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Medici stanchi, medici forti
medici imprevedibili

Che cos’è l’aborto dal punto di vista di un medico e di una donna medico? Un ostacolo alla carriera, una scelta femminista, una scelta civica, oppure un tormento diventato insopportabile? Storie di ginecologi e ginecologhe discretamente sinceri

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Sembra incredibile nel paese della burocrazia, ma è proprio vero. Niente elenchi, niente lettere formali, niente spiegazione delle motivazioni. Niente di niente. Non a caso il sette ottobre scorso l’Udi (Unione donne d’Italia), un’associazione storica del femminismo, invia una lettera aperta alla ministra della sanità Beatrice Lorenzin in cui chiede fra l’altro se è vero che il personale sanitario può obiettare alla legge 194 con una semplice comunicazione orale al primario.

Dunque, così come le regioni (benché debbano garantire l’aborto pena l’interruzione di pubblico servizio) fanno ognuna come le pare, anche i medici sono un universo variegato, imprevedibile. Vediamolo.

Genova, femminista e obiettrice. “Le vedevi scendere giù alla stazione Principe, inebetite, mezze addormentate dopo le notti in basso Piemonte. Negli ultimi anni nel mio ospedale a Sampierdarena arrivavano prostitute e fiumi di extracomunitarie. I miei colleghi obiettori facevano un decimo di quello che facevo io. Nessuna illusione sulla carriera, non sarei mai diventata primario, non ti chiamavano in sala operatoria per gli interventi importanti. Eravamo soli in un ghetto, io e un infermiere. Mi sentivo più  un’assistente sociale che un medico. E pensare che sono diventata prima femminista e poi ginecologa, anzi ho scelto ginecologia perché ero femminista. Ho cominciato nel 1978 e sono andata avanti fino al 2004. Poi basta, non ce la facevo più, dovevo tenere conto di me. Ma non volevo essere strumentalizzata come pentita, così ho aspettato fino a che il servizio fosse garantito. Ora al servizio sono tutti maschi, le ragazze giovani ci tengono alla carriera e sanno che noi abbiamo pagato caro il nostro impegno. Ma io sto meglio. No, le mie amiche femministe non me l’hanno fatto scontare. E se qualcuna non ha capito, pazienza”. Rossana Cirillo, ginecologa.

Roma, l’irriducibile. “Ce la fa a scendere? Vada adagio, guardi che la scaletta è arrugginita e un gradino non tiene. Sì, lo dicono anche le pazienti, siamo in un sottoscala. Eppure qui si lavora come muli. Nel 2011 abbiamo fatto 2098 IVG con l’usterosuzione, 294 aborti medici con l’Ru 486 e 158 aborti terapeutici. Sì, sono i più duri, anche se a livello nazionale sono solo il 3% del totale degli interventi. La neonatologia è cambiata, un feto di 800 grammi può respirare e sei obbligata a rianimarlo, anche se è molto improbabile che possa vivere prima della venticinquesima settimana. Ma, soprattutto se si rimane incinte tardi, c’è l’ossessione del figlio perfetto. Comunque a Roma quindici ospedali hanno chiuso il servizio. Le liste d’attesa fanno paura. Ma c’è anche altro. Ho due mediatrici culturali, una cinese e una rumena: ormai abbiamo tanti tipi di contraccettivi “long acting” che agiscono per tre o per cinque anni. La cosa più bella è non vedere le donne tornare ad abortire. Io resisto, anche se la sera sogno di partire, magari per l’Africa. Chi lo sa.”  Giovanna Scassellati, responsabile del servizio Ivg del S. Camillo di Roma da più di trent’anni.

Bologna, il cattolico che non ha mai obiettato. “Sì, sono credente da sempre e mi definisco un medico cattolico. Ma, in dieci anni da ospedaliero e in tanti altri in consultorio pubblico, non ho mai fatto  obiezione. Sì può essere contro l’aborto anche non obiettando, soprattutto se ci si impegna nella prevenzione. Certo, data la mia sensibilità, gli interventi in ospedale mi sono pesati un po’, ma mi sentivo ipocrita a non farli. Dopo la decima settimana è più dura perché l’embrione comincia ad avvicinarsi a una struttura fetale. Ma, vede, la legge è chiara: l’autodeterminazione non prevede la dissuasione. Prevede l’ascolto, l’accoglienza. Non sei un notaio, a volte puoi cogliere un desiderio di maternità inespresso e, solo in quel caso, è giusto che tu lo sostenga. E poi bisogna stare ai fatti: gli aborti ripetuti non crescono, non si tratta  di un mezzo di controllo delle nascite, ma di un’ “extrema ratio”. Gianni Fattorini, ginecologo bolognese, autore di un bel libro: “Aborto. Un medico racconta 30 anni di 194”. Guerini. 2008.

