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Voucher per piccoli.
L'esempio inglese

Tra le novità introdotte dalla legge Fornero, i buoni per pagare baby sitter e asili nido. Funzionerà? Uno sguardo al modello dei childcare vouchers, che - insieme ad altri diversi ingredienti - sono alla base della ricetta scelta dalla Gran Bretagna per sostenere l'occupazione femminile

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Il recente interesse dei governi europei alle politiche di istruzione e cura della prima infanzia è motivato sia dal desiderio di aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, che dalla necessità di affrontare i problemi legati alla povertà infantile e agli svantaggi educativi.

Secondo l’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana” del 2010, in Italia la percentuale di bambini tra zero e due anni che frequenta un asilo nido (1), sia pubblico che privato, arriva al 16,3%. La stessa indagine Istat segnala come la disoccupazione sia considerata il problema prioritario del nostro paese da circa l’80% della popolazione (2). Considerato che le donne sono la categoria con il più basso tasso di occupazione (46%) e che circa il 50% di loro esce dal mercato del lavoro con l’arrivo del primo figlio, l’introduzione di politiche di sostegno alle madri lavoratrici appare auspicabile e opportuna.

La carenza dei servizi per la prima infanzia è legata al tasso di disoccupazione femminile poiché le madri che abbandonano il mercato del lavoro per prendersi cura dei bambini rischiano di non rientrarvi a causa del deprezzamento del loro capitale umano. Il rapporto Istat 2010 “La conciliazione tra lavoro e famiglia” mostra come l’eccessivo costo sia considerato il motivo principale di inadeguatezza dei servizi di cura per più del 50% delle donne che non lavora o lavora part-time (Tabella 1).

Tabella 1: Donne tra 15-64 anni che si prendono cura di figli coabitanti e lavorano part-time o non lavorano perché i servizi di cura sono assenti o inadeguati

 

Motivo dell’inadeguatezza dei servizi

Lavorano Part Time

 

Non Lavorano

Orari incompatibili

15.9

 

8.3

Troppo costosi

52.6

 

55.5

Scadenti

3.4

 

7.4

Insufficienti per numero di posti

6.6

 

10.3

Assenti nella zona di residenza

20.6

 

17.2

Altro

0.9

 

1.3

Fonte: ISTAT 2010 – La conciliazione tra lavoro e famiglia.

Garantire i servizi di assistenza all'infanzia a prezzi accessibili è una componente essenziale delle politiche di conciliazione tra lavoro e vita familiare. Un esempio interessante è fornito dalla Gran Bretagna dove la componente femminile della forza lavoro è passata dal 50% nel 1970 al 70% nel 2009 (Office of National Statistics, 2009) e dove il costo dei servizi di assistenza all’infanzia è considerato tra i più alti d’Europa. Uomini e donne occupano quasi lo stesso numero di posti di lavoro, 12,8 milioni gli uomini contro 12,7 le donne, sebbene quasi la metà di questi ultimi siano part-time. Inoltre il divario occupazionale tra sposate e non sposate è basso, e quasi il 70% delle madri con figli a carico lavora, mentre le donne continuano a tornare al lavoro dopo il parto a velocità sempre più elevata (ONS, 2009). Questo non significa che in Gran Bretagna le donne non debbano affrontare un trattamento disparitario: sono quasi sempre loro ad andare in congedo dopo la nascita di un figlio e sono le donne a soffrire la “parenthood penalty” (penalizzazione parentale) in termini di piú bassi salari al loro rientro (Davidson and Burke 2011).

Per cercare di sostenere l’occupazione femminile spiccano i programmi governativi di sovvenzioni, dirette o indirette, alla cura per l’infanzia. Le sovvenzioni dirette prendono la forma di crediti d’imposta, riconosciuti solo ai genitori che pagano direttamente (in tutto o in parte) i costi di asili nido, baby sitter o altri soggetti di assistenza all’infanzia legalmente riconosciuti; tali crediti sono erogati a condizione che entrambi i genitori lavorino piú di 16 ore a settimana (3), possono arrivare a coprire fino al 70% delle spese di assistenza all’infanzia e diminuiscono all’aumentare del reddito fino ad azzerarsi sopra le 65.000 sterline (circa 80.000 euro) (4),  in modo da garantire la progressività del sistema.

Le sovvenzioni indirette prendono la forma di childcare vouchers e vengono erogati dai datori di lavoro attraverso programmi volontari. I vouchers sono solitamente finanziati attraverso un “sacrificio dello stipendio” liberamente accordato dal lavoratore (5) e il risparmio consiste nel fatto che l’ammontare versato per il programma di childcare é detraibile. In più a partire dal 2003, il governo britannico assicura il diritto alle neo madri di ottenere condizioni di lavoro flessibili, sia in termini di orario, che di ore lavorate o di luogo di lavoro (6).

