Dati

Sempre più autonome e senza figli, le donne rappresentano la percentuale più alta della popolazione straniera in Italia. Gli ultimi dati del Dossier Statistico Immigrazione spiegano come vivono il mercato del lavoro e come stanno cambiando i loro progetti

Straniere nell'Italia
della crisi

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Foto: Unsplash/ Max Panamá

Nel quadro d’insieme della presenza straniera in Italia la componente femminile resta più consistente di quella maschile, seppure con notevoli variazioni in base al gruppo nazionale di riferimento. Lo conferma lventisettesima edizione del Dossier Statistico Immigrazione[1] presentato la settimana scorsa a Roma: alla fine del 2016, su un totale di 5.047.028 residenti stranieri, le donne rappresentavano infatti il 52,4%. Un volume che per la prima volta dagli anni Novanta subisce una contrazione, seppur esigua.

Sempre più "autonome" e senza figli

Per molteplici ragioni, tracciare i contorni delle migrazioni femminili in Italia e le dinamiche che le attraversano richiede di assumere piste di lettura sempre più articolate. Nel tempo si sono fatte più frequenti strategie migratorie “autonome”, svincolate dal ricongiungimento familiare, che vedono protagoniste donne non al seguito di un partner. Anche rispetto all’andamento delle scelte di fecondità sono in corso importanti mutamenti. Dal 2012, ha preso avvio una fase di ininterrotta diminuzione della fecondità delle donne straniere, facendo seguito a quella che aveva interessato le italiane. Se nel 2012 ogni donna straniera faceva in media 2,37 figli, nel 2015 l’indicatore è sceso a 1,94, caratterizzandosi anche per la “disomogeneità” territoriale: al Nord raggiunge il valore più elevato, con circa 2,06 figli per donna straniera, al Centro quello più contenuto, con una media di 1,73 figli. La congiuntura economica sfavorevole sta probabilmente concorrendo a indurre una procrastinazione delle nascite tra le straniere, tra le quali si è assistito a un progressivo invecchiamento della popolazione in età feconda.

Doppiamente discriminate

Parlare dei mutamenti che stanno interessando la progettualità familiare e le intenzioni di fecondità delle donne straniere, in un contesto molto incerto quale quello attuale, rinvia a questioni complesse e dibattute, con un impatto di assoluto rilievo per il futuro dell’Italia, e che si agganciano alle tematiche più generali della condizione femminile e delle modalità del fare famiglia nel nostro paese. Ci interrogano sugli effetti della sovrapposizione della discriminazione di genere con quella legata all’origine etnica e sulla misura in cui questa “discriminazione nella discriminazione” segna la vita sociale ed economica delle immigrate. Le donne straniere in Italia continuano a fare i conti con radicate disuguaglianze nell’accesso e nella permanenza nel mercato del lavoro, subendo spesso una “doppia discriminazione”, in una dinamica strettamente interconnessa alla sfera della maternità e alla gestione della vita familiare. Riprendendo le riflessioni di Chiara Saraceno[2], possiamo affermare che anche le straniere – come le italiane – sono “costrette a scelte radicali da una combinazione perversa di rigidità del mercato del lavoro (anche quando chiede flessibilità ai lavoratori/lavoratrici) e carenza di servizi”. Non sempre le donne straniere possono fare fronte a questa carenza ricorrendo alle reti informali di sostegno alla famiglia, se il network parentale è rimasto nei paesi di origine: è quindi meno probabile che possano tentare di conciliare famiglia e lavoro avvalendosi del supporto dei nonni, che per le neomadri italiane continua invece a costituire il principale strumento di conciliazione.

