Per lungo tempo stigmatizzate e marginalizzate, le donne sopravvissute ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, come Keiko Ogura, portano un messaggio di speranza, di vita e di pace, che si oppone alla storia di una bomba progettata dagli uomini. Una testimonianza dal Giappone
La prima cosa che ho pensato di Keiko Ogura quando l'ho incontrata, in una caldissima giornata di agosto, dentro una stanza del Museo della pace di Hiroshima, è che la voglia e la determinazione di tramandare al mondo la sua storia non erano poi così diverse da quelle di donne come Giacomina Castagnetti, staffetta partigiana di Reggio Emilia. Entrambe sopravvissute. Entrambe con un senso del dovere nei confronti del mondo: testimoniare e raccontare l’orrore che hanno vissuto. “Negli occhi di una donna ritroverai sempre lo sguardo di un’altra donna” pensai sorridendole.
Keiko indossava una camicetta bianca, era molto bassa, più di me. Portava occhiali da vista con una montatura scura che non restavano mai dritti, ma a lei sembrava non importare. I capelli corti e neri incorniciavano un volto i cui occhi non tradivano alcun sentimento. Non riuscii a porle la prima domanda: non appena mi sedetti e accesi la videocamera, iniziò a parlare, come se quella storia l’avesse imparata a memoria.
A giugno dell’anno scorso, insieme a mio marito Riccardo abbiamo deciso di partire per il Giappone. Nonostante ci avessero avvisati del caldo torrido in quel periodo dell'anno, sapevo che quel viaggio era necessario. Per me viaggiare significa incontrare volti e voci di donne che, attraverso le loro storie, possono farmi comprendere le condizioni in cui vivono, le tradizioni e le culture di cui sono custodi. Così iniziarono lunghe giornate di ricerca e un susseguirsi di mail in giapponese e in inglese per scovare storie da raccontare sul mio blog Aspasia All World’s Women. Essere testimone e portavoce di altre culture è il senso e il lavoro della mia vita.
Mi sono imbattuta nella storia di Keiko Ogura navigando sul web. Keiko è quella che in giapponese viene chiamata hibakusha, cioè una sopravvissuta alla bomba atomica di Hiroshima. Dopo una ricerca più approfondita, riuscii a reperire la sua mail e quella del Peace Memorial Museum. Fu proprio Keiko a rispondermi per prima, dicendosi felice di incontrarmi il 13 agosto alle ore 13.00, al Museo Memoriale della Pace, per assistere alla sua testimonianza. Mi pregò, inoltre, di contattare lo staff del memoriale per organizzare un’intervista. Provai una gratitudine immensa. Avrei intervistato una donna sopravvissuta alla bomba atomica sganciata dall’aereo americano Enola Gay il 6 agosto 1945, causando sul colpo quasi 80.000 morti.
Io, che solo pochi anni prima avevo letto L’ultima vittima di Hiroshima. Il carteggio di Claude Eatherly, il pilota della bomba atomica di Günther Anders (Mimesis Edizioni, 2016), mi trovavo ora di fronte alla possibilità di incontrare una sopravvissuta a un evento catastrofico per cui nessuno ha mai “pagato”, se non le vittime stesse. Era, ed è ancora oggi, uno dei momenti più significativi della mia vita.
Raggiungere Keiko non fu semplice. Le rigide linee guida del museo su come contattare le persone sopravvissute mi fecero temere che l’incontro potesse sfumare. E invece quel giorno, mentre Keiko concludeva la sua presentazione davanti a un pubblico attento, accade qualcosa di inaspettato. Dopo le foto e i saluti di rito, chiese se in sala ci fosse una giornalista italiana con cui aveva avuto uno scambio di email. Ero io. Con il cuore che batteva forte, mi feci avanti.
