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Occupazione femminile
"I centri per l'impiego sono inefficaci"

foto Flickr/European Parliament

I centri per l’impiego aiutano ad allineare l’occupazione femminile agli standard europei? I dati dicono di no, soprattutto dove servirebbe di più

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Negli ultimi quindici anni il tasso di occupazione femminile in Italia è aumentato più della media europea (7,5 punti percentuali, a fronte di 6,1 punti di EU-27) come d'altronde ci si aspetta dai paesi che partono da quote di donne occupate bassissime, in Spagna per esempio è aumentato di 10 punti percentuali e negli anni della crisi non ha subito grandi flessioni. Tuttavia la distanza dalla media europea rimane di 13 punti che diventano 23 guardando alla Germania e 26 alla Svezia. 

Quindi, nonostante l'aumento, il gap tra il tasso di occupazione femminile dell’Italia e quello della media europea si restringe, nei quindici anni considerati, di poco più di un punto percentuale (da 14,3 punti del 2000 a 12,9 punti del 2014).

Figura 1 – Tasso di occupazione femminile (15-64 anni) in alcuni paesi europei e nella media EU-27 – Anni 2000-2014 (valori percentuali)

Il contributo dei servizi pubblici per l’impiego (Public Employment Services – PES) nell’aiutare le donne a trovare un’occupazione è abbastanza robusto nella media europea:  nel 2014, l’8,2% delle donne dipendenti occupate ha trovato lavoro negli ultimi 12 mesi attraverso i PES, a fronte di una quota più bassa di uomini (7,2%)[1] (figura 2).

Occorre osservare che la quota di donne occupate “intermediate”[2] dai servizi pubblici per l’impiego è molto più elevata di quella degli uomini nei paesi nei quali si registra un basso gender employment gap, ossia la differenza in punti percentuali tra il tasso di occupazione maschile e femminile, come la Svezia  dove 16 donne su 100 hanno trovato lavoro attraverso i PES, a fronte di 13 uomini su 100, e la Francia  dove sono il 10,2% di donne e il 7,1% di uomini. I dati rivelano che la maggioranza dei centri pubblici per l’impiego europei è impegnata, in maniera significativa, a perseguire l’obiettivo della parità di genere nell’occupazione.

In Italia, dove il gender employment gap è elevatissimo (19,8 punti), solo l’1,4% delle donne e l’1,7% degli uomini hanno trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego pubblici, a causa dell’inefficacia di questi servizi. Si tratta, complessivamente, solo di 27 mila lavoratori su 1,7 milioni mentre in Germania sono 398 mila su 4,9 milioni, nel Regno Unito 256 mila su 4,5 milioni.

Figura 2 – Occupati dipendenti (15 anni e oltre) che hanno trovato l’attuale lavoro iniziato negli ultimi 12 mesi attraverso i servizi pubblici per l’impiego, in alcuni paesi dell’Unione europea – Anno 2014(incidenza percentuale sul totale degli occupatidipendenti che hanno iniziato l’attuale lavoro negli ultimi 12 mesi)

Quando parliamo del divario tra Italia ed Europa dobbiamo fare dei distinguo tra le tre grandi aree del paese: nelle regioni del Nord la quota di donne occupate è molto vicina alla media dell’Unione, dal momento che nel 2004 era sostanzialmente identica (55% a fronte del 55,4% di EU-27) solo recentemente si è creato un divario causato dalla crisi, ma di meno di tre punti percentuali. Nel Centro la situazione è pressoché simile: il gap con l’Europa passa da cinque punti del 2004 a sei punti del 2014. In poche parole, solo la recessione interrompe la dinamica di avvicinamento del tasso di occupazione femminile del Centro-Nord d’Italia a quello della media dei paesi europei.

Viceversa, i valori dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno sono drammatici: nel 2004 solo 30,9 donne in età lavorativa su 100 sono occupate, valore che scende ulteriormente nel 2014 (30%). Il divario con la media dell’Unione europea aumenta da 24 punti percentuali del 2004 a 29 punti del 2014. È legittimo affermare che la questione dell’occupazione femminile in Italia coincide in gran parte con la “questione meridionale”.

