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Perché il ddl Pillon
non è una buona idea

Foto: Unsplash/ Sandy Millar

Il 10 novembre molte città italiane saranno coinvolte in una mobilitazione nazionale partita dalle donne per chiedere il ritiro del disegno di legge Pillon che vorrebbe cancellare anni di femminismo. Due ricercatrici ci spiegano perché

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Il dibattito sui ruoli all’interno delle famiglie si è riacceso nelle ultime settimane dopo la presentazione del disegno di legge su affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bi-genitorialità – il cosiddetto "ddl Pillon", dal cognome del senatore della Lega Simone Pillon che lo ha proposto. Il ddl intende rendere effettivo l’affido condiviso  già disciplinato dalla legge 54 del 2006  come opzione di default per la presa in carico dei figli in caso di separazione. Nello spirito dei suoi ideatori, la nuova legge dovrebbe aumentare le garanzie di corresponsabilità di padri e madri nei confronti dei figli minori, prevedendo che in caso di separazione questi ultimi trascorrano metà del tempo con ciascuno dei genitori (affido condiviso), e che i genitori provvedano al mantenimento diretto dei figli. La legge comporterebbe che ciascun genitore si faccia carico delle spese relative ai consumi effettuati durante i momenti di presenza dei figli, mentre le spese generali  ad esempio per l’abbigliamento  sarebbero divise in parti uguali. L’assegno di mantenimento verrebbe quindi eliminato, salvo per alcuni casi residuali.

Il disegno di legge Pillon propone una lettura decontestualizzata e aggiungeremmo semplicistica delle relazioni di coppia all’interno delle famiglie. Per capire che significato può avere questa proposta di riforma nel contesto italiano c’è bisogno prima di tutto di considerare come è organizzato il lavoro di cura all’interno delle famiglie, come vengono prese le decisioni sulla partecipazione al mercato del lavoro nella coppia, oltre alle disuguaglianze di genere che caratterizzano l’attuale mercato del lavoro.

Che senso ha il mantenimento? 

L’obbligo morale, prima ancora che legale, di provvedere al mantenimento dei propri figli da parte dei genitori nasce prima della separazione e del divorzio. Esso rappresenta infatti una responsabilità a cui sono soggetti i genitori sin dalla nascita dei figli. L’articolo 30 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. L’obbligo sorge dal rapporto di filiazione e grava tanto sui genitori di figli nati nell’ambito del matrimonio quanto nel caso di riconoscimento del figlio naturale. La norma costituzionale in materia di mantenimento è inoltre ribadita dall’art.147 del Codice Civile. Il mantenimento non è, dunque, una mera incombenza a carico del genitore che versa l’assegno di mantenimento alla persona che ne ha l’affido prevalente. Se i figli, nella stragrande maggioranza dei casi, sono affidati alla madre a seguito di una separazione, ne consegue che saranno soprattutto i padri a dover versare l’assegno, al fine di mantenere il più possibile inalterato lo standard di vita dei figli dopo la fine del progetto di vita di coppia. Tuttavia, benché possa sembrare scontato, questo obbligo risale a un momento del percorso di vita che è a monte della separazione. 

La transizione dalla vita genitoriale in coppia alla vita genitoriale da separati determina solo la necessità di un riaggiustamento delle modalità attraverso le quali il mantenimento si attua. La banalizzazione del tema del mantenimento porta con sé il rischio di attribuire l’impoverimento del genitore che versa l’assegno, spesso il padre, a un’unica causa, l’assegno di mantenimento appunto, semplicemente perché questa forma di mantenimento non esisteva prima della separazione. 

Tuttavia, la ricerca sociologica sui percorsi di vita ci consente di comprendere quanto questa analisi sia fondamentalmente incompleta. La condizione dei genitori dopo la separazione dipende dal percorso di vita prima della separazione e in alcuni casi anche prima della vita di coppia. Infatti, se è vero che la separazione di una coppia con figli è indiscutibilmente un fattore di impoverimento per i genitori per effetto dell’impossibilità di realizzare economie di scala, ad esempio dividendo i costi dell’abitazione, il peso delle – pressoché inevitabili – conseguenze negative sul bilancio dei due genitori dipenderà dalle risorse che questi avranno potuto sviluppare durante la vita di coppia e persino prima di quest’ultima, nei diversi ambiti della vita – per esempio, nella sfera lavorativa e nella sfera delle relazioni sociali. 

