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Tecnologie per la cura,
un'occasione persa?

Foto: Unsplash/ Fancycrave

Le nuove tecnologie potrebbero rappresentare una svolta per l'intero settore dell'assistenza domestica a persone anziane e malate. Ma l'Italia non è pronta a livello culturale

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L’Italia ha tutto, o quasi tutto, per ottenere una piena integrazione tra un uso avanzato delle tecnologie assistive e la cura a lungo termine delle persone anziane e di quelle affette da patologie croniche. Ha le condizioni di domanda, alimentate da un invecchiamento della popolazione - indotto sia dalla diminuzione delle nascite sia da un miglioramento generale delle condizioni di vita - che procede più rapidamente che negli altri paesi occidentali. I dati forniti dall'Unione europea stimano che la percentuale delle persone di età pari o superiore agli 80 anni nella popolazione dell'Ue-28 risulterà più che raddoppiata tra il 2016 e il 2080, passando dal 5,4 % al 12,7 %; e secondo il Ministero della Salute gli ultraottantenni in Italia raggiungeranno il 9% della popolazione già nel 2030. 

La cosiddetta silver economy indurrà, come del resto sta già facendo, processi di trasformazione radicali. A tutti i livelli: dalle relazioni di lavoro, alle relazioni sociali e ai sistemi di welfare, ai sistemi di trasporto, alle caratteristiche e all’uso degli edifici, alle stesse relazioni familiari, modificate dalla necessità di inserire caregiver “esterni”. Una popolazione più anziana lavora e vive in modo diverso. E ha bisogni diversi. Le implicazioni per il sistema socio-sanitario sono immediate. L’invecchiamento della popolazione si traduce, infatti, in una richiesta maggiore di accesso ai servizi sanitari. L’aumento medio della speranza di vita è spesso accompagnato da una più elevata insorgenza di patologie croniche da uno stato di comorbilità delle persone anziane. In quest’ambito si determina una domanda di soluzioni che possano favorire il passaggio delle terapie dall’ambito ospedaliero a quello domiciliare e che possano essere facilmente utilizzate anche da persone non “native digitali”.

La tendenza è quella della deospedalizzazione, ovvero portare, dove possibile, i trattamenti dall’ospedale alla casa. Lo spostamento dei trattamenti dall’ospedale al domicilio ha un impatto positivo non solo sul sistema sanitario (riduzione dei costi), ma anche sui pazienti (maggiore aderenza alle terapie, minor impatto sugli stili di vita). In questo senso vi è una domanda di nuove soluzioni tecnologiche con un orientamento specifico verso la deospedalizzazione, appositamente pensate per un nuovo tipo di utente che ha bisogni che spaziano dalla necessità di non sentirsi socialmente escluso al trattamento di patologie croniche.

In Italia non vi sono solo le condizioni di domanda, ma anche quelle di offerta, potenzialmente straordinariamente favorevoli. Il sistema della ricerca e il sistema industriale sono perfettamente in grado di offrire i materiali, le macchine, i sistemi informativi di controllo e di monitoraggio a distanza dei pazienti che questo tipo di evoluzione necessariamente richiede.

Il sistema della ricerca è largamente inserito nelle partnership sull’invecchiamento sano e attivo - le cosiddette European Partnership on Active and Healthy Ageing - e nei progetti di ricerca tesi all’effettiva realizzazione di soluzioni tecnologiche destinate a soddisfare i bisogni delle persone anziane. Sul fronte industriale, un distretto come quello del biomedicale di Mirandola (ma considerazioni analoghe valgono anche, in larga misura per l’area milanese) è in grado di produrre filtri, connettori, deflussori disposable di ogni sorta e, soprattutto, macchine sufficientemente semplici, duttili e maneggevoli per una molteplicità di trattamenti che possono tecnicamente essere trasferiti dagli ospedali alle abitazioni. Considerazioni parzialmente simili valgono per le tecniche di controllo a distanza.

Un esempio emblematico di possibile deospedalizzazione è quello della emodialisi, uno dei trattamenti che più impatta sulle abitudini di vita dei pazienti - che per 3 volte a settimana devono sottoporsi ad un trattamento di 4 ore consecutive. È un progetto presente nei piani industriali di più gruppi. Ad oggi, tuttavia, a parte qualche test di trasferimento dell’emodialisi a casa del paziente, la pratica è lungi dall’essere consolidata. Esiste la macchina, se pur non a uno stadio pienamente sviluppato in termini di industrializzazione del prodotto, ed esistono le tecnologie di monitoraggio a distanza, anche se le due non sono pienamente integrate.

I problemi tecnici, in altre parole, sono quasi risolti. Ma da qui in poi il quadro diviene estremamente nebuloso. Non è chiaro se la legge rappresenti un ostacolo, non è chiaro a carico di chi debba essere il controllo e il monitoraggio del paziente, non è chiaro di chi siano le responsabilità di intervenire se qualcosa non va come dovrebbe. Non è chiaro quali debbano essere le forme di garanzia e assicurazione contro i rischi per i diversi soggetti coinvolti. D’altra parte, è ovvio che l’implementazione della dialisi a domicilio richiederebbe anche la formazione di figure professionali che oggi non esistono né nel settore pubblico né nel terzo settore - cooperative di assistenza, altri soggetti privati -, oltre a un fortissimo coordinamento dei diversi soggetti a carico del servizio socio-sanitario. 

Cosa non funziona. Il processo di offerta di servizi personalizzati che si è rapidamente configurato richiede, infatti, non solo un riadattamento delle tecnologie disponibili e una integrazione tra tecnologie manifatturiere e digitali ma, soprattutto, una revisione profonda dell’organizzazione sanitaria, il ripensamento di alcuni servizi sociali e la creazione di altri, una ridefinizione delle responsabilità dei soggetti coinvolti nei processi e dei meccanismi assicurativi, e, talvolta, un adeguamento e una semplificazione non di poco conto delle normative vigenti. Una “trasparenza leggera” ostica alla cultura della gestione della cosa pubblica nel nostro paese.

L’Italia, per parti importanti del suo territorio, dispone di una rete articolata e relativamente efficiente di servizi socio-sanitari, talvolta integrata con iniezioni robuste del terzo settore e del volontariato. Ma tutto questo è oggi inadeguato a risolvere i problemi di coordinamento e di definizione di responsabilità assai complessi che la transizione che si è delineata comporta. L’oggetto di cui si discute porta alla superficie uno dei nodi irrisolti del sistema-Italia: l’inadeguatezza della sua cultura amministrativo-gestionale. Non è dunque, se non in un senso molto particolare un problema tecnologico. 

Laddove il coordinamento sofisticato fallisce, rifà capolino il mercato. È il modello mediterraneo. Se, si sarebbe detto una volta, la via alta fallisce, riproviamo con la via bassa ad alta intensità di lavoro, con assistente familiare, magari a basso costo e una montagna di evasione fiscale, con caregiver familiare donna, servizi di accompagnamento in ospedale forniti da volontari anch’essi a basso costo e magari un po’ di servizi integrativi da parte delle grandi cooperative e un poco di servizi di respite da parte delle amministrazioni lungimiranti e che possono permetterselo. Si sta perdendo una opportunità per l’intero sistema industriale, d'altronde non è la prima volta. Se ne sono perse molte altre.