Dati

Oggi a lasciare il Sud sono soprattutto le laureate con alte qualifiche e le persone con più di 75 anni che si ricongiungono alle figlie per farsi assistere o dare una mano con la cura dei nipoti. Nuove migrazioni in un paese dove la transizione all’età adulta rallenta i percorsi di autonomia delle giovani generazioni e il welfare si regge ancora tutto sulle spalle delle famiglie

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Laureate in fuga
Credits Unsplash/Peyman Shojaei

Il recente rapporto realizzato dall'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez) con il contributo di Save the Children offre una lettura articolata delle trasformazioni in atto nelle migrazioni giovanili italiane, mettendo in evidenza la natura sempre più strutturale degli squilibri territoriali che attraversano il paese. Il quadro che emerge è quello di un sistema migratorio complesso, caratterizzato da una doppia dinamica: da un lato, il Mezzogiorno continua a perdere popolazione giovane e qualificata verso il Centro-Nord e verso l’estero. Dall’altro, il Centro-Nord, pur mantenendo una forte capacità attrattiva all’interno del paese, registra a sua volta una crescente emigrazione di persone giovani laureate verso altri paesi europei.

Questa configurazione richiama i meccanismi della mobilità selettiva del capitale umano e delle dinamiche di brain drain, ma li declina su una scala territoriale composita, nella quale migrazioni interne e migrazioni internazionali risultano strettamente intrecciate. Il risultato è una sorta di sistema a cascata che ridefinisce la geografia delle opportunità e contribuisce a rafforzare le disuguaglianze territoriali e generazionali.

Secondo le stime riportate nel rapporto, tra il 2002 e il 2024 quasi un milione di giovani under 35 ha trasferito la propria residenza dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Il dato più significativo non riguarda tuttavia soltanto l’intensità dei flussi, ma la loro crescente selettività. La perdita netta di popolazione nella fascia 25-34 anni supera le 500.000 unità, di cui circa 270.000 sono laureate e laureati. In parallelo, la quota di chi, tra le persone migranti meridionali dirette verso il Centro-Nord, possiede una laurea è passata da meno del 20% all’inizio degli anni Duemila a quasi il 60% nel 2024.

Particolarmente rilevante è la dimensione di genere. Tra le giovani donne meridionali che migrano verso il Centro-Nord, la percentuale di laureate è cresciuta dal 22% a circa il 70% in vent’anni, mentre quella degli uomini dal 14,6% al 50,7%. La mobilità femminile risulta quindi sempre più concentrata sui profili ad alta qualificazione, confermando come la cosiddetta “fuga dei talenti” assuma oggi una marcata caratterizzazione di genere.

A questi flussi interni si affianca una dinamica crescente di migrazione internazionale: tra il 2002 e il 2024, oltre 210.000 persone giovani under 35 originarie del Mezzogiorno hanno lasciato il paese, con una presenza significativa di persone laureate. Il risultato complessivo è uno svuotamento selettivo di capitale umano che rischia di compromettere in modo strutturale le prospettive di sviluppo delle regioni meridionali.

Pur configurandosi come principale area di attrazione per il capitale umano nazionale, il Centro-Nord non è immune da dinamiche di perdita: nel periodo 2002-2024 ha perso oltre 95 mila giovani laureati e laureate, trasferitesi all’estero. Anche le aree più dinamiche del paese risultano quindi inserite in una competizione internazionale per il capitale umano qualificato, che l’Italia fatica a sostenere.

I dati AlmaLaurea sulla mobilità occupazionale delle persone laureate confermano le sperequazioni Nord-Sud. Tra chi ha conseguito il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta avere un'occupazione nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea, mentre solo il 6% lavora nel Mezzogiorno. Al contrario, tra chi ha svolto la formazione negli atenei meridionali, circa il 30% trova occupazione nel Centro-Nord. Il divario territoriale dipende quindi meno dall’accesso all’università e più dalla diversa capacità dei sistemi economici regionali di assorbire occupazione qualificata, come emerge chiaramente dalla mappa europea delle cosiddette regioni "in trappola dei talenti" (talent trap regions)

Figura 1. Mappa europea delle regioni "in trappola dei talenti" (talent trap regions)

talent trap regions
legenda

Fonte: Nona relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale, Commissione europea, 2024

Questa dinamica ha anche un costo economico rilevante. Combinando i saldi migratori con la spesa pubblica per l’istruzione, il rapporto stima che la perdita annua di investimento formativo per il Mezzogiorno, legata alla mobilità interna dei laureati e delle laureate, ammonti a circa 6,8 miliardi di euro nel triennio 2022-2024, mentre il Centro-Nord perde oltre 3 miliardi l’anno per l’emigrazione qualificata verso l’estero. Si tratta dunque di un trasferimento strutturale di risorse pubbliche tra territori, con effetti potenzialmente rilevanti sulla capacità di sviluppo economico e sulla coesione territoriale.

Il rapporto richiama inoltre l’attenzione sulla crescente diffusione della mobilità “ante lauream”. Nell’anno accademico 2024-2025, circa 70.000 diplomate e diplomati del Mezzogiorno si sono iscritti in un ateneo del Centro-Nord, pari al 13,4% del totale delle diplomate e dei diplomati meridionali, con valori che superano il 20% nei percorsi Stem. La migrazione tende quindi ad anticiparsi già nella fase di accesso all’università, trasformando la scelta dell’ateneo nel primo passo di una traiettoria di mobilità di medio-lungo periodo, un “si salvi chi puòbasato sul censo.