Figura 3 – Tasso di occupazione femminile (15-64 anni) nella media EU-27 e nelle ripartizioni italiane – Anni 2004-2014 (valori percentuali)

Sulla base di queste premesse possiamo affermare che le politiche del lavoro pubbliche in Italia dovrebbero, come accade negli altri paesi, fornire maggiore sostegno alle donne che cercano lavoro, dal momento che sono gravate più degli uomini dai condizionamenti della maternità, reale o potenziale, visto che è al Sud che si fanno meno figli, e focalizzare questi interventi soprattutto nel Mezzogiorno.

Purtroppo i canali gestiti o regolamentati dal servizio pubblico non rappresentano un accesso prioritario al mercato del lavoro. Negli ultimi 12 mesi solo il 28% delle donne che ha trovato lavoro lo ha fatto attraverso i canali del pubblico, le altre si sono affidate a: parenti e amici (34,2%), il contatto diretto presso il datore di lavoro o la chiamata da parte di quest’ultimo (25,4%), l’annuncio su un giornale o attraverso Internet (4,4%), l’inizio di un lavoro autonomo (6,1%) e altri. 

Andando a vedere nel dettaglio quali sono i canali offerti dal settore pubblico per chi cerca un'occupazione e con quali risultati negli ultimi 12 mesi, vediamo come hanno trovato lavoro grazie ai servizi pubblici per l’impiego l'1,5% delle donne nel Nord, lo 0,7% nel Centro, e, nelle regioni meridionali, dove sarebbe maggiormente necessario un intervento per colmare l’enorme deficit di occupazione femminile, la percentuale e dell'1%. Le agenzie private per il lavoro non registrano risultati migliori, sono state la porta d'accesso al mercato del lavoro solo per lo 0,7% delle occupate meridionali, percentuale che arriva al 2% per gli uomini. Le scuole e le università e le altre strutture pubbliche d’intermediazione hanno aiutato a trovare lavoro complessivamente al 2% delle donne del Nord, e ancor meno, solo l’1,4%, a quelle del Mezzogiorno.

Il concorso pubblico, soprattutto le graduatorie per gli insegnanti, è un canale molto utile per le donne nel Centro (10,6%) e nel Mezzogiorno (10,9%), mentre è meno efficace nel Nord (6,6%).

Il canale formale più efficace per trovare un lavoro sono stage e tirocini, che consentono al datore di lavoro di verificare realmente le competenze del candidato e della candidata: quasi il 12% delle donne delle regioni settentrionali e centrali ha trovato lavoro svolgendo una breve attività nella stessa impresa dove lavora oggi, quota che sale al 13,7% nel Mezzogiorno (14,8% tra gli uomini). Questo canale è più efficace nella ricerca del lavoro rispetto a tutti i servizi pubblici e privati autorizzati messi insieme: centri per l'impiego, agenzie per il lavoro, altri intermediari pubblici, scuole e università, hanno, complessivamente, aiutato a trovare un lavoro al 10,2% delle donne occupate del Nord, al 5,5% di quelle del Centro e al 3,2% di quelle del Mezzogiorno. Inoltre, i tirocini sono più efficaci nel Mezzogiorno, dal momento che nelle regioni meridionali sono stati attivati meno tirocini e stage (il 22,4% del totale nazionale) ottenendo risultati occupazionali migliori[3].

Figura 4 – Donne occupate (15-64 anni) che hanno iniziato l’attuale lavoro negli ultimi 12 mesi per alcuni canali attraverso i quali hanno trovato l’attuale lavoro e ripartizione - Anno 2014 (incidenza percentuale)

Perché è così bassa la capacità dei centri pubblici per l’impiego di far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro?

Le principali cause dell’inefficacia e dell’inefficienza dei centri pubblici per l’impiego (Cpi) nell’intermediazione dei disoccupati sono due[4]:

1) La prima e la più importante riguarda gli operatori che sono, in rapporto con gli utenti, in numero inferiore alla soglia minima che in Europa è considerata necessaria per offrire un servizio efficace ed efficiente alle persone in cerca di lavoro e alle imprese. Gli addetti ai centri per l'impiego in Italia sono poco meno di 9 mila e ognuno dovrebbe assistere 254 disoccupati registrati (figura 5). In Germania questo rapporto è di 26:1, grazie ai 110 mila addetti ai servizi per il lavoro, nel Regno Unito ognuno dei 78 mila operatori dei jobcentre plus ha in carico solo 20 jobseekers

