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Caregiver e bonus bebè, non ci siamo

Foto: Unsplash/ Picsea

La legge di bilancio 2018 giunge alla chiusura di mandato e subito prima delle elezioni. Questo dato temporale accentua un “vizietto” della politica istituzionale italiana: quello di distribuire pochi soldi a tutti invece di investire in cambiamenti strutturali. È la miopia della logica di breve periodo, della capitalizzazione immediata, possibilmente in termini di consenso elettorale. È anche la negazione della visione politica, della costruzione, delle trasformazioni profonde. Così, invece di rafforzare i servizi e le infrastrutture sociali si preferisce distribuire 40euro di qua, 80 euro di là, 500 euro ai 18enni, veicolando l’idea di una cittadinanza a cui si accede da consumatori. Sono due in particolare i temi su cui ci soffermiamo:

I soldi per il caregiver. 20 milioni l’anno per tre anni per un fondo da destinare alle persone che si prendono cura di un familiare non autosufficiente o invalido. Pochi spicci, che vanno ad aggiungersi all’indennità di accompagnamento per i non autosufficienti e che rafforzano il messaggio che l’unico welfare è quello famigliare. Abbiamo già una legge per concedere congedi a chi deve assistere un disabile e vuole continuare a lavorare (la 104, che vale sia per il settore privato che per il pubblico). Invece di aggiungere aiuti concreti a chi si ritrova un parente con bisogno di assistenza a carico (centri diurni, assistenza a domicilio che crea posti di lavoro) si danno soldi per incoraggiare (le donne) a stare a casa.

Il bonus bébé. Dimezzato nell’importo, ma reso strutturale. Simbolico per simbolico, sarebbe stato meglio qualche giorno di congedo di paternità in più (il congedo obbligatorio di un solo giorno introdotto dalla legge Fornero e poi allungato a due giorni, è stato utilizzato finora da una minima parte dei neo-padri; e nell’uso di quelli facoltativi siamo a “sole” 52 settimane meno due giorni di distanza dal Giappone). Anche le detrazioni fiscali proporzionali al reddito potevano essere uno strumento utile, per non parlare degli asili nido, dell’assistenza domiciliare nel post-parto, delle aperture straordinarie dei nido una sera a settimana. Insomma, di misure di maggior impatto e più ampio respiro, principalmente in termini di visione, ce ne sarebbero tante.

Speriamo che la politica sappia cambiare passo, fare progetti di medio e lungo periodo, avere una visione e la capacità di costruire le infrastrutture, specialmente quelle sociali, necessarie per dare risposte concrete e accompagnare le profonde trasformazioni nelle aspirazioni delle donne e nella struttura delle famiglie del nostro paese.