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Diminuire senza
farsi male

Foto: Unsplash/ Ethan Weil

Nel 2065 l’Italia avrà 54 milioni di abitanti, sei milioni in meno di oggi. Ma diminuire non basterà a garantire un'economia sostenibile per tutte e tutti

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Eravamo in tanti e tante, a Firenze qualche giorno fa, a festeggiare i dieci anni di vita di Neodemos, il sito degli studiosi di popolazione col quale noi di inGenere abbiamo talvolta condiviso qualche contenuto, e più spesso obiettivi e sensibilità.

Per segnare questo anniversario, Neodemos ha chiamato studiosi e testimoni di varia estrazione – dal filosofo della scienza Telmo Pievani a Chiara Saraceno e Ilvo Diamanti, da Romano Prodi a Gad Lerner – per ragionare su un tema che ci trova sempre impreparati: quale sarà il futuro non tanto lontano dell’Italia, in relazione al futuro del mondo, e come arrivarci nel modo più consapevole e più “equilibrato”, per non farci troppo male e magari per realizzare un futuro dignitoso.

O comunque un futuro, ci hanno ammonito i più pessimisti (o i più informati?). Il cambiamento climatico, la mutata composizione dell’atmosfera, l’estinzione del 30% delle specie esistenti, sono tre fattori che annuncerebbero un’imminente estinzione di massa, la sesta dopo una serie di cinque estinzioni che hanno colpito il pianeta nel corso della sua storia “profonda”. In questa ragionevole eventualità, il fatto che a metà secolo l’Italia diventi “più piccola”, con qualche milione di abitanti in meno, potrebbe non essere affatto una circostanza negativa dal punto di vista ambientale. Anche se meno positivi saranno gli inevitabili esiti geopolitici – conteremo di meno, sia nel male se volessimo comportarci da “potenza”, sia nel bene se volessimo esercitare un ruolo positivo nelle relazioni internazionali.

Ma niente è semplice in questo esercizio. Non basta “diminuire”, dipende da come lo si fa. Si può continuare a essere una popolazione con età media, e crescente, di 45 anni e 1,3 figli per donna? “Ma cosa c’è di sbagliato nell’essere anziani?”, si è domandata la demografa Silvana Salvini. Sbagliata semmai è l’organizzazione sociale, che trasforma la longevità da risorsa in costo, quando col pensionamento da un giorno all’altro si passa da otto ore di lavoro a zero ore, quando un’uguale età di pensione viene applicata a chi ha una speranza di vita molto diversa – cinque anni separano un uomo laureato da uno con licenza elementare –, quando lo stesso orario e la stessa tipologia di lavoro vengono richieste a un trentenne vigoroso e a un sessantenne oggettivamente meno prestante. L’alternativa è riconoscere diversi bisogni e diverse capacità nel ciclo di vita, evitando di dare risposte uniformi a situazioni che non lo sono: una capacità di cui finora si sono dimostrate sprovviste sia le organizzazioni pubbliche che quelle private.

Una buona demografia è condizione preliminare di una buona economia, e viceversa la cattiva demografia preparerebbe la strada a una cattiva economia, cioè a uno sviluppo economico stentato. Questo è il senso comune, ma niente è scontato e automatico. Prodi ha ricordato che quattro grandi paesi europei con una fecondità ugualmente bassa – Spagna, Polonia, Germania ed Italia, tutti con 1,3 figli per donna – presentano risultati economici molto diversi: due di questi crescono bene con bassa disoccupazione (Polonia e Germania), gli altri due (Italia e Spagna) continuano a soffrire di una disoccupazione molto forte, specie fra i giovani.

Fra sorprese e paradossi, il futuro sembrerebbe regalarci una paradossale “eutanasia della questione meridionale”, ci annuncia lo storico dell’economia Emanuele Felice. Se nel 2065 l’Italia avrà 54 milioni di abitanti, cioè sei milioni in meno di oggi, di questi il Mezzogiorno ne avrà solo un quarto, e non più un terzo, come oggi. Perché tutte le componenti in entrata della popolazione assumeranno a Sud valori negativi: la fertilità stabilmente assestata su un livello inferiore e i flussi migratori dall’estero relativamente bassi, mentre continuerebbe l’esodo verso l’estero dei giovani meridionali.