La possibilità di accumulare tali risorse dipende tanto da decisioni assunte all’interno della coppia – con particolare riferimento alla distribuzione del tempo da dedicare alla cura dei figli e al lavoro retribuito – quanto da fattori esogeni a quest’ultima, legati ad esempio alle effettive opportunità sul mercato del lavoro. I dati Istat più recenti confermano che in Italia le madri dedicano più tempo alla cura dei figli rispetto ai padri, rinunciando a lavorare del tutto per prolungati periodi o riducendo il tempo di lavoro dopo la nascita di un figlio in assenza di servizi pubblici per l’infanzia sufficienti.

Dopo la separazione aumenta la povertà

Al momento della separazione, queste madri si troveranno con limitate o inesistenti fonti di reddito con cui provvedere al sostentamento dei figli. In questa situazione, l’assegno di mantenimento è essenziale. Ridurre quest’ultimo a opzione residuale equivale a non riconoscere il lavoro di cura gratuito prestato dalle madri durante la vita genitoriale di coppia e soprattutto i costi impliciti assunti da queste ultime prima della separazione. Rinunciare del tutto o in parte a lavorare per accudire i figli significa per queste donne avere percorsi lavorativi accidentati, caratterizzati da inattività o lavori poco pagati perché part-time o a tempo determinato. Questo in un contesto di crescente gender pay gap. Non possiamo neppure ignorare che percorsi lavorativi di questo tipo abbiano ricadute negative dirette sull’ammontare delle pensioni su cui queste donne potranno contare in futuro.

Quanto al ruolo dei fattori esogeni, suggeriamo di riflettere sul fatto che prestare la propria opera in un mercato del lavoro come quello italiano – in cui il tasso di occupazione femminile è al 48.9%, i salari sono al palo da molti anni e il potere di acquisto delle famiglie si riduce – funziona di per sé come un moltiplicatore di povertà latente in caso di separazione. Quando il nucleo familiare si divide e i genitori devono far fronte al mantenimento dei figli con lo stesso esiguo o assente salario, senza poter contare sulle economie di scala, il rischio di povertà aumenta. Nel contesto italiano, le madri sole risultano essere più occupate delle madri in coppia, ma il 42,1% è a rischio di povertà o esclusione sociale (contro il 29,3% delle madri in coppia) e il 12% vive in povertà assoluta. 

In sostanza, se prima della separazione si arranca, dopo la separazione si diviene poveri, ma la separazione è solo un acceleratore, non certo l’origine della povertà. Eguaglianza, quindi, vuol dire distribuire equamente i costi inevitabili della separazione tra i genitori tenendo conto delle decisioni prese o subite durante la vita genitoriale di coppia. In questa equazione, l’assegno di mantenimento è lo strumento che garantisce l’equilibrio tra le parti e il diritto al mantenimento dello standard di vita dei figli, non certo la causa dello squilibrio finanziario dei padri. Il problema dell’impoverimento dei padri separati è sì una realtà che merita la dovuta considerazione, ma anche questa va letta nel contesto sociale in cui ha luogo per essere compresa appieno e non banalizzata a fini elettorali.

Non c’è cura senza mantenimento

Un’altra questione che richiede approfondimento è la distinzione suggerita tra il senso delle relazioni di cura e il senso del mantenimento economico. Nella premessa di questo disegno di legge si invita a superare l’idea dell’assegno di mantenimento che sarebbe “priva di valenze relazionali”. Sicuramente i soldi non fanno la felicità in assenza di relazioni familiari soddisfacenti, ma si fa fatica a comprendere come privare i figli delle risorse economiche necessarie alla loro crescita equilibrata rappresenti un modo per prendersene cura. Alla luce delle considerazioni sulla partecipazione attiva al mercato del lavoro delle madri prima della separazione, la ripartizione dei costi (come prevista dal disegno di legge) rischia di sottoporre i figli ad un’alternanza di tenori di vita ritmata dal pendolarismo di questi ultimi tra la casa della madre e quella del padre. Inoltre, possiamo chiederci in che modo l’umiliazione e il senso di frustrazione cui andrebbe incontro il genitore meno abbiente – troppo spesso la madre – possano aiutarlo a svolgere al meglio il proprio compito di educatore.

