Articolodisuguaglianze

Una femminista a Occupy Wall Street

Un'economista femminista racconta per noi il movimento Occupy che ha dilagato negli Stati Uniti, e ci spiega perchè, nonostante il movimento rifiuti le istanze specifiche, le sue richieste fanno bene alle donne. A partire dalle politiche di contrasto alla diseguaglianza

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Tutto è cominciato nel settembre 2011, quando un gruppo di manifestanti a New York ha occupato Zuccotti park, vicino Wall Street, dando vita al movimento Occupy.  Era solo l’inizio e dopo quella prima occupazione, che ha preso il nome di Occupy Wall Street ed è diventata la più famosa, in breve tempo ce ne sono state molte altre nei parchi e in altri spazi non solo negli Stati uniti ma in tutto il mondo. Non sono stati occupati solo spazi fisici, tra le mie occupazioni preferite ci sono Occupy Economics (nel link una spiegazione di Nancy Folbre), e Occupied Wall Street Journal (Ows’s). A determinare la rapida diffusione del movimento è stato il suo messaggio che l’estrema disuguaglianza all’interno della società americana sia profondamente ingiusta. A molti è diventato chiaro che la concentrazione del potere economico e politico nelle mani dei super ricchi (l’1%) compromette la crescita economica e la democrazia. “Noi siamo il 99%” è diventato uno slogan semplice e efficace. Io e molti altri ci siamo occupati per anni di disuguaglianze, ma pur essendo convinta che conoscenza e informazione corretta siano fondamentali, credo che senza un movimento politico è impossibile avviare un cambiamento sociale. 

Sono un’economista femminista e ho passato decenni a fare ricerca, a occuparmi di politiche del lavoro e a combattere per il miglioramento delle risorse economiche a disposizione delle donne statunitensi con bassi salari, specie se madri. Argomenti che ho trattato in saggi accademici e libri e su cui ho scritto articoli per la rivista Dollars and Sense, che propone analisi economiche con un linguaggio semplice, accessibile a tutti. Inutile dire che il movimento Occupymi entusiasma, e sono fiera di Occupy Boston, la città in cui vivo. Ho passato i cinquant’anni e sono tra le fortunate che hanno un lavoro full-time (che in effetti assorbe tutto il mio tempo), perciò non ero tra gli occupanti che vivevano nelle tende, e il mio punto di vista è quello di una sostenitrice.

Di Ows e delle altre occupazioni mi piaceva la rapidità con cui si sono estese, il fatto che l’argomento del 99% colpisse così profondamente molte persone, e la capacità da parte del movimento di cambiare la discussione politica negli Stati Uniti. Da subito, i media sono stati sorprendentemente bendisposti, e sorpresi a loro volta di trovare durante giorno persone di tutte le età solidali con gli occupanti delle piazze di Occupy. Il discorso sull’importanza di ridurre il disavanzo tagliando i servizi pubblici, la sanità e l’assistenza agli anziani è praticamente scomparso, e improvvisamente si è tornati a parlare di tassare i ricchi, cosa che, negli Stati Uniti, non siamo molto capaci di fare.

Una caratteristica interessante è che le varie aree occupate avevano un’organizzazione che funzionava ed era orizzontale. Le piazze più grandi sono state velocemente attrezzate con tende per mangiare e per l’assistenza medica, una biblioteca, spazi per la stampa e per la meditazione. La maggior parte delle decisioni venivano prese in assemblee generali pubbliche, che si tenevano diverse volte a settimana. Ricordo di aver partecipato a molti incontri negli anni Settanta in cui si passavano intere giornate a prendere decisioni condivise. Un’esperienza spesso estenuante e frustrante, visto che basta una sola persona per bloccare qualunque passo in avanti. Tuttavia è un modo per dare la possibilità a chiunque di essere ascoltato, e può portare a un impegno maggiore e a sentirsi “padroni” delle decisioni.

