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Più donne nelle
banche centrali

Foto: Unsplash/ timothy muza

I tempi sono maturi, le banche centrali hanno bisogno di più donne ai vertici, non è solo una questione di quote. Serve un cambio di mentalità

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La crisi del 2007-2008 ha sollevato numerosi quesiti rispetto al mondo delle banche centrali. Queste istituzioni hanno come finalità la produzione di un bene pubblico – la stabilità a livello macroeconomico e la prosperità – attraverso il raggiungimento dei propri obiettivi prefissati di natura macroeconomica. Tuttavia, la scelta di chi siede al vertice delle banche centrali non avviene su base democratica. La nomina è invece appannaggio del mondo della politica e si basa sulle competenze, ovvero sulla capacità di chi siederà al vertice di tali istituzioni di conseguire gli obiettivi stabiliti dal 'mandante'. Parimenti, le istituzioni democratiche non controllano appieno le azioni delle banche centrali, in particolare in virtù dell’indipendenza dal mondo della politica di cui queste ultime godono: sebbene chi siede al vertice delle banche centrali sia responsabile delle decisioni di queste istituzioni, una tale responsabilità spesso si sostanzia in un semplice discorso tenuto davanti all’istituzione parlamentare (si veda, ad esempio, la relazione tra la Banca centrale europea e il Parlamento europeo).

Per guadagnarsi la fiducia delle persone, le banche centrali, e chi ne è a capo, dovrebbero dimostrare che non si tratta di istituzioni elitarie lontane dalla volontà popolare. La fiducia reciproca tra la banca centrale e la comunità è un requisito basilare del funzionamento della stessa banca centrale nonché della sua legittimità a livello sociale.

La crisi del 2007-2008 ha portato alla formulazione di una serie di appelli diretti alle banche centrali affinché tali istituzioni ridefiniscano e amplino la loro mission in modo che essa rispecchi in maniera migliore le conseguenze sociali delle loro azioni in un contesto economico sempre più complesso. Le banche centrali non possono più essere considerate come delle 'scatole nere' (tale similitudine veicola una concezione meramente tecnica e astratta delle loro azioni e della loro funzione) e coloro che ne sono a capo dovrebbero liberarsi della reputazione negativa di cui godono in quanto gruppo chiuso. Attraverso il loro operato, le banche centrali devono ridefinire i loro rapporti con la società al fine di essere considerate istituzioni affidabili e dotate di legittimità. Per affrontare questa sfida, le banche centrali hanno un disperato bisogno di nuovi strumenti e competenze, e forse anche di nuovo personale appositamente formato. Inoltre, per riflettere la volontà popolare, loro strutture interne dovrebbero corrispondere concretamente alla struttura sociale.

In questo contesto, emerge la questione della presenza delle donne nelle banche centrali. È un dato di fatto che il numero di donne a capo delle banche centrali è ancora limitato. Oggi, abbiamo solo 14 governatrici, mentre il numero complessivo di banche centrali a livello mondiale ammonta a 160. I Paesi la cui banca centrale è diretta da una governatrice sono: Aruba, il Belize, Cuba, Cipro, Curaçao e Sint Maarten, l’Ecuador, il Lesotho, la Malaysia, la Repubblica di Macedonia, la Russia, Samoa, San Marino, la Serbia e le Seychelles. Il numero sale a 15 se consideriamo la Banca centrale europea: Christine Lagarde è stata recentemente nominata a capo di questa istituzione ed entrerà in carica a breve.

Tuttavia, è necessario procedere con cautela quando si analizza questo cambiamento: concentrarsi sulla nomina di Christine Lagarde potrebbe essere un modo come un altro per ignorare il fatto che il mondo delle banche centrali rimane a forte prevalenza maschile. La tabella di seguito mostra gli indici costruiti a partire dal numero ponderato di donne che ricoprono la funzione di presidentessa o vicegovernatrice (in altre parole, le posizioni apicali) all’interno delle banche centrali: 

Valori dell’indice di equilibrio di genere 2017-2019 (in percentuale)

 

Fonte: elaborazione a partire dalle analisi condotte dal Forum ufficiale delle istituzioni monetarie e finanziarie (OMFIF 2018, 2019). 

Ovviamente, per quanto riguarda le dinamiche, la situazione è cambiata. Tuttavia, il cambiamento ha riguardato il grado e non la tipologia. Esistono ancora numerosi ostacoli che impediscono alle donne di occupare posizioni apicali all’interno delle banche centrali o, a volte, perfino di ottenere una posizione lavorativa all’interno di tali istituzioni.

A un primo sguardo, la cultura e la storia di ciascun paese contribuiscono significativamente a spiegare tale situazione. In alcuni paesi, la presenza delle donne nelle istituzioni nazionali come le banche centrali è molto forte; in altri, tale presenza è molto più contenuta. Ad esempio, molti paesi ex-comunisti o che ancora hanno un regime sono stati tra i primi a vantare la presenza di una donna a capo di tali istituzioni. L’allora Repubblica Democratica Tedesca (RDT) è stato il primo paese al mondo ad avere una donna a capo della propria banca centrale. A seguire, la Cina (nel 1985), il Laos (nel 1988), la Polonia (nel 1992), l’Ungheria (nel 1993), la Russia (nel 1994 e nel 2013), la Bielorussia (nel 1996 e nel 2001), il Kirghizistan (nel 2011), la Serbia (nel 2003 e nel 2012), il Turkmenistan (nel 2003) e l’Ucraina (nel 2004). Inoltre, è opportuno evidenziare l’esistenza di una correlazione negativa tra, da un lato, il peso che la religione ricopre nel governo di un paese e, dall’altro, la probabilità di avere una donna a capo della banca centrale (con eccezioni importanti nel caso di Ecuador, Israele e Malaysia).

