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La riforma pensionistica ha avuto effetti sull'occupazione dopo i sessant'anni d'età. Per le donne, però, c'è anche il fattore 'generazione'

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Come noto, in Italia il tasso di occupazione è inferiore a quello medio dei paesi europei. Tale divario si accentua per la popolazione femminile. Gli ultimi dati Eurostat rilevano, per il nostro paese, un tasso di occupazione totale (20-64 anni) pari al 69,7% per gli uomini e al 50,3% per le donne (fig. 1), contro una media europea (UE27) pari, rispettivamente, al 75,1% e al 63,5%, con uno scarto quindi di 5,4 punti percentuali per gli uomini, ma di 13,2 punti per le donne.

A fronte di questi dati è interessante analizzare come si sia modificato il tasso di occupazione delle classi di età più elevate e, in particolare, delle donne. A livello europeo, il tasso di occupazione dei 55-64enni, sebbene inferiore a quello medio della popolazione in età lavorativa, ha visto un consistente incremento sia per gli uomini (dal 51,5% al 59%), che per le donne (dal 33,5% al 45,4%). In Italia, tale incremento è stato più elevato che negli altri paesi, soprattutto per le donne, che hanno visto salire il loro tasso di occupazione dal 20,8% al 36,6% dal 2005 al 2014 (fig. 2).

Mutamenti dell’assetto normativo sul pensionamento…

Alla base dell’incremento del tasso di occupazione dei lavoratori più anziani vi sono soprattutto i provvedimenti legislativi che in tutti i paesi europei, anche se con tempi e modalità difformi, hanno posticipato l’età per accedere alla pensione. Per l’Italia, vi è il decreto legge 201 del 6 dicembre 2011 - la cosiddetta ‘riforma Fornero’-, che ha elevato a 67 anni l’età minima per il pensionamento, anche se con tempi differenziati per uomini e donne[1], e a seconda del settore lavorativo: il decreto, infatti, ha previsto tale innalzamento già dal 2012 per tutti gli uomini e per le donne occupate nel settore pubblico, mentre lo ha graduato nel tempo (dal 2012 al 2018) sia per gli autonomi che per le lavoratrici del settore privato.

Il trattamento più favorevole per le donne occupate nel settore privato ha però avuto un effetto contenuto sul divario d’età al pensionamento di uomini e donne. In primo luogo, le donne hanno una maggiore presenza nel settore pubblico, non toccato dallo ‘slittamento’[2]; in secondo luogo, gli uomini hanno una maggior presenza sia tra i lavoratori autonomi, sia tra le occupazioni ‘usuranti’ che vedono, comprensibilmente, condizioni pensionistiche più favorevoli. Inoltre, poiché le condizioni per la pensione anticipata - che sostituisce la pensione di anzianità, maturata sulla base del numero di anni di contribuzione - sono diventate molto più restrittive, il suo utilizzo è diventato più problematico proprio per la popolazione femminile, la cui occupazione è più frequentemente connotata da periodi di non occupazione o di part-time e, quindi, da contribuzioni meno sistematiche.

… ma, per le donne, anche effetto ‘generazione’

Se il mutamento normativo svolge indubbiamente un ruolo preponderante sull’aumento dell’occupazione dei lavoratori più anziani, su quello delle donne gioca anche un effetto ‘generazione’. Con ciò intendiamo riferirci ai mutamenti intervenuti negli scorsi decenni nei modelli culturali e identitari della popolazione femminile, causa ed effetto assieme del forte incremento dei livelli di scolarità specificamente femminili verificatosi dalla fine degli anni ‘60. Ma, dato che il possesso di diploma e di laurea comporta, per le donne, specie in Italia, una maggiore propensione a permanere nel mercato del lavoro anche dopo aver costituito un proprio nucleo familiare, tale maggiore scolarità si è riverberata sul tasso di occupazione femminile.