Ma per guardare al futuro, è anche utile puntare lo sguardo sul presente. Sui 474 mila bambini nati nel 2016, solo 382 mila hanno una mamma cittadina italiana, mentre 92 mila sono nati da cittadine straniere. Ancora di più sono i nati con almeno un genitore straniero – padre o madre. E ancora maggiore risulta il contributo degli immigrati alla fecondità se si considera che un numero crescente di loro è ormai italiano, avendo acquisito la cittadinanza italiana, dopo un lungo soggiorno.

Ciò nonostante, l’immigrazione fa paura. La paura cresce sempre prima delle scadenze elettorali, ha ricordato Ilvo Diamanti, citando un ventennio di osservazioni sondaggistiche. E i paesi in cui, fra le paure più rilevanti, l’immigrazione si trovava ai primi posti – Gran Bretagna e Germania–, sono quelli che hanno riservato brutte sorprese nelle urne elettorali. Quali sono le persone più permeabili ai messaggi di paura diffusi dai telegiornali? Quelle che guardano la tv per almeno quattro ore al giorno, per lo più casalinghe con basso livello di istruzione. Se non bastassero le motivazioni politiche, ci sono quelle commerciali: la paura fa audience, e per questo la tv la diffonde tanto volentieri.

Ma quale classe politica potrà efficacemente proporre se non delle “soluzioni”, quanto meno dei modi intelligenti di convivere con queste trasformazioni? La trasformazione c’è sempre, ha ricordato Massimo Livi Bacci. Sarebbe più confortevole avere delle società stazionarie, dove flussi uniformi di eventi biologici o sociali concorrono a mantenere nel tempo una certa stabilità: ma questo non succede mai, tanto vale cercare di governare il mutamento.

Lamentiamo le culle vuote, ha constatato Chiara Saraceno, ma i bambini italiani, quando nascono, hanno un rischio di povertà maggiore degli anziani. Metà dei poveri assoluti sono bambini e giovani.

E non è il solo paradosso. Qualcuno invoca un’immigrazione qualificata, per inserire nella nostra economia un capitale umano prezioso. Forse prezioso, ma certo poco apprezzato dalla domanda di lavoro, visto che i giovani italiani più qualificati il lavoro spesso devono trovarselo all’estero. Come possiamo attrarre giovani immigrati di qualità, quando esportiamo giovani italiani di qualità? Contemporaneamente, poca attenzione dedichiamo alla seconda generazione, dove stanno emergendo pericolosi deficit formativi – e non a caso, molto alta fra loro è la percentuale dei NEET (not engaged in education, employment or training, ndr). Conseguenza inevitabile, sarà la formazione di due mercati del lavoro non comunicanti, e di due classi sociali diverse, di stranieri e di connazionali.

Per rialzare la natalità non bastano i bonus, precari e reversibili. Quando si decide di fare un figlio, si decide per i prossimi decenni, e non solo per i prossimi mesi. Servono politiche di lungo periodo, con il consenso generale di tutte le forze politiche. La politica francese produce effetti, ma è durata decenni, e non ha subito cambiamenti con il mutare delle maggioranze politiche.

La demografia vive nella lunga durata, ma non di meno ci espone a delle sorprese. Cambiamenti sommersi, nel profondo delle società, improvvisamente giungono a maturazione e producono effetti imprevisti. In Iran, paese musulmano, le donne fanno 1,8 figli. In Africa, i paesi della sponda sud del Mediterraneo hanno diminuito moltissimo la fecondità, anche se rimane doppia di quella della sponda nord. La Nigeria, per cui qualche anno fa si prevedeva in questo secolo una popolazione di 500 milioni di abitanti, ne dovrebbe avere solo 400, anche se questi basteranno ad eguagliare la popolazione europea. Il Brasile, di cui vent’anni anni fa si temeva l’esplosione demografica, ora ha 1,6 figli per donna. La Cina 1,8, anche dopo la fine della politica del figlio unico. L’ottanta per cento delle coppie nel mondo pratica una qualche forma di controllo delle nascite, non necessariamente “moderno”: altrimenti sulla Terra non nascerebbero 2,48 figli per donna, ma molti di più.

In tutto questo, le donne sono causa ed effetto della grande trasformazione. Causa, perché – nonostante tutto – una parte sempre maggiore di loro sceglie. Effetto, perché una demografia meno costrittiva forse consentirà anche a loro uno spazio aggiuntivo di libertà.