Tuttavia, secondo quanto emerge da una nostra recente ricerca, i quattro fattori elencati qui di seguito sembrano essere quelli che giocano un ruolo più significativo in termini di discriminazione delle donne nelle banche centrali, tanto a livello di posizioni apicali quanto nelle altre posizioni all’interno di tali istituzioni.

Il fattore posizione: occupare una posizione apicale all’interno delle banche centrali richiede un’esperienza pregressa di molti anni maturata all’interno di tali istituzioni. Pertanto, sebbene circa il 70% delle governatrici abbia ricoperto un seggio negli organi collegiali delle banche centrali o abbia diretto un dipartimento all’interno di tali istituzioni, esiste ancora un circolo vizioso a svantaggio delle donne. Di fatto, dal momento che il personale delle banche centrali è a prevalenza maschile, le donne incontrano ancora moltissime difficoltà.

Il fattore background accademico: chi è a capo delle banche centrali vanta nel proprio curriculum un dottorato di ricerca in economia; questo è ovviamente il caso delle governatrici. Circa il 41% di queste ultime ha completato il dottorato in economia prima di ricoprire la carica di governatrice. Tuttavia, sebbene il numero di donne che studiano economia sia aumentato significativamente da oltre 20 anni a questa parte, la percentuale di donne che si specializzano in macroeconomia e in finanza – gli ambiti di studio più richiesti per lavorare nelle banche centrali – è significativamente inferiore.

Il fattore 'soffitto di cristallo' ed 'esempio da seguire': sebbene ci siano donne nelle banche centrali che hanno le qualifiche accademiche richieste, esse incontrano resistenza da parte degli uomini. Il problema maggiore per le donne è rappresentato dal fatto che esse hanno pochi agganci con il mondo della politica; condizione, questa, indispensabile affinché chi è a capo di una banca centrale possa costruire una rete di contatti utili allo sviluppo della propria carriera. Inoltre, dal momento che il numero di governatrici è molto limitato, le studentesse delle facoltà economiche non hanno modelli cui ispirarsi e in cui identificarsi. Ad esempio, la nostra recente ricerca in tale ambito ha messo in luce come la presenza di una donna a capo di una banca centrale non porti, alla scadenza del suo mandato, alla nomina di un’altra governatrice.

Il 'fattore mentalità': per essere accettate dalla comunità di coloro che sono a capo delle banche centrali, le governatrici devono essere in grado di perseguire l’obiettivo della maggior parte delle banche centrali, in altre parole dare priorità alla lotta all’inflazione. Questa è diventata nel tempo la regola aurea che le governatrici devono rispettare per guadagnarsi il rispetto dei propri pari. Pertanto, una delle caratteristiche della cultura della comunità di coloro che sono a capo delle banche centrali è l’accettazione di un’inflazione bassa e stabile quale obiettivo in sé. Le donne vengono a volte accusate di non possedere la giusta 'mentalità' in relazione alla cultura del mondo delle banche centrali: vengono ritenute avere un’avversione al rischio troppo elevata o essere troppo 'morbide' nei confronti dell’inflazione. Pertanto, le governatrici tendono a conformarsi eccessivamente ai 'modelli maschili' in tale ambito, il che implica una sorta di 'essenzializzazione' del mestiere di governatore della banca centrale.

A nostro avviso, la somma di questi quattro fattori conduce a una divergenza tra potere e autorità, il tutto a discapito della presenza delle donne all’interno delle banche centrali. Una tale divergenza assume un duplice significato: in primo luogo, risulta difficile per le donne esercitare il potere associato con la massima carica all’interno di una banca centrale; in secondo luogo, quando una donna riesce a ottenere tale potere, l’autorità che costei incarna non viene legittimata dagli altri soggetti presenti sul campo.

Pertanto, la domanda principale alla quale si rende necessario trovare una risposta è: che fare? Al riguardo, avanziamo le due proposte riportate qui di seguito.

Assumere un numero maggiore di donne nelle banche centrali. Ciò dovrebbe costituire un obiettivo in sé – non è né normale né giusto in una democrazia che le istituzioni che sono alla base del sistema non abbiano una composizione equilibrata dal punto di vista di genere – ciò anche nell’ottica degli effetti positivi che una tale composizione comporterebbe per l’istituzione stessa. Se le quote rappresentano una soluzione potenziale, siamo dell’avviso che sia più importante cambiare la cultura dominante nel mondo delle banche centrali al fine di promuovere nuovi modelli di comportamento e leadership a favore delle donne. La comunità accetterà coloro che ne sono fuori solo qualora chi ne è dentro modificherà il proprio modo di pensare.

Ridefinire l’organizzazione interna delle banche centrali. Crediamo che un’organizzazione più equilibrata dal punto di vista di genere (caratterizzata da un aumento della percentuale di donne all’interno delle banche centrali e del numero di donne nelle posizioni dirigenziali) potrebbe aiutare tali istituzioni a migliorare la gestione della complessità delle informazioni. La diversità di genere – e la diversità in senso ampio – dovrebbe essere promossa dalle banche centrali, in particolare nell’ambito della loro nuova mission e del loro nuovo mandato.

Riferimenti

Vallet Guillaume. 2019. "This is a Man’s world: autorité et pouvoir genrés dans le milieu des banques centrales". Revue de la régulation, 25 (1)

"The necessary winds of change : Empowering women in central banking", Conference on the Future of Central Banking, May, 28, 2019, Talloires (France)

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