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Sviluppo sostenibile. Quale progresso
per i diritti delle donne?

foto Flickr/nevil zaveri

I nuovi obiettivi per lo sviluppo sostenibile adottati a New York dai capi di governo di tutto il mondo includono l'impegno specifico per l'uguaglianza di genere e l'empowerment delle donne. Quali le opportunità e quali i rischi di questa nuova agenda? 

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A fine settembre i capi di governo di tutto il mondo si sono riuniti durante l’assemblea generale dell’ONU a New York per sottoscrivere l’Agenda 2030 che stila 17 nuovi obiettivi per lo sviluppo sostenibile (in inglese SDGs). L’Agenda 2030 prende il posto degli obiettivi del millennio (in inglese MDGs). Che novità ci sono per i diritti delle donne rispetto agli accordi stilati negli ultimi 20 anni? 

Tra chi lavora per i diritti umani e la salute del pianeta ricorre una battuta secondo cui gli MDGs lanciati nel 2000 furono scritti sul retro di una ricevuta in un seminterrato del palazzo di vetro. Non ci fu consultazione con la società civile e quanto concordato rispecchiava gli interessi dei paesi donatori più che i principi dello sviluppo sostenibile.

Gli MDGs furono deludenti per quanto riguarda i diritti delle donne e la parità di genere, nonostante la Piattaforma di Azione di Pechino fosse stata approvata solo cinque anni prima. Gli impegni prevedevano di colmare il gap di genere nella scuola e ridurre la mortalità materna. 

Ad oggi, sebbene il gap di genere nella scuola elementare sia stato colmato praticamente in tutti i paesi in via di sviluppo, 62 milioni di ragazze ancora non vanno a scuola e una ragazza su tre si sposa prima dei 18 anni. 220 milioni di donne non hanno accesso a metodi contraccettivi e nel 2013 sono morte quasi 300.000 donne per complicazioni in gravidanza. Le donne guadagnano ancora circa il 40% in meno degli uomini, il 35% subisce violenza e solo 22 parlamentari su 100 sono donne. Un progresso lento e irregolare, come l’ha definito la Direttrice Esecutiva di UN Women in occasione dell’8 marzo di quest’anno.  

Nel giugno 2012 i governi del mondo approdarono a Rio de Janeiro per la quinta conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile. Per evitare gli errori commessi al tempo degli MDGs si decise di iniziare un massiccio processo di consultazione con ricercatori, esperti e società civile, organizzata attraverso i cosiddetti ‘Major Groups’, tra cui il Women’s Major Group. Per coinvolgere il maggior numero di persone possibili fu anche lanciato il sondaggio My World cui hanno partecipato 7,7 milioni di persone, interpellate con carta e penna, online e tramite sms. 

Questo dibattito globale ha avuto luogo in un mondo nuovo rispetto al 2000, con equilibri geopolitici stravolti, l’ascesa delle economie emergenti di Cina, India, Brasile e Russia, i cambiamenti portati dalla cosiddetta primavera araba, la diffusione di nuove tecnologie e gli effetti del cambiamento climatico. Sullo sfondo, le politiche globali di austerità adottate in risposta alla crisi del 2008 e livelli di povertà e disuguaglianza che sembravano dimenticati, almeno in Europa. 

In questo contesto emersero due principi che differenziano in maniera fondamentale gli SDGs dagli MDGs. Il primo è l’universalità, cioè l’idea che il nuovo paradigma debba orientare le politiche di tutti i governi, superando la vecchia narrazione dei paesi poveri che devono mettersi in pari con i paesi ricchi. Il secondo principio, condensato nell’espressione "non lasciare nessuno indietro", riconosce che le comunità più marginalizzate non hanno beneficiato né della crescita economica né degli aiuti allo sviluppo negli ultimi quindici anni e si propone quindi di colmare il gap con politiche mirate. 

Femministe del Nord e del Sud e UN Women evidenziarono da subito la necessità di un approccio comprensivo alla parità di genere, da attuare tramite un obiettivo specifico e mainstreaming di genere negli altri obiettivi. Questo approccio ottenne ampio supporto e si concretizzò nel nuovo SDG5: "realizzare la parità di genere e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze" (quanta fatica a parlare di diritti!). Ritroviamo qui molte priorità che erano completamente assenti dagli MDGs: la violenza e la discriminazione di genere, il matrimonio precoce e forzato, la mutilazione genitale femminile, la piena ed effettiva partecipazione delle donne alla vita politica, sociale ed economica e la necessità di politiche mirate per favorire l’uguaglianza di genere. A sorpresa, la questione del riconoscimento e della redistribuzione del lavoro di cura, cavallo di battaglia femminista, ha superato le varie negoziazioni fino ad approdare al documento finale sotto forma di un target specifico. Il target sulla realizzazione dei diritti sessuali e riproduttivi è rimasto nonostante la forte opposizione dei soliti noti. Altri obiettivi promuovono il mainstreaming di genere nell’educazione, l’accesso ai servizi igienici e all’energia. Particolarmente importante è l’obiettivo per contrastare il cambiamento climatico, i cui effetti si stanno già facendo sentire e colpiscono le donne in maniera sproporzionata