Illustri commentatori hanno già sottolineato alcuni importanti aspetti critici legati all’opportunità di cercare a tutti i costi l’affido condiviso paritario, si pensi all'intervento di Chiara Saraceno comparso su Welforum. Ci sembra importante richiamare il fatto che  la gestione della vita genitoriale da separati non può essere ridotta a mera esecuzione di schemi predefiniti per la ripartizione di costi e tempi di cura, a meno di considerare i figli, a qualunque età, come oggetto di una spartizione perfetta. Aiutare i genitori a gestire questa relazione in modo flessibile pur nell’ambito della correttezza dei rapporti reciproci ci sembra un modo più proficuo per raggiungere la co-genitorialità. 

Madri che restano fuori dal mercato del lavoro

Inoltre, è necessario sottolineare un elemento che rischia di sfuggire, pur essendo esperienza quotidiana di molti genitori separati. Se gli accordi stipulati in sede legale non sono rispettati e, ad esempio, l’affido paritario si trasforma di fatto in affido prevalente a carico di un genitore, senza che questo percepisca l’assegno di mantenimento, non è detto che per chi subisce il torto sia possibile o conveniente rivolgersi alla giustizia per ottenere il rispetto della sentenza. Il disegno di legge Pillon non considera che in un contesto in cui le donne sono nella migliore delle ipotesi sottooccupate, l’affido paritario potrebbe tradursi nella reiterazione della situazione precedente alla separazione. Le ricerche confermano che una madre uscita dal mercato del lavoro per prendersi cura dei figli piccoli, fatichi poi a rientrarvi velocemente dopo la separazione e resti il principale caregiver. In questa situazione, l’assenza di sufficiente reddito da lavoro e di sostegno al mantenimento dei figli – poiché l’assegno diventerebbe opzione residuale – renderebbe difficile se non impossibile poter affrontare i costi di eventuali ricorsi contro il padre. Inoltre, in situazioni di particolare conflittualità, la madre potrebbe voler evitare, pur avendone la possibilità, di rivolgersi nuovamente al giudice per scongiurare ripercussioni sulla relazione padre-figlio o per non esacerbare i suoi rapporti con l’ex. Questo purtroppo non è solo un esercizio di immaginazione, ma il risultato di studi sul cosiddetto silent bargain, o negoziazione tacita.

Una riforma “a costo zero”

La bi-genitorialitá perfetta si basa dunque sulla considerazione che sia possibile raggiungere l’auspicata e auspicabile uguaglianza tra i genitori dopo la separazione. Tuttavia, questo assunto/auspicio si scontra con il fatto che la separazione non annulla le decisioni legate alle responsabilità di cura e sostentamento della famiglia attraverso il lavoro prese prima di questa transizione. Queste decisioni hanno conseguenze di breve e di lungo periodo da prendere in seria considerazione e fronteggiare in maniera strutturale senza cullarsi nell’illusione che la separazione rappresenti un “punto e a capo” nelle disuguaglianze di genere dentro e fuori dalla coppia in termini di risorse e opportunità di vita. 

Alla luce di queste considerazioni, se la disoccupazione femminile e il rischio di povertà per le madri sole rimangono invariati, questa riforma apparentemente a costo zero “a monte” per le casse dello stato potrebbe aumentare i costi “a valle” in termini di richieste di supporto al welfare. In questo senso, i costi sociali in termini di vulnerabilità ed esclusione sociale potrebbero essere molto alti se l’eliminazione l’assegno per i figli si trasformasse per le madri separate nella necessità di chiedere aiuto ai servizi sociali. 

Riferimenti 

Banca d’Italia. (2018). Relazione annuale. Roma: Banca d’Italia.

ISTAT. (2018a). Madri sole con figli minori. Anni 2015-2016. Roma: Istituto nazionale di statistica.

ISTAT. (2018b). Rapporto annuale. La situazione del paese nel 2018. Roma: Istituto nazionale di statistica.