Figura 5 –Disoccupati registrati per addetto del servizio pubblico per l’impiego (Public Employment Services– PES) nei pesi dell’Unione europea – Anno 2012

2)l’assenza di servizi per le imprese costituisce la seconda causa: la maggioranza dei centri pubblici italiani non offre alle imprese un servizio per la copertura dei posti vacanti e quindi non è in grado di proporre ai disoccupati registrati offerte di lavoro, limitandosi a erogare misure di orientamento e di formazione. In Francia la quota di operatori addetti a coprire i posti vacanti delle imprese è pari al 33,2% del totale e nel Regno Unito al 51,1%;

L’incapacità dei centri pubblici d’intermediare un numero adeguato di disoccupati, com’è stato osservato prima, si aggrava nei confronti delle donne, in particolare nel Mezzogiorno, nonostante si rechino presso i centri per l’impiego per cercare un’occupazione quasi nella stessa misura degli uomini (48,2% a fronte del 51,8% degli uomini)[5].

La soluzione obbligata è adeguare il numero del personale dei centri per l'impiego ad almeno 20 mila addetti in modo che il portafoglio utenti di ogni operatore non superi i 100-130 disoccupati registrati, rafforzando soprattutto il personale dei centri per l'impiego del Mezzogiorno in modo che sia in grado di affrontare anche il gap occupazionale delle donne. I costi di una simile iniziativa sarebbero ampiamente compensati dalla riduzione della durata dei sussidi di disoccupazione: nel Regno Unito, dove si spendono circa 5 miliardi di euro all’anno per finanziare una struttura di 78 mila addetti, che riesce a ridurre drasticamente i tempi di uscita dallo stato di disoccupazione (l’off-flow rate from benefit intoemployment)[6], il costo per i sussidi di disoccupazione è pari a 6 miliardi: in Italia si spendono solo 500 milioni per i 9 mila addetti dei centri per l’impiego, ma il costo per gli ammortizzatori sociali è passato da quasi 10 miliardi del 2005 a oltre 24 miliardi del 2013.

NOTE

[1] Occupati dipendenti che hanno trovato lavoro con il coinvolgimento dell’ufficio di collocamento pubblico in qualsiasimomento della ricerca dell’attuale lavoro (Involvement of the public employment office atany moment in findingthe present job) e che hanno iniziato il lavoro negli ultimi 12 mesi. Eurostat, variabile WAYJFOUN.

[2] La funzione dei PES è quella di “facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro dei disoccupati e delle altre persone in cerca di lavoro e di assistere i datori di lavoro nel reclutamento e nella selezione del personale”. EuropeanCommision - Eurostat, Labour market policy statistics, Methodology 2013, 2013, p. 13.

[3] Escludendo i tirocini a caratterecurriculare o orientativo e quelli per l’ accesso alle professioni, per i quali non è prevista comunicazione da parte del datore di lavoro, nel 2012 sono stati attivati complessivamente 186 mila tirocini (97 mila donne e 89 mila uomini) e, di questi, il 59,3% si è svolto presso imprese del Nord (110 mila), il 18,3% in quelle del Centro (34 mila) e il 22,4% in quelle del Mezzogiorno (42 mila). Fonte: Sistema informativo delle comunicazioni obbligatorie, Ministero del lavoro.

[4] Cfr.Roberto Cicciomessere, Le capacità d'intermediazione degli operatori pubblici e privati del lavoro: criticità e proposte per superarle, Camera dei deputati - XI Commissione (Lavoro pubblico e privato - Indagine conoscitiva sulla gestione dei servizi per il mercato del lavoro e sul ruolo degli operatori pubblici e privati, settembre 2014.

[5] Cfr. Ministero del lavoro, Indagine sui servizi per l’impiego 2013, Rapporto di monitoraggio, 2014.

[6] Nel Regno Unito mediamente il 55% dei beneficiari trova un lavoro dopo tre mesi, il 75% dopo sei mesi e il 90% dopo 12 mesi, mentre in Italia solo il 47,5% dei beneficiari di ammortizzatori sociali trova un lavoro entro sei mesi e dopo 12 mesi questa percentuale non raggiunge il 60% (59,2%).