Articolofinanza pubblica

Attente alla trappola
del quoziente familiare

"Aiutiamo le famiglie!": chi può mettersi contro questo slogan? Ma la scelta del meccanismo fiscale non è neutrale. E il sistema del quoziente familiare, di moda nella politica italiana al momento, incentiva il ritorno di una visione stereotipata e tradizionale della divisione del lavoro in famiglia

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In percentuale del Pil, l’Italia spende per il benessere dei cittadini e delle cittadine (la spesa sociale) circa la stessa cifra degli altri paesi europei. Com’è noto, questa spesa è estremamente sbilanciata a favore delle pensioni (15% del Pil, rispetto al 12% della media Ue) e a danno di tutte le altre voci di spesa. In particolare, la nostra spesa per sanità (sempre in rapporto al Pil)  è inferiore alla media europea circa del 15%, la spesa per i disabili inferiore del 30%, quella per le famiglie del 50%. Catastrofiche poi le voci per i disoccupati (e le disoccupate), sotto del 70%, e quelle per le politiche abitative e la lotta alla povertà, pari a poco più di un decimo della media europea.1

Eppure, periodicamente si ribadisce che il sostegno economico alle famiglie è la priorità più importante. Questo obiettivo ha un grande vantaggio: poiché ognuno ha una famiglia (quantomeno di origine), lo slogan “aiutiamo le famiglie” include tutti e tutte, a spese non si sa bene di chi. Include anche i disoccupati e le persone che vivono in alloggi inadeguati o precari, che -come si evince dalle cifre sopra- in Italia soffrono di più la mancanza di un sostegno dello Stato. Insomma, sembra difficile essere contro una politica per la famiglia.

A ben vedere però, le famiglie sono fatte di persone. Sebbene questa raffinata osservazione non sia frequentemente considerata nel dibattito politico, risulta comunque importante per valutare i veri effetti di una proposta politica. In particolare, da un punto di vista economico, bisognerebbe distinguere almeno tre tipi di soggetti, presenti in ogni famiglia: uno (o più) lavoratore nella sfera pubblica (imprese, pubblica amministrazione, ...), che chiameremo provocatoriamente uomo; uno (o più) lavoratore domestico (impegnati in lavori di cura e nella produzione di beni e servizi consumati direttamente dalla famiglia), che – nello stesso spirito - chiameremo donna; uno o più dipendenti, ovvero fruitori del lavoro dei primi due soggetti, che chiameremo figli e anziani. E’ ovviamente possibile che uno stesso soggetto ricopra più ruoli, come nel caso delle donne lavoratrici, o degli uomini che partecipano ai lavori domestici.

Consideriamo un caso importante, la tassazione delle famiglie. Emerge una netta distinzione tra Paesi che calcolano l’imposta sui redditi individuali dei membri (come l’Italia), e quelli che applicano l’imposta al complesso della famiglia come nucleo unitario. In questo secondo caso, le opzioni sono di sommare i redditi dei membri e di calcolare l’imposta unitariamente, su questo “reddito familiare”, o di optare per l’imposizione cosiddetta “per parti”, dove i singoli individui rimangono i soggetti debitori d’imposta. A sua volta, l’imposizione per parti può basarsi su due criteri. Con lo splitting, si calcola il reddito complessivo della famiglia, e poi per ogni membro della famiglia l’imposta è calcolata su un reddito pari al reddito familiare diviso il numero di percettori di reddito (con eventuali detrazioni/deduzioni per familiari privi di reddito). Così ad esempio, se in una famiglia ci sono due percettori di reddito, ognuno pagherà le imposte sulla metà del reddito familiare.

La seconda opzione è il quoziente familiare, che non considera semplicemente il numero di percettori di reddito, ma attribuisce ad ogni individuo della famiglia un “peso” che tradizionalmente dipende dal numero di componenti della famiglia. In questo caso, il reddito familiare viene definito “equivalente”, in quanto si cerca di definire i pesi per ogni membro della famiglia che permettano di individuare una sorta di equivalenza nel potere d’acquisto del reddito familiare, al variare del numero di componenti. Lo scopo è tentare di tassare “la ricchezza reale” (cioè equivalente) delle famiglie. Normalmente il reddito familiare si divide per un numero un pó più piccolo del numero dei componenti la famiglia, in quanto si assume che alcune spese vengano condivise, e quindi al crescere della famiglia ognuno rappresenti un aggravio minore di spesa. Ad esempio, cucinare la pasta per due persone invece che per una, richiede una quantità superiore di pasta e forse di acqua, ma non certo due pentole o il doppio del gas. Dunque, il reddito necessario ad una famiglia di due membri é un pó meno del doppio del reddito di un single.

Dunque, per semplificare, possiamo dire che la scelta di tassare il reddito familiare invece che quello individuale equivale, per ogni individuo, a tassare una sorta di reddito medio dei membri della famiglia (precisamente tale, nel caso dello splitting, o una sorta di media ponderata, nel caso del quoziente familiare). Questo punto è importante perché l’introduzione del quoziente familiare viene spesso presentata come uno sconto fiscale alle famiglie numerose. Anche ammesso che lo Stato dovrebbe favorire o penalizzare una certa forma familiare, e non si vede il perché, è facile vedere che questa conclusione è falsa.

