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Anche le donne cinesi scioperano

Possibile? A metà aprile dell’anno scorso centinaia di operaie di una fabbrica di giocattoli della provincia di Guangdong, tutte emigrate dalla zona rurale, hanno occupato lo stabile affinché il proprietario non chiudesse la fabbrica senza dar loro un adeguato compenso. Tradizionalmente in questa provincia le donne, assunte per la loro presunta docilità e acribia, sono di gran lunga più numerose degli uomini nei settori produttivi ad alta intensità di manodopera. Ma negli ultimi tempi, spiega l’Economist, le cose stanno cambiando: al venire meno della grande disponibilità di lavoratori a basso costo, i direttori delle fabbriche cercano di tenersi strette le loro operaie. Parallelamente molte lavoratrici si sono trasferite nelle città, dove hanno acquisito maggiore istruzione e consapevolezza dei loro diritti. Comincia quindi, finalmente, a declinare lo stereotipo della passività femminile nelle grandi fabbriche.

Le donne hanno ancora un’educazione inferiore  rispetto agli uomini (mediamente studiano un anno in meno e si fermano alle scuole primarie o ai primi anni delle secondarie), ma lo scarto sta diminuendo. Leslie Chang, giornalista Americana, in un report sulle donne di Dongguan, ha scritto che “le donne sono più motivate a cercare di migliorare se stesse e considerare di emigrare per avere maggiori prospettive di vita”.

Le donne stanno acquisendo un ruolo sempre più importante nell’attivismo e nelle rivendicazioni politiche: durante le proteste nelle fabbriche di giocattoli di Shenzhen tra i lavoratori sono state scelte come rappresentanti per condurre le trattative tre donne su cinque; nei primi tre mesi dell’anno scorso circa un quinto degli scioperi a Guangdong hanno visto protestare in maggioranza lavoratrici. Le donne sono anche quelle che più hanno diffuso foto e notizie sul web. Tra i loro slogan “Cattivo direttore, ridacci indietro la nostra gioventù!”.