Il movimento di Occupy, con la sua organizzazione orizzontale, è stato accusato di essere troppo idealistico e di non avanzare rivendicazioni specifiche, ma tutto ciò non ne coglie obiettivi e successi. Fin dall’inizio, Occupy Boston ha organizzato un’università libera proponendo ogni giorno lezioni in piazza e altre attività educative. In molte città gli occupanti e i loro sostenitori hanno organizzato delle azioni, spesso in coordinamento con altri gruppi di attivisti. Gli occupanti hanno manifestato in sostegno dei lavoratori in sciopero e delle madri che si battevano per evitare la chiusura delle scuole, contro gli sfratti, contro il racial profiling (i controlli sistematici e discriminanti su base razziale da parte delle forze dell’ordine, n.d.r.). Anche senza posti fisici da occupare, il movimento continua a manifestare davanti alla Casa bianca e in altri luoghi. 

E a proposito di donne e movimento Occupy? Non è facile rispondere. Sicuramente le donne hanno partecipato attivamente come occupanti, per esempio sono rimaste a dormire la notte, e hanno contribuito all’organizzazione. La maggior parte delle persone che hanno occupato ventiquattro ore su ventiquattro, diversamente da chi passava per sostenere o per partecipare ad attività specifiche, ha tra i venti e i trent’anni, sono disoccupati e/o senza casa, e negli Stati uniti ce ne sono un bel po’, specialmente nelle città. Un tratto distintivo di Occupy è la deliberata assenza di leader e portavoce, per cui è difficile stimare l’entità delle voci femminili o maschili. Purtroppo non sono mancate segnalazioni di donne che hanno lamentato di non essere ascoltate o rappresentate nella assemblee generali. Alcuni articoli hanno raccontato di donne molestate nei luoghi delle occupazioni o che di notte avevano paura. Ho sentito le stesse preoccupazioni nella comunità gay, lesbica, bisessuale e transgender. Suppongo che il movimento 99% somigli un po’ al 99% della popolazione.

La maggior parte dei gruppi di Occupy non si fa carico di questioni fondamentali per le donne, come un’assistenza all’infanzia accessibile e di qualità, i diritti riproduttivi (seriamente sotto attacco negli Stati uniti), la riduzione della povertà e la rivendicazione di parità salariale (ma c’è una pagina Women occupy su facebook e una su tumblr). Ma di nuovo, il movimento si è dimostrato piuttosto restio a fare rivendicazioni specifiche. Comunque molti dei problemi legati alle disuguaglianze di cui si occupa il movimento riguardano direttamente le donne. Per esempio i debiti studenteschi sono una questione fondamentale delle occupazioni, e negli Stati uniti le donne che vanno al college sono di più degli uomini, e contraggono più debiti.

Tristemente i sindaci delle città dove ci sono state le occupazioni, di solito democratici e in qualche modo solidali con gli argomenti sollevati, sono riusciti a far sgomberare gli spazi presi dagli occupanti. A volte è stato fatto con la violenza, per esempio a Oakland, in California, bruscamente come a New York, o altre volte pacificamente, come a Boston. Ma al di là del metodo, quella fase del movimento Occupy sembra finita. Nella mia regione l’inverno è lungo e freddo, e campeggiare all’aperto non sarebbe stato in ogni caso una buona strategia. Io e molti altri speriamo che il movimento Occupy continui a reinventarsi, specie in vista delle elezioni presidenziali di novembre, per assicurare che il tema di come la ricchezza ha sovvertito la democrazia e l’opportunità economica rimanga in primo piano.

Sono per lo più ottimista rispetto al fatto che gli interessi delle donne vengano presi in considerazione dal movimento Occupy, perché davvero penso che sia “una grande tenda” e che la riduzione delle disuguaglianze economiche aiuterà le donne. A volte penso che ci sia una tendenza caratteristica della classe media a ignorare gli annosi problemi legati alla povertà e soprattutto a questioni di razza e genere. Io sto con il 99% per assicurarmi che la porta resti aperta alla parità. 

 

Qui il testo originale dell'autrice: