Articolocultura - linguaggi - stereotipi

Le registe possono
parlare di tutto

Foto: Unsplash/ Jakob Owens

Le registe sono sempre di più. L'importante, secondo Cristina Berlini, è scrollarsi di dosso lo stereotipo delle "tematiche femminili" e sentirsi libere di parlare di tutto. L'abbiamo intervistata a pochi giorni dalla seconda edizione del festival DocuDonna, che dirige

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Giunto alla sua seconda edizione, il Festival internazionale del documentario al femminile DocuDonna che sarà il 24 ottobre a Massa Marittima e il 27 Novembre a Firenze, è l’occasione per fare il punto, con la direttrice artistica Cristina Berlini, sul lavoro di regia delle donne, che con risultati sempre più sorprendenti si accostano oggi al linguaggio del documentario riuscendo a valorizzarne tutte le potenzialità narrative. E, affermandosi con i loro talenti, combattono, insieme, anche i pregiudizi e le diffidenze che ancora sussistono quando a dirigere un film è proprio una donna.

Il 27 Novembre, presso il Cinema La Compagna di Firenze si terrà una tavola rotonda dal titolo Donne nel lavoro culturale…ancora discriminazioni? È così difficile per una donna oggi affermarsi come regista?

Una certa discriminazione c’è stata fino a ora ma ci sono anche incoraggianti segnali di cambiamento. Quando l’anno scorso è partito per la prima volta il festival, avvertivo come fondamentale dedicare un evento alla promozione della cinematografia al femminile. Già oggi una maggiore attenzione verso le donne è visibile: anche i festival più importanti, quelli più grandi, e non solo quelli dedicati alle donne, cominciano a registrare una presenza di donne non trascurabile. Si è insomma fatta ormai avanti la consapevolezza di aver dato poco spazio, fino a questo momento, alla cinematografia fatta da donne. E con questo non intendo la cinematografia "sulle donne", ma il lavoro delle registe sugli argomenti più diversi. Il festival è nato con questo spirito e continuerà in questa direzione. Siamo costantemente in contatto con ricercatrici che lavorano sul tema. Mi piace citare il gruppo del Cnr 'Donne e Audiovisivo' il cui lavoro è proprio concentrato sui temi della parità di genere nel mondo del cinema. 

La selezione dei documentari da presentare nell’edizione di quest’anno ha avuto come criterio guida le tematiche di genere?

Quest’anno ho ricevuto moltissimi film con tematiche di genere. Film con registe donne, su tematiche femminili. Chiedendo un po’ in giro ai produttori, quello che mi è parso di capire è che ci sia attualmente una certa agevolazione nei finanziamenti rispetto alle produzioni che hanno tematiche di genere. Forse perché in questo momento parlare di donne ‘va un po’ di moda’, e si è visto che a livello mediatico e istituzionale c’è un interesse particolare. In ogni caso penso che sia soltanto l’inizio per raggiungere finalmente una parità di diritti anche nel mondo del cinema. Il mio amore per il documentario mi ha portato a voler organizzare un festival per dare attenzione a questa forma espressiva nelle sue diverse tipologie, facendo emergere tutte le differenze che esistono all’interno del genere. Quest’anno, tanto per fare un esempio, avremo anche un cartone animato che è un vero e proprio documentario. Nella mia intenzione non c’è quindi il proposito di selezionare per il festival documentari che trattino prettamente tematiche di genere, ma semmai quello di far sì che si esca dallo stereotipo della donna che parla solo di tematiche ritenute ‘femminili’. Per l'edizione in corso sono arrivati 250 film da 25 paesi diversi e quasi tutti parlavano di argomenti di questo tipo. Forse c’è di mezzo anche il discorso dei finanziamenti più facili per certi tipi di temi che riguardano nello specifico le donne, come dicevo prima. Il rischio che vedo è che possa diventare troppo limitante per le registe donne.

Sembra di assistere oggi a una vera e propria “rinascita” del genere documentario. Sei d’accordo?

Sì. Il documentario, chiamato anche cinema del reale, oggi sta acquistando tantissimo campo. Eppure, è ancora troppo spesso sottovalutato, perché se ne ha un’immagine approssimativa. Ricordiamo che un documentario prevede come minimo tre anni di ricerche sul posto, ed è molto impegnativo. Anche per il documentario, esattamente come per il film di fiction, devi avere una struttura, una sceneggiatura, uno storyboard e devi sapere con precisione cosa andrai a fare. E poi c’è il documentario giornalistico, realizzato direttamente sul campo, che è ancora diverso. Anche nel formato del documentario oggi si sta assistendo a un cambiamento: da prodotti molto lunghi, a prodotti di una decina di minuti. Si sperimenta sempre più, e nel giro di soli quindici minuti si può avere un prodotto completo. Più il documentario è breve e più acquista forza l’idea che c’è alla base. In ogni caso, il linguaggio è sempre più snello, immediato. Non è un caso che susciti un crescente interesse nelle nuove generazioni. 

Il 24 ottobre, al Cinema Goldoni, Valentina Iacoponi presenterà il suo libro Nuove contadine, che fa emergere il contributo che le contadine hanno offerto nell’affermazione dei diritti delle donne.

Si. Mi è piaciuta l’idea di dedicare un momento del festival alla presentazione di un libro, per un momento di riflessione. Vivendo in un contesto rurale come quello della Maremma, cerco di dare sempre spazio a occasioni di scambio intellettuale che siano contestualizzate. 

Oltre a essere l’organizzatrice del festival, sei anche una filmaker e hai all’attivo la collaborazione con diversi progetti artistici e documentari. Hai mai riscontrato difficoltà, nel tuo percorso professionale, per il fatto di essere donna?

Personalmente, particolari problemi non ne ho mai avuti. Anche se sul set ho un approccio leggero, accogliente. E questo crea un’atmosfera abbastanza rilassata. Ma non nascondo la presenza di tante competizioni: anche con molti cameramen, per esempio, ho avuto difficoltà a impormi perché avevano difficoltà a prendere comandi e sottostare alle mie decisioni. L’approccio accogliente in questo ambiente viene spesso visto come una debolezza. E può portare ad annullare la propria indole per la paura di perdere in autorevolezza. A questo si aggiunge il fatto che in Italia l’attività artistica e creativa in genere viene vista ancora come un non lavoro. Non retribuito economicamente come si dovrebbe, e con una assenza di riconoscibilità a livello sociale.