Crediti d’imposta per le spese di assistenza all’infanzia condizionati al rientro nel mercato del lavoro non solo permettono alla madre di mantenere l’occupazione e guadagnare, ma costituiscono un potenziale beneficio per il bambino in termini di superiori abilità cognitive e prospettive d’impiego in futuro. Il beneficio è tanto più alto, quanto più basso è il livello d’istruzione del nucleo d’origine.

Che l’istruzione formale (di alta qualità) nei primi anni di vita abbia un effetto positivo sui risultati scolastici negli anni successivi è stato ampiamente documentato: nell’articolo Human capital policy (politiche per il capitale umano), l’economista premio nobel James Heckman si chiede come mai il 20 per cento della forza lavoro americana sia pressochè analfabeta nonostante le ingenti somme di denaro spese dal governo per l’istruzione primaria e secondaria; la sua conclusione è che l’accesso a strutture educative di qualità dovrebbe essere anticipato alla prima infanzia per ovviare ad eventuali carenze nella famiglia d’origine (Heckman, 2003). Infatti, pur riconoscendo il peso dei fattori genetici nel determinare le future abilità cognitive del bambino, Heckman considera cruciale il ruolo esercitato dai dei fattori ambientali, soprattutto nei primissimi anni d’età e in maggior misura per i bambini nati in famiglie svantaggiate.

Il rapporto Ocse 2007 (Oecd family database) mostra come l’Italia sia caratterizzata da una bassissima spesa pubblica per il sostegno alle famiglie, sia in termini di trasferimenti, che in termini di incentivi fiscali.

Il provvedimento di riforma del mercato del lavoro (a questo link la versione approvata dal senato) prevede l'introduzione di voucher per servizi di baby-sitting o asili nido (pubblici e accreditati), proprio allo scopo di sostenere l’occupazione femminile e ridurre le disuguaglianze. Tale iniziativa sarà finanziata con le risorse del "Fondo per il finanziamento di interventi a favore dell’incremento in termini quantitativi e qualitativi dell’occupazione giovanile e delle donne": fondo che dispone di 200 milioni di euro per il 2012,  300 milioni di euro annui nel 2013 e nel 2014 e a 240 milioni nel 2015 (7). Il provvedimento  ha ricevuto diverse critiche, in quanto privilegerebbe i servizi privati a scapito del servizio pubblico. Tuttavia i voucher si pongono in modo neutrale rispetto alla scelta fra il settore pubblico e quello privato perché possono essere usati per entrambi; al contrario, destinare tutte le risorse ai nidi giá esistenti – quasi tutti concentrati nelle regioni in cui l’occupazione femminile è già nelle media Ocse – rischierebbe di aggravare lo squilibrio economico ed occupazionale del nostro Paese. Anche per questo motivo i voucher, commisurati al reddito (allo scopo di garantire la progressività) e condizionati all’impiego, potrebbero essere più efficaci.



Bibliografia

Carneiro, P. and Heckman, J. J., (2003) “Human Capital Policy”. IZA Discussion Paper No. 821.

Davidson M, Burke R. (2011) “Women in Management Worldwide: Progress and Prospects” Gower Publishing Ltd.

OECD – Family database, 2007 http://www.oecd.org/document/4/0,3746,en_2649_34819_37836996_1_1_1_1,00.html#public_policy

ISTAT 2010 – La conciliazione tra lavoro e famiglia

Starting strong II: Early childhood education and care. OECD 2006


NOTE

(1) L’Istat definisce l’asilo nido come “un servizio rivolto alla prima infanzia per promuovere lo sviluppo psico-fisico, cognitivo, affettivo e sociale del bambino e offrire sostegno alle famiglie nel loro compito educativo”.

(2) Più importante della criminalità (51%), dell’evasione fiscale (27%) o della povertà (27%).

(3) A meno che uno dei due componenti non sia malato, disabile, in ospedale, in prigione o beneficiario di assengo di cura.

(4) È da notare come la legge inglese non faccia alcuna differenza tra madre e padre: nel testo ufficiale dell’agenzia dell’entrate (HM Revenue & Custom ) viene usato il “tu” impersonale – puoi usare il credito d’imposta solo se “tu” lavori – e il “tu” non ha sesso.

(5) A meno che il lavoratore sia remunerato al livello del salario minimo.

(6) La legge considera discriminazione indiretta il rifiuto da parte del datore di lavoro di accordare condizioni di lavoro flessibili alle donne con bambini (OECD family database, 2007)

(7) Secondo il comma 27 dell'art.24 della l. 214/2011.

Commenti

Inviato da manuela cartosio (utente non registrato) il

Ma i voucher in Italia, dove nidi e asili pubblici non coprono la domanda potenziale, non sarebbero per nulla neutrali. Incentiverebbero il privato. O no? Manuela

Inviato da cesira il

Ciao Manuela,
presumo che la mancanza di posti sufficienti negli asili pubblici sia dovuta a una carenza di fondi per pagare le educatrici (numero minimo per bambino), non una carenza di spazio fisico. Per cui se gli asili vengono finanziati direttamente dallo stato o indirettamente tramite i voucher non dovrebbe fare differenza.
E comunque, ricordiamo che la ratio del provvedimento è di incentivare il lavoro femmilile, per cui l'importante è che si offra alla madre lavoratrice un'opportunità in più.

