseguenze sulla speranza di vita. E le stesse cause 'contingenti' potrebbero essere profondamente strutturali, se si pensa ai cambiamenti climatici che renderanno sempre più frequenti le anomalie meteorologiche, e alla decrescente copertura vaccinale degli anziani contro l’influenza, diminuita dal 63,4% nel 2003 al 50% nel 2015, che li espone a una maggiore morbilità.

Speranza di vita (valori in anni) alla nascita

Maschi - Anni 2002-2015 (Ministero della Salute)

Per quanto riguarda la sola aspettativa di vita in buona salute, la relazione del Cnel riporta che tra 2005 e 2014, secondo i dati Ue, si è registrato un significativo peggioramento dell’Italia, con una diminuzione per gli uomini da 66,6 anni nel 2005 a 62,5 nel 2014 (meno 4,1 anni), e ancora più grave per le donne da 67,8 a 62,3 (meno 5,5 anni).  

Dinamica della spesa sanitaria (1996-2015)

Fonte: elaborazioni Fondazione Farmafactoring su dati Istat (2016)

Rispetto alla media Ocse la spesa sanitaria pro capite italiana è notevolmente inferiore (3.272 dollari contro 3.814 dollari di media Ocse), mentre tra i paesi del G7 ci collochiamo all’ultimo posto sia per spesa totale che per spesa pubblica, e invece al secondo posto, dopo gli Stati Uniti, per la spesa a carico dei cittadini (di tasca propria o out of pocket). Oggi la spesa delle famiglie italiane rappresenta il 23% del totale della spesa sanitaria, pubblica e privata. È una componente in ascesa, che genera un forte disagio sociale.

Particolarmente debole risulta in Italia la spesa sanitaria e socio-sanitaria per gli anziani non autosufficienti e i disabili, cioè per quei servizi che sono specificamente rivolti a curare le persone con patologie croniche e invalidanti. La spesa per cure a lungo termine nel 2015 è stata stimata dall’Ocse in una quota percentuale dell’1,1% rispetto al totale della spesa sanitaria in Italia, contro una media dell’ 1,66% a livello Ocse. Le strutture residenziali e semiresidenziali per anziani e disabili sono decisamente meno sviluppate che altrove. Ne consegue un sovraccarico assistenziale per le famiglie, e in particolare per le donne (madri, mogli, figlie), che trova riscontro ormai anche nelle statistiche internazionali per tutti i paesi mediterranei: oltre il 62% dei caregiver è donna nei paesi mediterranei e quindi in Italia.

La prima criticità è il forte divario territoriale fra Nord e Sud. La speranza di vita registra nel 2015 una differenza di circa tre anni tra un cittadino di Trento con 83,5 anni e uno della Campania con 80,5 anni. Ma anche la spesa sanitaria pubblica pro capite, presenta forti divari territoriali fra Nord e Sud (2.255 euro a Bolzano e 1.725 euro in Calabria). E gli italiani che hanno acquistato prestazioni sanitarie private sono più numerosi nel Mezzogiorno (89,1%) rispetto alla media nazionale (86,3 %), secondo l’indagine Censis 2018 riportata nel nuovo rapporto RBM-Censis.

Alcune criticità sono più note, come le liste di attesa, l’alta incidenza di parti cesarei, altre un po’ meno come il penultimo posto fra i paesi Ocse nell’uso dei farmaci generici equivalenti, il sovrappeso e l’obesità dei bambini (problema condiviso con Grecia e Spagna), l’alta sedentarietà, il peggioramento del benessere psichico, soprattutto fra i giovani maschi, il diffondersi di patologie anche gravi in giovane età.

Ultima, non certo per importanza, la cattiva reputazione della sanità italiana presso gli utenti. Nel 2010 la frequenza di casi di “malasanità” nella propria zona era ritenuta alta o abbastanza alta dal 24,4% degli italiani (41,7% al Sud), intervistati dal Censis in una indagine per il Ministero della Salute. L’Indice di soddisfazione dei consumatori per la sanità in Italia si attesta a 682 punti, a metà strada fra il massimo di 927 dell’Olanda ed il minimo di 497 della Romania.

Sanità e scuola reggono ancora, dove reggono, per il senso di responsabilità e la generosità degli operatori (prevalentemente operatrici). Ma fino a quando si potrà contare solo su questo, rinviando le necessarie misure economiche e organizzative?