A cura di Melania Verde, il libro Lo sport come generatore di Capabilities. Tra discriminazioni e pratiche di inclusione racconta di come lo sport sia, da un lato, un universo ancora permeato da disuguaglianze e gerarchie di potere che discriminano le donne; dall'altro, uno strumento capace di generare emancipazione, trasformazione sociale e senso di appartenenza
Lo sport fa bene all’inclusione?
Se dovessi formulare la risposta a questa domanda sulla base della mia sola esperienza personale, dovrei dire che no, spesso lo sport non fa bene all’inclusione. Anzi, dovrei ammettere di aver impegnato una vita a cercare evidenze a sostegno dell’affermazione contraria, ovvero che lo sport può persino fare male, generare frustrazioni da eccesso di competizione e creare spazi a cui si ha accesso solo a condizione di poter esprimere alti livelli di performance, per corpi che siano prestanti e “conformi”. E che, anzi, tutta questa retorica dello sport come spazio per tuttɜ e palestra di vita non solo è in aperta contraddizione con alcune manifestazioni mainstream palesemente anti-sportive ma in alcuni casi si ritorce contro chi lo sport lo fa, almeno a livello agonistico, con conseguenze per l’equilibrio psichico che annullano qualsiasi beneficio fisico.
Eppure, il volume curato da Melania Verde, Lo sport come generatore di Capabilities. Tra discriminazioni e pratiche di inclusione (Merita Edizioni, 2026) offre un panorama di tutto rispetto sul valore sociale, culturale ed economico dello sport, proponendo una prospettiva multidisciplinare che intreccia economia, sociologia, diritto, pedagogia e studi di genere.[1] E che mi fa dubitare delle convinzioni di una vita.
Il fenomeno sportivo, infatti, è affrontato non soltanto nella sua dimensione agonistica o ricreativa, ma soprattutto come spazio di emancipazione, inclusione e sviluppo umano.
Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico che sostiene l’intero lavoro: il capability approach elaborato da Amartya Sen e Martha Nussbaum. Come è noto, tale approccio si fonda sull’idea che il benessere umano debba essere misurato in termini di libertà sostanziali e opportunità concrete di realizzazione personale. Lo sport viene quindi interpretato come un dispositivo capace di ampliare le "capabilities" individuali e collettive, offrendo agli individui strumenti di partecipazione sociale, costruzione identitaria, benessere psicofisico e cittadinanza attiva.
In un contesto culturale in cui il discorso sportivo viene spesso ridotto alla performance, al risultato economico o alla spettacolarizzazione mediatica, il volume recupera la funzione educativa e relazionale dello sport. La pratica sportiva viene letta come esperienza complessa, capace di incidere sulla qualità della vita delle persone e sulla coesione delle comunità.
Sin dalla prefazione di Laura Mandolesi, si mette in evidenza il legame profondo tra attività sportiva, sviluppo cognitivo, benessere psicologico e relazioni sociali, con un riferimento interessante alle recenti acquisizioni delle neuroscienze e della psicologia dello sport, che rafforzano la tesi secondo cui l’attività fisica rappresenta un elemento essenziale per il benessere individuale e collettivo.
Nell’introduzione, Melania Verde mette l’accento sulle disuguaglianze di genere e le discriminazioni che ancora attraversano il mondo sportivo. Attraverso dati statistici, riferimenti istituzionali e richiami teorici alla filosofa statunitense Martha Nussbaum, si mette in evidenza come la partecipazione femminile allo sport continui a essere limitata da ostacoli economici, culturali e simbolici che influenzano l’accesso alla pratica sportiva, la rappresentazione mediatica delle atlete, la disparità salariale, la sottorappresentazione femminile nei ruoli dirigenziali e la persistenza di stereotipi di genere.
Il volume è diviso in due parti, che affrontano il tema da prospettive complementari. La prima sezione, dedicata al potenziale socio-economico dello sport, analizza il ruolo dell’attività sportiva nella costruzione del capitale sociale e relazionale. I contributi di Lara Gitto, Denise Siracusa e Silvia Lolli mostrano come lo sport possa essere interpretato come “bene relazionale”, cioè come esperienza in grado di generare fiducia, cooperazione e appartenenza comunitaria.
Particolarmente interessante è il capitolo dedicato alle barriere individuali alla pratica sportiva, in cui le autrici dimostrano come il reddito, il tempo disponibile, l’accessibilità delle strutture e le condizioni sociali influenzino profondamente la possibilità concreta di praticare attività sportiva.
Molto interessante è anche l’uso del concetto di “bene relazionale”, mutuato dalla sociologia economica, per spiegare il valore dello sport oltre la dimensione strettamente economica. Lo sport viene descritto come uno spazio di costruzione di legami sociali, di sviluppo della fiducia reciproca e di rafforzamento della coesione comunitaria.
La seconda parte del volume affronta invece in maniera più diretta la questione femminile nello sport. Si tratta della sezione più interessante del testo. I saggi dedicati alle donne detenute, alla disparità salariale e alle atlete con disabilità mostrano con chiarezza quanto il mondo sportivo continui a riprodurre meccanismi di esclusione e gerarchie di potere.
Il capitolo sulle donne detenute rappresenta uno dei contributi più originali del libro. Le autrici mostrano come la pratica sportiva all’interno degli istituti penitenziari femminili possa trasformarsi in uno strumento di emancipazione, reinserimento sociale e recupero della dignità personale. Lo sport viene interpretato come possibilità concreta di riappropriazione del proprio corpo e della propria identità in contesti segnati dalla privazione della libertà.
Il volume ospita poi un intero saggio dedicato al gender pay gap nello sport. Attraverso un’analisi puntuale delle disparità economiche e mediatiche tra sport maschile e femminile, il testo mette in luce le profonde contraddizioni di un sistema che continua a valorizzare in misura diversa le prestazioni atletiche in base al genere. L’analisi comparativa tra NBA e WNBA (rispettivamente, il principale campionato maschile e femminile del basket americano) o il riferimento al tennis come caso relativamente virtuoso consentono di comprendere come le discriminazioni economiche siano strettamente connesse a dinamiche culturali e mediatiche.
Il capitolo dedicato alle donne con disabilità amplia ulteriormente la riflessione intersezionale del volume. Qui emerge con forza il tema dell’abilismo e delle molteplici forme di esclusione che colpiscono le atlete paralimpiche. Le testimonianze riportate nel testo restituiscono voce diretta alle esperienze vissute dalle persone coinvolte.
Nel complesso, uno degli aspetti più interessanti del volume è la sua capacità di mettere in discussione una concezione neutrale dello sport. Il testo mostra infatti come la pratica sportiva sia attraversata da rapporti di potere, disuguaglianze strutturali e dinamiche di esclusione che riflettono le contraddizioni della società contemporanea, e tuttavia conserva ottimismo rispetto allo sport come spazio di trasformazione sociale e costruzione di pratiche inclusive.
Per approfondire
Note
[1] Melania Verde è una ricercatrice in tenure-track di Economia politica presso l’Università degli Studi di Messina, esperta di inclusione sociale, benessere, povertà educativa ed economia sociale.