Sovraccariche di lavoro familiare

In un contesto nazionale in cui non mancano segnali, seppur timidi, di avvicinamento a un modello meno “squilibrato” di divisione del lavoro, con maggiori opportunità per le donne di accedere al lavoro retribuito e di godere di una distribuzione dei carichi di lavoro familiare più paritaria all’interno della coppia, le famiglie straniere mostrano maggiori difficoltà e resistenze al cambiamento, e qui si rende ancora più complessa la riduzione delle disparità di genere. Sono quelle che Istat individua come “famiglie a basso reddito con stranieri” a risultare in Italia maggiormente “sovraccariche” nella gestione dei tempi di lavoro dentro e fuori casa, peraltro senza distinzione di genere: un uomo su due e quasi tre donne su cinque di questi nuclei lavorano più di 60 ore a settimana tra lavoro retribuito e lavoro familiare. Proprio in queste famiglie, se la donna è occupata, si ha il grado più elevato di sbilanciamento nella distribuzione dei carichi di lavoro familiare, con quasi il 70% del lavoro familiare svolto esclusivamente da lei. Si tratterebbe di un assetto che stenta a venire messo in discussione, se è vero che proprio nelle coppie delle famiglie a basso reddito con stranieri è massima la quota di soggetti che giudica positivamente il modello tradizionale per cui è il maschio capofamiglia a ricoprire le responsabilità di mantenimento della famiglia, essendo l’unico procacciatore di reddito. Tra i gruppi a minor reddito, quelli con stranieri rimangono ancora molto segnati da una visione “conservatrice” della divisione dei ruoli in base al genere, e in queste famiglie la maggioranza delle coppie vede la donna o occuparsi esclusivamente del lavoro familiare oppure, se occupata, ritrovarsi impegnata nel lavoro familiare per un tempo superiore alla media.

Più penalizzate nel mercato del lavoro

I dati più recenti sulla situazione occupazionale delle madri danno la misura di quanto per le straniere l’evento della maternità sia ancora più difficilmente conciliabile con il lavoro salariato. Nel 2016, tra le straniere sono infatti le madri tra i 25 e i 49 anni ad avere il tasso di occupazione più basso, sensibilmente inferiore sia a quello delle straniere senza figli che vivono da sole, sia a quello delle straniere senza figli che vivono in coppia. E lo svantaggio delle madri straniere rispetto alle madri con cittadinanza italiana è particolarmente accentuato, con una differenza di 14 punti percentuali tra i due tassi di occupazione. Anche la dimensione qualitativa dell’occupazione femminile rimane preoccupante, in particolare per le straniere, in termini di stabilità, retribuzione e coerenza con i livelli di istruzione acquisiti.

Dall’inizio della crisi, la penalizzazione delle donne immigrate in termini di qualità del lavoro si è peraltro aggravata, rendendo ancora più evidente la loro segregazione nei livelli meno ambiti della struttura occupazionale e non risparmiando neppure coloro che detengono titoli di studio medio-alti.

Un recente studio sulla condizione occupazionale delle immigrate[3] ha confermato il sistematico svantaggio delle straniere rispetto alle autoctone nell’accedere a posizioni lavorative stabili e qualificate in Italia, rilevando che la storia migratoria familiare non incide tanto sulla possibilità di avere un'occupazione, quanto piuttosto sulla qualità del lavoro. Aver raggiunto l’Italia autonomamente anziché al seguito del marito/partner garantisce migliori possibilità di avere un’occupazione, anche rispetto alle autoctone, ma nel momento in cui si considerano le chance di accesso a posizioni di più alto profilo, tutte le straniere risultano svantaggiate. E lo svantaggio non tende a ridursi nel tempo. Solo nel caso delle immigrate in coppia con un italiano il trend è invece di progressiva integrazione nel mercato del lavoro: dunque, il fatto di poter contare su una rete sociale più ampia e diversificata rispetto a quella garantita esclusivamente da connazionali concorre a contrastare la segregazione in occupazioni dequalificate.

Precarietà - che implica meno reddito a disposizione e maggiori vincoli rispetto alle scelte di fecondità-, vulnerabilità, esposizione a forme di discriminazione e a rischi per la salute si confermano termini ricorrenti nei percorsi di vita di molte immigrate. Come pure la questione della loro esposizione al rischio di violenza, quanto mai pressante in tempi in cui, tra l’altro, migrazioni forzate e presenza di richiedenti asilo e rifugiate sono aumentate.

Note 

[1] Il Dossier Statistico Immigrazione 2017 è stato curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS con il Centro Studi Confronti, grazie al sostegno dei fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese e con la collaborazione dell’UNAR e del progetto Voci di Confine, cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e coordinato dall’Ong Amref.

[2] L’equivoco della famiglia, Laterza, Bari, 2017, pp. 113-114.

[3] G. Ballarino e N. Panichella, Condizione occupazionale e dinamiche familiari delle donne immigrate in Italia, in Quaderni di Sociologia, 67/2015, pp. 83-106.

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