E’ ovvio che solo chi riceve un reddito paga le imposte sui redditi, dunque la questione riguarda solo i nostri uomini. Poiché abbiamo detto che concettualmente è come fare la media dei redditi familiari, gli uomini di ogni famiglia guadagneranno tanto più, quanto più il loro reddito è molto superiore a quello degli altri membri della famiglia, ovvero quanto più fare la media dei redditi fa ridurre il loro. La tipologia di contribuente che davvero guadagna dalla riforma proposta sono le persone fisiche che vivono in famiglie dove non ci sono altri percettori di reddito, e possibilmente dove il numero di lavoratori domestici non retribuiti e/o dei dipendenti è elevato.

A rimetterci sono invece i percettori di reddito che non vivono con dipendenti (o donne), e dunque non possono ridurre il reddito equivalente facendo la media con redditi più bassi del loro. Ciò ovviamente non significa che si tratta di single, ma semplicemente di persone che vivono con altri percettori di reddito. Questi contribuenti riceveranno verosimilmente un aggravio d’imposta, in quanto bisogna assumere che il costo dei benefici fiscali per qualcuno sarà sostenuto da aggravi fiscali per qualcun’altro, e non invece da un aumento dell’indebitamento.2

A voler esser precisi, dunque, il quoziente familiare non aiuta le famiglie numerose, a danno di quelle piccole, ma garantisce un vantaggio fiscale ai nuclei in cui ci sono molti individui che non percepiscono reddito, ovvero in cui le diseguaglianze reddituali all’interno della famiglia sono molto grandi. Ecco perché il quoziente familiare, e le altre forme di sussidio monetario legate al reddito familiare, invece che ai redditi individuali, costituiscono un incentivo economico (e un forte messaggio culturale) a favore del mantenimento della stereotipata e vignettistica divisione del lavoro che ho utilizzato per denominare i ruoli familiari, con un solo individuo che lavora (evidentemente l’uomo) ed una o più persone in casa. Ed ecco perché forse, in quanto legata ad una certa idea sull'opportunità di non “mischiare i ruoli” (di genere), la denominazione da me utilizzata provocatoriamente non é forse cosí sbagliata.

Questo emerge semplicemente, passando dalla statica alla dinamica. Cosa succederebbe se una donna tentasse di diventare uomo? Con il sistema attuale, di imposizione dei redditi individuali, pagherebbe le imposte come chiunque altro, ovvero come un uomo. Se sposata, suo marito perderebbe il diritto alle detrazioni o agli assegni familiari dovuti per i familiari “a carico” (cioè dipendenti), che svolgono più o meno la stessa funzione del quoziente familiare, e che dunque costituiscono un disincentivo per i dipendenti a lavorare. Se però ci fosse il quoziente familiare, questo disincentivo sarebbe ancora più forte, in quanto il reddito della donna andrebbe a sommarsi a quello dell’uomo per costituire il reddito familiare, e dunque il reddito della donna verrebbe tassato con un’aliquota d’imposta ben più alta di quello di suo marito in quanto, com’ è noto, l’aliquota cresce al crescere del reddito.3 Lo stesso ragionamento vale, in piccolo, se il secondo o terzo percettore di reddito della famiglia decidesse di incrementare il proprio reddito, ad esempio facendo gli straordinari.

Al di là dell'equità di una tale riforma, in termini di distribuzione dei benefici della spesa pubblica,4 il quoziente familiare, e la scelta tra basare le politiche (e le analisi) sul reddito familiare piuttosto che su quello individuale, implicano un’opzione di fondo, e vanno valutati sulla base della coerenza con il disegno complessivo dell’economia - pubblica e privata. Infatti, quando consideriamo le scarse disponibilità dei bilanci pubblici, è inevitabile considerare il sostegno finanziario alle famiglie come alternativo alla fornitura di servizi pubblici.

Abbiamo dunque due strade: una vede lo Stato sussidiare le famiglie affinchè siano le donne (non più scritto in corsivo) a svolgere il lavoro domestico, non retribuito. L’altra vede lo Stato neutrale, o addirittura incentivante le donne ad assumere un impiego retribuito, eventualmente occupandosi di fornire (almeno parzialmente) i servizi che -lavorando- le donne non possono gratuitamente produrre a casa. Il quoziente familiare é una chiara opzione per il primo modello, sebbene la considerazione della “famiglia”, al singolare, lo nasconda.

Note

1 Dati disponibili sul sito di Eurostat, sezione Social Expenditure by type and function. Si veda anche EUROSTAT (2008), Social Protection in the European Union, Statistics in Focus 46/2008, Office for Official Publications of the European Communities, Luxembourg.

2 Sto escludendo l’ipotesi di clausole di salvaguardia, che cioè permettano ai contribuenti di non passare al nuovo sistema se ne ricevessero un danno economico. