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Spose e madri bambine, un fenomeno globale

foto UNFPA

Sono 60 milioni i matrimoni forzati nel mondo, 146 i paesi dove le ragazze possono sposarsi al di sotto dei 18 anni e 52 quelli in cui il matrimonio è consentito prima di compiere i 15 anni. E anche dove la legge lo impedisce, si verificano casi limite di matrimoni combinati con bambine di 8 o 10 anni. A spiegarlo è l'On. Pia Locatelli, coordinatrice del gruppo parlamentare 'Salute globale e diritti delle donne' in apertura della conferenza organizzata insieme all'Associazione Italiana donne per lo sviluppo (AIDOS) per diffondere i dati raccolti sul fenomeno dei matrimoni precoci o forzati a livello globale. Una realtà, quella delle spose e delle madri bambine, che in un periodo di grandi migrazioni non riguarda solo il Sud del mondo, ma anche i paesi industrializzati. Sono 2mila le ragazze nate in Italia costrette a sposarsi nel paese d'origine, rende noto AIDOS che per l'occasione ha proiettato alcuni video curati dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) intitolati Too young to wed.

Le cause? Una combinazione di diversi fattori: norme sociali radicate, povertà, diseguaglianza di genere e mancanza di rispetto dei diritti delle/dei minori. Se non si interviene per arginare il fenomeno, entro il 2020 le spose bambine saranno oltre 140 milioni, spiega l'associazione. "Ogni giorno, 20.000 ragazze sotto i 18 anni diventano madri nei Paesi dei sud del mondo. Le giovani sotto i 15 anni che partoriscono ogni anno sono 2 milioni su un totale di 7,3 milioni di madri adolescenti; se le tendenze attuali proseguiranno, il numero di nascite da ragazze sotto i 15 anni potrebbe salire a 3 milioni l’anno nel 2030" ha spiegato Maria Grazia Panunzi, Presidente AIDOS, riferendosi ai dati del rapporto UNFPA Lo stato della popolazione nel mondo 2013.

"Ad un’alta percentuale di matrimoni forzati spesso corrisponde un’alta percentuale di mortalità tra le giovani donne, circa 70.000 adolescenti nei Paesi del sud del mondo muoiono ogni anno per cause collegate alla gravidanza e al parto. I dati ci restituiscono in modo immediato la realtà su cui lavorare: in Asia Meridionale, il 46% delle ragazze sotto i 18 anni è sposata, il 39% nell’Africa sub Sahariana, il 29% in America Latina e Caraibi, il 18% in Medio Oriente e Nord Africa. Spesso questa pratica viene utilizzata come strategia di sopravvivenza dalle comunità vulnerabili durante i confitti, le crisi economiche e i disastri naturali" ha continuato Panunzi.

La pratica, come del resto è riconosciuto a livello internazionale, rappresenta una forma di violenza contro le donne e le ragazze, limitandone l'accesso alla salute, all'istruzione, a relazioni libere dallo sfruttamento e dalla coercizione.

Come fare allora a monitorare il fenomeno sui territori? "Per ragioni di natura metodologica è difficile, se non addirittura impossibile, quantificare con precisione il fenomeno dei matrimoni forzati a causa della concomitanza di alcuni fattori quali la stima soggettiva del grado di coercizione e di conseguenza del consenso, il problema della sottodichiarazione, la carenza di basi di rilevamento e quindi mancanza di rappresentatività statistica, e soprattutto il fatto che le persone coinvolte possono sentirsi stigmatizzate socialmente" ha spiegato poi Maura Misti, del CNR, che ha presentato i risultati raccolti dalla ricerca Il matrimonio forzato in Italia curata da Le Onde Onlus.

L'indagine si basa sui dati relativi alle comunità immigrate nel nostro paese alla fine del 2012 incrociati cautamente con i dati Unicef sulla quota di persone coniugate prima dei 15 e dei 18 anni. Tra le comunità presenti in Italia esposte al rischio ai primi posti troviamo i paesi del sud est asiatico (Bangladesh, Pakistan, India, Sri Lanka) caratterizzati da una limitata presenza di donne; alcuni paesi africani (Senegal, Ghana, Nigeria, Egitto) anch’essi – a parte la Nigeria - caratterizzati da una bassa presenza femminile.  Il Marocco e l’Albania, presenti nella lista dei paesi a rischio, spiega l'indagine, rappresentano le comunità più numerose nel nostro paese, si tratta di gruppi in cui la presenza di donne da una parte e di seconde generazioni dall’altra è una componente importante. I dati indicano che in Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte risiede più della metà di cittadini marocchini, mentre Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna ospitano quasi la metà dei cittadini albanesi, rendendo queste regioni aree di potenziale approfondimento.

Per contrastare il fenomeno, non esistono in Italia riferimenti normativi specifici, ma dobbiamo fare riferimento alla legge di ratifica della Convenzione di Istanbul e al decreto ministeriale del 2007 'Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione', ha spiegato Misti che non ha mancato di sottolineare l'importanza di politiche che siano in sinergia con il lavoro dei centri antiviolenza.

"Dalle indagini che abbiamo condotto in Emilia Romagna" ha raccontato Barbara Spinelli, avvocata di Trama di Terre Onlus "è emersa una svalutazione e un non riconoscimento del fenomeno come una esperienza di violenza da parte delle politiche sociali territoriali. Interpretando il fenomeno come connaturato alla tradizione delle persone che lo vivono, le istituzioni non si attivano, anche in casi in cui l'esperienza di coercizione e violenza che la ragazza subisce da parte della famiglia e della comunità di provenienza è molto forte, con conseguenti atteggiamenti autolesionistici per il mancato ascolto".

Queste ragazze, ha raccontato Spinelli, molto spesso vengono rispedite nei paesi di origine con l'inganno, e spariscono dal sistema scolastico nazionale senza che le istituzioni si preoccupino di capirne le ragioni. "Per ovviare a questa disattenzione da parte della comunità, la direzione delle politiche dev'essere quella di considerare il matrimonio forzato o precoce un reato, come è avvenuto a diversi livelli in paesi del nord Europa (Regno Unito, Norvegia, Danimarca)" ha dichiarato Spinelli, che ha voluto sollevare l'attenzione su fasce ancor più vulnerabili, come il caso delle rifugiate: "Dal 2012 sono 4500 le donne siriane che sono state costrette a sposare mariti turchi con matrimoni religiosi di seconde e terze nozze. Queste donne, tra cui molte adolescenti, vivono in Turchia in situazioni di semi schiavitù. Sarebbe il caso di occuparsene a livello europeo". (A cura di Claudia Bruno)