Politiche

Dopo aver raccolto più di un milione di firme, la proposta lanciata dal movimento My Voice, My Choice per un aborto sicuro e accessibile in Europa è stata inclusa nella strategia per la parità di genere 2025 per garantire il diritto alla salute sessuale e riproduttiva in tutti gli stati membri, senza bisogno di intervenire nelle legislazioni nazionali

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Abortire in sicurezza
Credits Unsplash/Antonio Verdín

È una di quelle notizie che non arriva ai Tg generalisti e invece – ancora una volta è necessario ribadirlo – sarebbe di pubblica utilità: dopo l’adozione da parte della Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere (FEMM) del Parlamento europeo della proposta legislativa di iniziativa popolare My Voice, My Choice (la mia voce, la mia scelta), che punta a garantire l’accesso a un aborto sicuro e legale in tutta l’Unione europea, è stata inclusa nella Strategia europea 2025 per la parità di genere con 356 voti a favore e 200 contrari al Parlamento europeo.

In meno di un anno la proposta ha raccolto oltre un milione di firme da più di sette stati dell'Unione europea, di cui oltre 600.000 solo dall’Italia.

Secondo i dati dello European Abortion Policy Atlas 2025, ad oggi un aborto legale, sicuro e senza restrizioni è possibile solo in sei paesi dell’Unione (Svezia, Francia e Paesi Bassi, Finlandia, Danimarca e Lussemburgo). Oltreoceano non va molto meglio, come racconta Marta Facchini in un recente reportage sul Cile, paese alla vigilia delle elezioni presidenziali dove il collettivo Con las amigas y en la casa aiuta le donne ad abortire in segreto e in sicurezza.

Nel nostro paese i dati del Ministero della Salute sono fermi al 2022, una lacuna più volte denunciata da molte colleghe e attiviste, che è necessario colmare non solo per avere una reale fotografia della situazione dell'aborto in Italia, ma anche per poter intervenire laddove ce ne è maggiormente bisogno.

Anche per questo è estremamente significativa l’iniziativa di una rete di associazioni e attiviste coordinate da Aidos, che, nell’ambito della campagna #IVGsenzaMA, ha realizzato una guida online pensata come strumento per aiutare le persone a orientarsi e a tutelarsi di fronte a eventuali ostacoli, disinformazione o disservizi nell’applicazione della Legge 194, e più di recente ha messo online anche un sito web che vorrebbe diventare un luogo di scambio, oltre che di informazioni.

“Gli ostacoli disseminati nel percorso dell’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) sono tanti, molti creati ideologicamente da chi la avversa, altri dalla burocrazia, dalla carenza di informazioni e dal ricorso, spesso strumentale, all’obiezione di coscienza – che è il problema più conosciuto e che, in alcune regioni, di fatto impedisce di interrompere una gravidanza nelle strutture del territorio, costringendo le donne a fare lunghi viaggi per trovare accesso in altre regioni” spiega Laura Onofri, giurista dell'associazione Se Non Ora Quando? di Torino, fra le realtà che hanno aderito alla campagna.

”Per questo due anni fa è nata la guida #IVGsenzaMA” precisa, “non solo una guida informativa per sapere come funziona l'ivg in Italia, ma anche uno strumento concreto per reagire ai disservizi, all’abbandono istituzionale e ai soprusi. Oggi questa guida, aggiornata, gratuita e pratica e che è sempre stata scaricabile online, diventa più accessibile per tutte e tutti perché è stato costruito un sito aggiornato, navigabile e chiaro e facilmente consultabile”.

“Dal mio punto di vista la guida è stata e continua a essere un processo in fieri. La creazione e il rinforzo di relazioni di collaborazione e fiducia tra attiviste è il suo primo risultato” aggiunge Eleonora Cirant, giornalista femminista. 