Quel giorno avrei voluto fare tante domande alla donna minuta che mi era seduta di fronte, ma le sue parole erano pesanti come mattoni da spostare. Per lei, che quel fatidico 6 agosto del 1945 era solo una bambina di 8 anni a cui il padre aveva detto di restare in casa per la paura di un imminente bombardamento, quel giorno la vita cambiò radicalmente. Oggi, narratrice ufficiale della bomba atomica per la Hiroshima Peace Culture Foundation, racconta che dopo la morte del marito ha sentito dentro di sé una vocazione, una responsabilità: raccontare al mondo cosa è stato per i giapponesi e le giapponesi vivere quello che lei definisce “un esperimento”.
Günther Anders, filosofo dell’antiatomica, ha parlato più volte di quel giorno come di “una nuova era”. La consapevolezza dell’esistenza dell’atomica, e con essa la possibilità che “il mondo possa divenire una nuova Hiroshima”, riecheggia nei suoi scritti e nelle parole di quella bambina che oggi ha 88 anni, ma che ricorda la sua infanzia con una lucidità disarmante.
“Eravamo esperimenti, nessuno sapeva cosa stava succedendo e come aiutare chi urlava di dolore con i lembi di pelle che cadevano dal corpo. Hiroshima bruciò tutta la notte e anche il giorno dopo. Non capivamo come un'unica bomba potesse fare tutto questo”.
Queste le parole pronunciate da Keiko, mentre mi allungava gli articoli conservati dei giornali internazionali che le riconoscevano, a distanza di tanti anni, l’impegno di essere una testimone. L’intervista è durata più di due ore. Feci poche domande, spesso sopraffatta dal bisogno di ringraziarla, di farle capire quanto fosse importante ciò che stava facendo, non solo per me, ma per il mondo intero.
A una domanda, però, tenevo particolarmente: “Cosa significa per lei essere una donna sopravvissuta?”. Mi guardò dritta negli occhi e rispose: “Non siamo solo cicatrici invisibili”. In questa frase trovai sorellanza. Scovai la definizione universale di cosa significhi essere donna. Da quel giorno, mi promisi che, se mai qualcuno mi avesse chiesto cosa rappresenta per me l’essere donna, avrei risposto con le parole di Keiko Ogura.
“Le donne”, mi raccontò, “durante la guerra, ma anche dopo, combatterono la propaganda e rappresentarono la vita quotidiana di intere famiglie. Noi che rubavamo il riso per fare il latte ai bambini e combattevamo contro la polizia che voleva sequestrarcelo, abbiamo avuto per tanti anni il rimorso e la paura di raccontare ai nostri figli di essere delle sopravvissute. Noi potevamo essere responsabili di problemi genetici viste le radiazioni nei nostri corpi”.
Lei che aveva sete di raccontare, parlava della vergogna con un tono basso, pieno di sofferenza: “Noi hibakusha eravamo marginalizzati. Nessuno raccontava di essere un sopravvissuto perché le persone ti stavano lontane. Ti guardavano con occhi diversi. Avevano paura di te e noi donne ci sentivamo ancora più responsabili nei confronti delle nuove generazioni”. Una vergogna contagiosa, capace di colpire anche chi non fu vittima diretta, come Claude Eatherly, l’aviatore che dichiarò il cielo sereno su Hiroshima prima dello sgancio della bomba. O come me, quel giorno, davanti a Keiko, mentre mi sentivo parte di una specie, l’unica in grado di annientare il mondo.
La Hiroshima di oggi racconta un nuovo mondo, il mondo dell’atomica, attraverso l’entità opposta alla morte: la vita. Quando vidi per la prima volta il campo di sterminio di Birkenau, respirai morte. Quando vidi Hiroshima, respirai vita. Non è un caso che, proprio nell’ipocentro dell’esplosione, oggi sorga un ospedale: l’edificio che per definizione protende alla vita.
Alla fine della nostra intervista, Keiko mi disse: “Noi abitanti di Hiroshima dobbiamo essere per il mondo l’esempio di pace”. In una storia raccontata dagli uomini, di una bomba progettata e voluta da uomini, questa donna è il simbolo di una speranza che continua ad ardere. Come la fiamma della pace, accesa a Hiroshima, che resterà viva “fino al giorno in cui tutte le armi nucleari saranno scomparse dalla Terra”. Hiroshima non è solo una città. È un monito. E Keiko Ogura è la sua voce.
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