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Il lavoro svolto dalle donne gratuitamente vale miliardi di dollari l'anno secondo il report che Oxfam ha deciso di pubblicare alla vigilia del vertice di Davos per fare il punto sulle disuguaglianze

Quanto costa il
lavoro di cura

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Foto: Unsplash/ Volha Flaxeco

Il lavoro di cura sottopagato o gratuito, svolto quasi sempre dalle donne, è al centro del report Time to Care – Avere cura di noi che Oxfam ha pubblicato alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos per fare il punto sulle disuguaglianze sociali ed economiche arrivate a essere “fuori controllo”.

I numeri sono impietosi: a metà 2019, più del doppio della ricchezza netta detenuta da 6,9 miliardi di persone era concentrata nell’1% della popolazione. E anche in Italia la forbice fra chi ha pochissimo e chi ha molto è netta: il 10% dei ricchi detiene infatti più di 6 volte quello che detiene il 50% di popolazione che si trova in condizioni disagiate. In un contesto locale e internazionale in cui la disparità economica regna sovrana, la responsabilità del lavoro di cura non retribuito a carico di donne e ragazze è parte integrante di un capitalismo definito dal rapporto “sessista e sfruttatore”.

Il lavoro di cura gratuito svolto quotidianamente dalle donne – per un monte ore stimato a livello mondiale in 12,5 miliardi – è traducibile – secondo le stime di Oxfam  in 10.800 miliardi di dollari l’anno: un alto valore di mercato, che finisce nel tritacarne di un sistema incapace di valorizzare e restituire dignità al lavoro stesso. Le donne più povere ed emarginate finiscono inevitabilmente per alimentare indirettamente la ricchezza di una ristretta élite: basti pensare che i 22 uomini più ricchi del mondo detengono più averi dell’intera popolazione di donne africane.

La sperequazione, a livello globale, ha dunque forti connotati di genere: gli uomini – sottolinea il rapporto  detengono il 50% di ricchezza in più rispetto alle donne. E non soltanto le donne, pur non riconosciute da un punto di vista retributivo, risultano essere il pilastro del benessere delle comunità, ma nel 42% dei casi in tutto il mondo risultano impossibilitate a svolgere un’attività pagata dal momento che la cura dei familiari assorbe quasi tutto il loro tempo.

Anche l’Italia – per citare il recente libro di Paola Setti – si conferma non essere “un paese per mamme”: al 2018, più dell’11% delle donne a causa della cura dei figli non si è mai inserita nel mercato del lavoro. Maternità o carriera nel Belpaese costituiscono ancora per molte un bivio non bypassabile, specie in assenza di condizioni economiche agiate alle spalle. Chi poi un lavoro ce l’ha, è costretta comunque a forti limitazioni nella carriera per conciliare famiglia e lavoro. Cucinare, pulire, fare la baby-sitter, occuparsi di familiari e anziani: ecco che la donna “tuttofare” sopperisce alla carenza di servizi pubblici pagando in prima persona per il benessere dell’intera collettività.

A farne le spese sono inevitabilmente le donne più povereIl report mette in evidenza come le collaboratrici domestiche siano fra i lavoratori più sfruttati, complice l’assenza di tutele legali, la mancanza di limiti orari di lavoro, e spesso l’assenza di un salario minimo. “Nei casi più estremi di lavoro forzato e di tratta si legge nel rapporto le lavoratrici e i lavoratori domestici si trovano intrappolati nelle case dei datori di lavoro i quali controllano ogni aspetto della loro vita, rendendoli invisibili e privandoli di ogni tutela”. E ancora: “Si stima che, a livello globale, i 3,4 milioni di lavoratori domestici costretti al lavoro forzato vengano derubati di 8 miliardi di dollari all’anno, pari al 60% del salario che spetterebbe loro”.

In questo contesto, non solo per le donne avere un’autonomia economica diventa difficile, ma anche la loro partecipazione alla vita politica ne risulta fortemente compromessa: è quanto dichiarato, per esempio, dal 43% delle donne in Bolivia. Eppure, il lavoro di cura nei prossimi decenni sarà sempre più centrale, visto il ritmo di invecchiamento della popolazione mondiale: entro il 2030 – stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) – la domanda di assistenza verrà da 100 milioni di anziani in più e da ulteriori 100 milioni di bambini dai 6 ai 14 anni.

Chi se ne prenderà cura? Il “quadro trasformativo delle 4R”, portato avanti dall’economiste femministe e dalla società civile, da tempo punta a creare il perimetro per una società più equa. Attraverso quattro punti di fondo, che dovrebbero funzionare da bussola di orientamento per le politiche del lavoro future:

  1. Riconoscere il lavoro di cura non retribuito e scarsamente retribuito, svolto principalmente da donne e ragazze, come una forma di lavoro o di produzione con un valore reale.
  2. Ridurre il numero totale di ore dedicate alle attività di cura non retribuite; ciò è possibile grazie a un migliore accesso a dispositivi e infrastrutture di assistenza a basso costo e di qualità che consentano di risparmiare tempo.
  3. Ridistribuire più equamente il lavoro di cura non retribuito all'interno della famiglia e contemporaneamente trasferirne la responsabilità allo Stato e al settore privato.
  4. Rappresentare i lavoratori più emarginati di questo settore e garantire che abbiano voce in capitolo nella progettazione e nella fornitura di politiche, servizi e sistemi che influenzano la loro vita

Oxfam mette in campo le azioni possibili a sostegno di chi fa lavoro di cura: dall’investimento nei sistemi nazionali di assistenza (in cui vanno assicurate almeno 14 settimane di congedo di maternità retribuita e la messa a punto progressiva di un anno di congedo parentale retribuito) e nei sistemi di assistenza intergovernativi alla necessità che i governi assumano provvedimenti per diminuire in maniera drastica la forbice fra ricchi e poveri; dalla promozione di leggi per garantire i diritti di quanti svolgono un lavoro di cura attraverso politiche economiche, legali e lavorative ad hoc alla garanzia che i lavoratori possano partecipare ai livelli decisionali a tutti i livelli; dall’eliminazione degli stereotipi di genere all’affermazione di un’equa divisione del lavoro di cura fra uomini e donne fino alla necessità che le aziende riconoscano il valore del lavoro di cura e sostengano il lavoratore stesso.

Se le donne nel mondo coprono più dei tre quarti dell’intero lavoro di cura, va attuata insomma una decisa inversione di marcia in un quadro normativo preciso che rispetti e promuova esigenze, ambizioni e talenti di ogni donna nell’arco del suo percorso di vita e di lavoro.

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