“La redazione della guida è stata di per sé un processo di confronto tra punti di vista diversi su problemi medesimi. Ad esempio, il punto di vista di un’attivista, che fa accompagnamento all’aborto di fronte a una pratica come quella di fare l’ecografia per rilasciare il documento che consente di dare avvio alla procedura, può essere diverso da quello di una medica non obiettrice o di una giurista. Le diverse posture sono emerse in particolare in quelle parti della guida in cui abbiamo scritto ‘cosa puoi fare’. Infatti, per scrivere la guida siamo partite dai casi riscontrati nei gruppi di supporto, che abbiamo analizzato dal punto di vista medico e legale, per descrivere ‘cosa devi sapere’ e ‘cosa puoi fare’”.

Inoltre, continua Onofri, “c’è un aggiornamento nel sito molto importante: è un modulo che abbiamo inserito per consentire alle donne che trovano le porte chiuse, perché la struttura a cui si sono rivolte non è in grado di praticare in tempi accettabili l’ivg e che di fatto pratica l’obiezione di struttura, di contrastare questo disservizio chiedendo una corretta presa in carico in altra struttura con ogni onere e responsabilità a loro carico, o in subordine il rimborso di tutte le spese sostenute. 

“Infatti” precisa “l’obiezione di struttura è assolutamente vietata dalla legge, perché l’art. 9 chiarisce che può sollevare obiezione di coscienza solo il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie, mentre gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti ad assicurare il servizio di interruzione volontaria di gravidanza, e la struttura che è impossibilitata per qualche motivo a svolgere il servizio deve inviare la donna in un’altra struttura dove questo sia possibile e verificare che avvenga una corretta presa in carico” conclude.

Un lavoro molto concreto, dunque, “che ha consentito anche a noi di apprendere reciprocamente dall’esperienza e che speriamo possa servire per difendersi dagli abusi: la guida pdf è stata scaricata decine di migliaia di volte” prosegue Cirant. 

“Abbiamo visto che, nella maggioranza dei casi, dimostrare di conoscere i propri diritti è un deterrente sufficiente. Se poi li si formula in modo corretto, ovvero giuridicamente appropriato, e con il supporto di un’attivista, l’efficacia aumenta. Molte difficoltà di accesso ai servizi derivano spesso da inerzia delle strutture sanitarie, ignoranza delle procedure previste dalla legge nella organizzazione dei servizi o pregiudizi interiorizzati dalla classe medica. Cioè, sono parte integrante del fatto che l’aborto volontario in Italia è legale ma fortemente sotto controllo dello stato ed ospedalizzato”.

“Abbiamo ritrovato con piacere le altre associazioni nel dedicarci a questo progetto per il diritto alla salute” commenta Chiara Fonzi di Laiga, Libera associazione italiana ginecologi non obiettori per l'applicazione della l. 194/78, anch'essa promotrice della campagna IVGsenzaMA “anche se la nostra speranza è che il paese arrivi presto al punto in cui chi ha bisogno o vuole interrompere la gravidanza non abbia bisogno di una guida esterna al sistema sanitario nazionale per usufruire di un servizio pubblico e legale finanziato con le proprie tasse”.

E nell'attesa che non sia più necessario ricorrere alla guida, l’Europa potrebbe dare un segnalo chiaro e avviare il processo proposto da My Voice, My Choice, ossia un meccanismo di sostegno finanziario per gli stati che decidano volontariamente di fornire accesso sicuro e legale all’interruzione di gravidanza a chi non può ottenerlo nel proprio paese.

In questa maniera, senza intervenire nelle legislazioni nazionali, sarà comunque possibile fare un importante passo in avanti per garantire il diritto alla salute sessuale e riproduttiva per tutte.

Adesso, il testo passerà alla Commissione europea, che dovrà decidere se trasformare l’iniziativa in un atto legislativo vero e proprio o motivare pubblicamente un eventuale rifiuto.

Nel frattempo, Period Think Tank, Pro-choice RICA e Laiga 194 hanno lanciato un sondaggio per far emergere quanto accade davvero nel nostro paese visto che gli attuali sistemi di rilevamento (previsti dalla legge 194/1978) non consentono di conoscere.

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