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Padri per un giorno. In Italia il congedo più corto

foto ILO

La durata del congedo di paternità dipende dal paese di residenza, non tutti i padri del pianeta, infatti, hanno lo stesso diritto alla cura dei figli. A ricordarlo in una mappa è lo studio dell’International Labour Organization (ILO) uscito nel maggio scorso, una ricerca che porta al centro l’analisi di legislazioni e misure su maternità e paternità a lavoro in 185 paesi e territori. Tra le questioni trattate, anche quella dei congedi di paternità. Nella mappa, il congedo di paternità è definito come un periodo di sospensione del lavoro, pagato o non pagato, riservato ai padri in relazione alla nascita di un figlio, non si tiene quindi conto delle disposizioni relative ai congedi parentali utilizzabili dalla madre e dal padre, o dei giorni di congedo che la madre può trasferire al padre.

Il divario è grande tra paesi diversi come, ad esempio, la Norvegia, dove un padre ha accesso a 112 giorni di congedo di paternità, e l’Italia dove – insieme a Tunisia, Arabia Saudita e Mozambico - il giorno in questione è solo uno. Tra i paesi in cui la durata del congedo riservato ai padri è più alto, anche Islanda (90 giorni), Stati Uniti (84 giorni) e Svezia (70 giorni). Il rapporto mostra anche che la maggior parte dei paesi hanno stabilito una legislazione per proteggere e sostenere la maternità e la paternità sul lavoro, anche se tali disposizioni non sempre soddisfano le norme dell'OIL. Una delle sfide è proprio l'effettiva attuazione della normativa, al fine di garantire che tutti i lavoratori siano in grado di beneficiare di tali diritti fondamentali, spiega l'ILO. 

In Italia oltre a un giorno di congedo obbligatorio e retribuito (una misura a dir poco simbolica, introdotta nel 2012 dalla Legge Fornero), dalla nascita del figlio i padri possono prendere due giorni supplementari retribuiti attingendo dalla astensione di maternità obbligatoria della madre. Nel nostro paese, il congedo parentale di sei mesi è stato introdotto nel 2000 come diritto individuale e non trasferibile, con il limite che ogni nucleo familiare può raggiungere complessivamente dieci mesi di congedo. Se il padre, poi, prende un congedo di almeno tre mesi, ha diritto ad un ulteriore mese per un totale di 11 mesi per nucleo familiare. Tuttavia, si tratta di un diritto esclusivo, di cui i due genitori non possono godere contemporaneamente (come invece accade negli Stati Uniti), e che riguarda la fase successiva ai primi cinque mesi dalla nascita del bambino riservati invece alla madre. 

La strada della condivisione nella cura dei figli nel nostro paese è ancora lunga e le nuove leggi lo confermano. Come ricorda Tiziana Canal nell’articolo Storie di padri non previsti dal Jobs Act “negli anni è cresciuta la quota di padri che usufruiscono del congedo, (dal 2009 al 2013 si è passati, ad esempio, dal 8,6% al 12,% di padri che hanno utilizzato il congedo parentale nel settore privato e agricolo), ma tuttora sono ancora troppo pochi coloro che vi ricorrono”. Questo perché, e lo dimostrano studi come quello dell’ILO citato sopra, la diffusione dei congedi riservati ai padri è soprattutto culturale, e di conseguenza determinata dalle politiche economiche. Spesso, nei paesi dove il numero di padri che utilizza il congedo è più alto, la retribuzione dei mesi di congedo è totale. Quando invece la retribuzione viene ridotta del 30%, come accade in Italia, le donne, che qui hanno gli stipendi più bassi, restano le principali fruitrici del congedo.