Guardando all’estremo opposto della scala generazionale, il rapporto evidenzia come anche le persone over 75 siano coinvolte in flussi di mobilità che ricalcano, per direzione, quelli delle persone giovani. Attraverso stime basate sulle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana, i “nonni con la valigia” risultano raddoppiati negli ultimi vent’anni, passando da circa 96.000 a oltre 184.000. Si tratta in gran parte di spostamenti legati a esigenze sanitarie e di assistenza: sono spesso i figli che, vivendo già al Centro-Nord, avvicinano a sé i genitori anziani per combinare la cura familiare con un accesso più agevole ai servizi sanitari. Questi ricongiungimenti familiari richiamano tratti tipici del welfare mediterraneo nel quale le reti familiari – e in particolare le donne – continuano a svolgere una funzione centrale di protezione e cura, supplendo alle carenze dei servizi pubblici. La mobilità delle persone anziane per necessità sanitarie appare così come l’altra faccia di quel patto intergenerazionale che nei contesti di origine ha spesso sostenuto il modello mediterraneo di transizione all’età adulta, rallentando i percorsi di autonomia abitativa ed economica delle giovani generazioni.

Il livello retributivo rappresenta un ulteriore fattore esplicativo delle scelte migratorie. Chi ha una laurea, all’estero percepisce, a tre anni dal conseguimento del titolo, circa 600 euro netti mensili in più rispetto a chi lavora in Italia, mentre all’interno del paese i laureati e le laureate del Nord-Ovest registrano livelli retributivi mediamente più elevati rispetto a quelli e quelle del Mezzogiorno, dove si osserva anche il più ampio gender pay gap.

Il titolo del rapporto sintetizza efficacemente il nodo politico della questione: garantire la libertà di muoversi senza che si trasformi in una necessità obbligata. Tra le proposte avanzate figura l’introduzione di un Graduate Staying Premium, ovvero una detassazione parziale dei redditi da lavoro per le persone giovani laureate che scelgono di lavorare nelle regioni maggiormente colpite dalla perdita di capitale umano. Misure analoghe sono già state sperimentate in altri paesi europei, come il Portogallo, con il programma IRS Jovem. A questo intervento si affianca la proposta di incentivare anche l’accesso alle università del Mezzogiorno, per arginare i flussi di mobilità “ante lauream” e offrire alternative all’incremento attuale della scelta di università telematiche, in cui le persone iscritte provengono per il 43% dal Sud.

Accanto a queste dinamiche di mobilità, non mancano tuttavia esperienze di giovani che scelgono di restare o di tornare nei territori di origine, contribuendo alla costruzione di nuove iniziative sociali ed economiche locali. Una dimensione che il rapporto richiama solo marginalmente e che si intreccia con il dibattito sulla “restanza” dei e delle giovani nelle aree interne.

Nel complesso, il rapporto rappresenta un contributo importante al dibattito sulla nuova questione meridionale, mostrando come sia oggi sempre più intrecciata con le dinamiche generazionali e con le disuguaglianze di genere. Se la mobilità diventa l’unica via per costruire il proprio percorso professionale, il rischio è che il “diritto a partire” si trasformi in un “imperativo di mobilità”. La vera sfida delle politiche pubbliche consiste allora nel rendere concretamente possibile anche l’altra metà del principio evocato dal rapporto: il diritto di restare.

Resta nondimeno una questione aperta, che il rapporto stesso suggerisce: accanto alla misurazione dei flussi e dei costi della perdita di capitale umano, sarebbe utile approfondire maggiormente la varietà delle traiettorie migratorie, le possibilità di rientro e le forme di collaborazione a distanza con i territori di origine. In questa prospettiva, la mobilità giovanile non è solo un indicatore di disuguaglianza territoriale, ma anche un possibile terreno di ridefinizione dei rapporti tra capitale umano, territori e sviluppo.

Riferimenti

D. Farrugia, The mobility imperative for rural youth: The structural, symbolic and non-representational dimensions of rural youth mobilities, in Journal of Youth Studies, 19, 6, 2016, pp. 836-851.

G. Iovino, “Si salvi chi può”. Mobilità studentesca e squilibri socio-territoriali nel processo di accumulazione del capitale umano in Italia, in E. Dansero, M.L. Giaccaria, U. Rossi, A. Toldo (a cura di), (S)radicamenti, Società di Studi Geografici, Memorie geografiche, NS 15, 2017, pp. 57-68.

G. Iovino, Unequal geographies of the Italian tertiary education system. Mapping the disparities at regional scale, in P. Zamperlin, A. Cantile, M. Milli (a cura di), Advances in Cartography and GIScience of the International Cartographic Association, 3, 7, 2021.

S. Leone, La lenta transizione all’età adulta nel modello mediterraneo italiano. Traguardi di indipendenza, orientamenti valoriali, progettualità di vita e rappresentazione di sé, in Sociologia e Ricerca Sociale, XL, 118, 2019, pp. 51-69.

Svimez – Save the Children, Un Paese, due emigrazioni. Freedom to move, right to stay, febbraio 2026.

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