Gli elementi progressisti dell’Agenda 2030 sono però oscurati da una visione acritica della crescita economica e da una fiducia altrettanto acritica nel settore privato per finanziare i nuovi SDGs. È stato calcolato che nel 2015 manchino ancora 83 miliardi di dollari per finanziare il raggiungimento degli MDGs, che come abbiamo visto erano piuttosto modesti. Non ci sono stime precise di quanto costerebbe finanziare i nuovi impegni ma si parla di migliaia di miliardi di dollari. Chi pagherà e come, rimane uno dei nodi irrisolti. In luglio, alla terza conferenza sul finanziamento dello sviluppo i governi hanno discusso questioni strutturali come tassazione, politiche monetarie e commerciali globali e il debito sovrano. L’appuntamento, critico per il successo degli SDGs, è stato un’impasse: nessuna riforma è stata annunciata. Secondo molti commentatori l’unico risultato è stato quello di reiterare l’affidamento totale ai flussi di investimento privati per finanziare infrastrutture e servizi. Importante anche notare come nelle discussioni sui finanziamenti i diritti delle donne siano stati interpretati in maniera assolutamente strumentale, cioè come necessari alla crescita economica piuttosto che critici per la dignità delle persone.

Il nuovo SDG 5 con i suoi target non poteva essere dato per scontato e rappresenta certamente una vittoria e un progresso notevole rispetto agli MDGs, soprattutto in un contesto non proprio facile per i diritti delle donne. L’universalità della nuova agenda riconosce che nessun paese ha raggiunto la parità di genere e che i diritti delle donne sono una questione globale. Gli SDGs avanzano un approccio intersezionale, che tenga conto di fattori quali l’età e l’etnia delle persone, ma non arrivano a nominare esplicitamente alcuni aspetti identitari, come l’orientamento sessuale, che sono causa di discriminazione. L’Agenda 2030 non ha valore legale e alcuni stati membri hanno espresso riserve in particolare sul target sui diritti sessuali e riproduttivi ed economici delle donne, considerati in contrasto con le leggi nazionali. Il target sul lavoro di cura è stato annacquato dalla dicitura "come appropriato in ambito nazionale" il che significa che può essere ignorato qualora vada contro ciò che è considerato consuetudine. Visto che le donne impiegano almeno due volte e mezzo più tempo degli uomini nei lavori domestici a livello globale è evidente che la redistribuzione va contro alla normalità praticamente ovunque. 

Non si può quindi gioire facendo un paragone con i ben più articolati e stringenti obiettivi stabiliti a Pechino, che rimangono validi e addirittura visionari, per ambizione e completezza, a vent’anni dalla nascita. Pechino infatti si fonda sul riconoscimento esplicito dei fattori strutturali che impediscono i diritti delle donne e la parità di genere quali le politiche economiche neoliberiste e il militarismo. Il fatto che l’Agenda 2030 promuova lo sviluppo economico e la pace senza voler cambiare gli equilibri di potere mette a rischio non solo l’Agenda stessa ma rischia di far passare Pechino in secondo piano.

La totale fiducia nel settore privato come attore principale della realizzazione dell’Agenda 2030 trova eco preoccupanti nella restrizione degli spazi per la società civile nell’ambito delle discussioni alle Nazioni Unite, per non parlare dei vari contesti nazionali. Sappiamo che dagli anni ‘70 in poi sono stati i movimenti delle donne a far avanzare le leggi nazionali in materia di violenza sulle donne, trasformando quello che era una questione privata in una questione sociale e politica. Nonostante il loro contributo straordinario queste organizzazioni sono sempre più marginalizzate e ignorate da governi e donatori: è stato calcolato che il loro budget annuale medio sia di appena 20.000 dollari. Si continuano a preferire approcci, come il micro credito, che non intaccano le disuguaglianze. Così facendo si ignora la natura eminentemente politica, strutturale e dirompente della lotta per i diritti delle donne. Per quanto l’Agenda 2030 reiteri alcuni principi fondamentali per progredire sulla strada della parità di genere, sembra aver evitato di nominare esplicitamente i cambiamenti necessari per una piena realizzazione dei diritti delle donne di tutto il mondo.