Diversi i fattori sottostanti tale relazione positiva. Anzitutto, le migliori retribuzioni di diplomate e laureate rispetto a chi ha solo una scolarità di base rendono più vantaggiosa la permanenza nel mercato del lavoro, anche a fronte degli impegni familiari di cura. In secondo luogo, gioca la possibilità di accedere a lavori meno gravosi e con orari meno pesanti che quindi agevolano la conciliazione[3]. Infine, il proseguire gli studi sottende un modello identitario delle donne scolarizzate in cui è implicita la permanenza nel mercato del lavoro anche da adulte. Il ruolo giocato dal livello di scolarità sull’occupazione femminile è ben evidenziato dai dati Multiscopo 2012 (fig. 3): per la classe di 55-64 anni, il tasso di ‘casalinghitudine’ è pari al 50% tra chi ha una bassa scolarità, al 40,6% tra chi ha un scolarità media, ma scende al 22% tra le diplomate e al 12,5% tra le laureate.

Ne consegue che alla base dell’attuale aumento dell’occupazione femminile tra le 55-64enni vi è anche l’incremento della scolarità degli anni ’60-’70, incremento che si è tradotto dapprima in un maggior tasso occupazionale delle donne 20-30enni, per tramutarsi, via via, in un incremento dei tassi di occupazione delle classi successive, fino ad arrivare, quarant’anni dopo, a toccare le sessantenni. Ed è proprio perché le attuali 55-64enni sono le stesse ‘ragazze’ protagoniste dei mutamenti negli anni ’60-’70, che possiamo spiegare la loro incrementata presenza nel mercato del lavoro anche in termini di effetto ‘generazionale’.

Se consideriamo che, a partire dagli anni ’80, la scolarità superiore e universitaria si è ulteriormente espansa, specie per le donne, ripercuotendosi sulla loro maggior propensione a permanere nel mercato del lavoro anche in presenza di responsabilità familiari, è ragionevole ipotizzare che, nei prossimi decenni, si assisterà ad un ulteriore aumento del tasso di occupazione delle 55-64enni, anche una volta esauritosi gli effetti del mutamento normativo.

Quali le ripercussioni?

Un primo effetto della maggiore occupazione delle sessantenni sarà un miglioramento delle loro condizioni economiche - come pensionate - e, in generale, di molti bilanci familiari, o almeno una compensazione, nelle coppie a doppio reddito, della minore copertura dei trattamenti pensionistici determinata dal passaggio al sistema contributivo (previsto dal d.l. 201/2011).

Ci saranno, invece, effetti problematici sul fronte del sistema di cura. Le future 50-60enni, sempre più impegnate nel lavoro professionale saranno infatti meno in grado di supportare sia le giovani donne di cui sono madri, che si affacciano al mercato del lavoro, sia i grandi anziani di cui sono figlie e che possono sperimentare lunghi anni di ridotta autonomia.

Ciò porrà problemi all’assetto complessivo del sistema italiano dei servizi socio-assistenziali, finora centrato soprattutto sulla solidarietà parentale. Tutto ciò renderà necessario un ripensamento e uno sviluppo di quelle politiche sociali che, finora, sono state decisamente carenti rispetto alle necessità di cura sia dei minori, sia degli anziani non autosufficienti.

Infine, la consistente presenza di donne con elevata scolarità in occupazioni qualificate - che di norma vedono un’elevata identificazione con il proprio lavoro - suggerisce che la transizione al pensionamento richieda, per molte di esse, un processo di elaborazione non semplice, in modo non dissimile da quello che caratterizza tradizionalmente gli uomini fortemente centrati sulla loro identità lavorativa.

NOTE

[1] Su inGenere.it abbiamo affrontato la questione, in particolare negli articoli: Pochi maledetti e subito. La corsa delle donne alla pensione e In pensione più tardi grazie alle badanti

[2] I dati Multiscopo 2012 rilevano che, tra i 55-64enni, lavora o ha lavorato (se attualmente in pensione) nei settori prevalentemente ‘pubblici’ (istruzione, sanità, servizi sociali) il 10,4% degli uomini, ma il 27,8% delle donne.

[3] Il dato Multiscopo 2012 rileva che tra le laureate di 55-64anni ben il 37% è (o è stato) occupato nell’istruzione, un settore in cui l’orario lavorativo (quello che comporta un impegno ‘fuori casa’) è inferiore a quello del ‘tempo pieno’.