Napoli, il professore sorprendente. “No, non lo scriva che qui tutto funziona come un orologio svizzero, tanto alle virtù di Napoli non crede nessuno. E poi non si illuda,  non è mica così dappertutto. Nell’hinterland non ci sono nemmeno più i consultori che in alcuni quartieri erano l’unico presidio dello Stato. Sì, sono orgoglioso di questi corridoi lindi, delle finestre luminose, delle apparecchiature moderne. E poi le mie pazienti salgono direttamente al quinto piano con l’ascensore, non incontrano le partorienti e questo per loro è un gran sollievo. Io ero e sono un appassionato di ricerca sulla contraccezione e per fortuna continuo. Prima non facevo aborti. Ma tre anni fa è morto in un incidente il mio collega Francesco Leone che mi era molto caro. Non potevo far morire anche il suo lavoro. E così nel 2012, insieme alle dottoresse Cinzia Ferrara e Gabriella Sglavo abbiamo fatto 1.000 interruzioni di gravidanza di cui 366 con l’Ru 486 senza complicanze di rilievo. Per garantire il servizio ho potuto contare anche sugli specializzandi. Abbiamo avuto 162 casi oltre i 90 giorni: sono rarissimi i casi di malattie materne, quasi sempre sono malformazioni fetali o patologie cromosomiche. Lì c’è un vero travaglio interiore, sono sempre figli desiderati e cercati a lungo. Sarebbe bello il giorno in cui tutte le donne incinte fossero contente di esserlo e questo lavoro non avesse più ragion d’essere”. Costantino Di Carlo, dirigente medico del Policlinico universitario Federico II e professore associato.

Torino, il medico combattente. “Non sono affatto un fanatico che fa le crociate contro la Chiesa, anzi quest’anno ho mandato un paio di pazienti al consultorio del Movimento per la vita  perché mi sembrava evidente che il bambino volevano tenerlo. Sono diventato una specie di celebrità da barricata solo perché ho chiesto di sperimentare una tecnica che in Francia è comunemente usata da decenni e a cui ricorrono il 50 per cento delle donne che vogliono interrompere la gravidanza. Abbiamo cominciato  la sperimentazione  nel 2005 con il consenso della regione Piemonte, ma Francesco Storace, allora ministro della sanità, ci bloccò. A noi del Sant’Anna è toccato anche un procedimento penale, presto archiviato. Allora facemmo una cordata con Trento, la Toscana, l’Emilia Romagna per sostenerci a vicenda. Io andavo a prendere le scatole di Ru 486 fino a Pisa. Non tolleravo quella che in medicina si chiama “bad practice”, cioè il ricorso a un metodo più arretrato e pericoloso quando è possibile evitarlo. L’intervento farmacologico riduce il rischio di due o tre volte. Nel 2010 lo abbiamo utilizzato con più di 1.000 donne, il 25 per cento delle Ivg. Lei mi dice che i movimenti cattolici lamentano le 400.000 presunte interruzioni dovute alle pillole del giorno dopo o di cinque giorni dopo? Ma lo sa che in Francia se ne fa un uso almeno doppio, che sono il doppio gli aborti veri e propri e anche il doppio i bambini che nascono? Perché? Non ho una spiegazione scientifica. Forse siamo un paese depresso dove si fa poco all’amore”. Silvio Viale, ginecologo dell’Ospedale S. Anna e consigliere comunale radicale eletto nelle liste del Pd a Torino.

Savona, il primario del decimo figlio. “All’inizio sono stato fra i più impegnati, poi nel 1994 ho obiettato. Le posso dire la mia più grande gioia? Il 29 ottobre ha partorito da me una madre al decimo figlio. Italiana lei, italiano lui. Insomma, un evento. Non c’entra l’opportunismo, non mi sono convertito, anche se essere chiamati “Erode” non è divertente. È cambiato il clima, siamo rimasti soli. E poi oggi, per l’Italia, è meglio farli nascere i bambini. Siamo tutti vecchi. E questo che mi appassiona ora. Però sia chiaro che io, nel mio ospedale il servizio lo garantisco e ho anche appoggiato l’introduzione dell’Ru486”. Salvatore Garzanelli, primario dell’Ospedale S.Paolo di Savona

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