Inviato da Francesca Bettio (utente non registrato) il

Il messaggio che ho recepito è che i vouchers potrebbero aiutare a ridurre lo squilibrio economico ed occupazionale del nostro paese perché incoraggiano i datori di lavoro a fare da prestatori di ultima istanza a favore delle donne che hanno maggiori problemi di liquidità; quelle stesse donne a basso reddito e magari residenti al Sud che latitano dalle statistiche sull’occupazione perché non si possono permettere di ‘comprare’ costosi servizi all’infanzia. Questo è vero. Rimane però da capire se le modalità con cui i vouchers saranno attuati e la scelta di allargare i sussidi alle baby sitter (oltreché ai nidi) centreranno l’obiettivo.

Va premesso che i nidi hanno spesso orari rigidi o relativamente corti per una donna che lavori full-time o in fasce orarie ‘atipiche’. Le baby sitter possono quindi servire ad integrare i servizi di un nido, non devono necessariamente sostituirli. Il fatto che una prima versione del decreto Fornero avesse dato priorità alle baby-sitter fa però pensare che l’obiettivo del legislatore sia quello di creare nuova offerta di servizi o di fare emergere l’offerta di baby sitting in nero piuttosto che integrare il servizio dei nidi che già operano.

Se questo è l’obiettivo, più che all’esperienza della Gran Bretagna occorre guardare a quella della Francia, dove gli Cheque Services, ovvero i vouchers, hanno indubbiamente creato occupazione o l’hanno fatta emergere. In una prima versione, però, lo strumento ha sollevato più di una perplessità sulla qualità dell’occupazione che veniva creata nonché sulla qualità del servizio reso. Il sistema è stato profondamento modificato dalla riforma attuata nel 2005 che ha introdotto gli Cheques Services Universelles di cui abbiamo parlato su inGenere. Insomma, non tutti i vouchers sono uguali, ma il testo della nuova legge dice poco in proposito.

L’eventuale vantaggio che potrebbe derivare dalla creazione di nuova occupazione (o dal far emergere occupazione in nero) va comunque pesato con altre considerazioni. Quando si opta per una baby sitter privata, uno dei genitori, generalmente la madre, rischia di accollarsi un carico di coordinamento, responsabilità e integrazione del lavoro di cura ancor più di pesante di quanto non succeda con l’affido ad una qualche struttura organizzata quale un nido. L’esperienza delle badanti qualcosa ci dice in proposito. E la qualità del servizio rischia di essere una variabile aleatoria. Sarà un caso che l’Eurostat abbia operato questa scelta per misurare quella che viene chiamata ‘formal care’ ?:
“Care provided by childminders without any structure between the carer and the parents (direct arrangements) has? been excluded from the definition of "formal care" in order to take into account only childcare recognised as fulfilling certain quality patterns”

Inviato da crist.ina (utente non registrato) il

I vouchers da spendere in asilo sono un sussidio alla domanda e non all'offerta. In Italia non c'è ad oggi nessun forma di sussidio al rientro al lavoro da maternità. Rientrare al lavoro costa circa 500 euro al mese sia che il bimbo venga mandato a un nido pubblico o privato. Di fatto, la retta di un nido pubblico in una famiglia dove entrambi lavorino anche con stipendi medio-bassi e con casa di proprietà (ossia la maggioranza delle famiglie italiane con esigenza di utilizzare il servizio dei nidi) è pressochè identica a quella di un privato. Rientrare al lavoro è quindi assai oneroso. Spesso si ignora che dire posti in nido pubblico non significa ridurre l'incidenza del costo di cura per le famiglie con neonati. Mandare un bimbo al nido pubblico o privato che sia è assai costoso. Sono tre anni da incubo finanziario per le famiglie con bebè. Una più attenta riflessione andrebbe fatta su cosa intendiamo per aiuti al lavoro femminile e cura dei neonati e quali forme di sussidio pubblico siano più efficienti per conciliare i tempi di lavoro con quelli di cura. Ad esempio, la domanda di cura infantile ha spesso orari che coprono un vasto arco di tempo nella giornata. Non tutte lavoriamo le classiche 9-18, pausa pranzo inclusa. I micro nidi capillari e flessibili negli orari (un servizio sussidiato da molti Comuni in Italia) possono venire incontro a queste esigenze più specifiche? Come non rendere il rientro al lavoro un incubo e pure molto costoso riuscendo ad essere serene nella scelta di cura per i propri bimbi? Quando si parla di asili pubblici e privati perché vederli in contrapposizione e non in complemetarietà ad esempio perché sopperiscono ad esigenze di lavoro e flessibilità di orario differenti? Più scelta equivale sempre a un miglioramento. Ad oggi mi pare che la gamma di scelte di cura infantile sia assai ridotta e pure costosa.

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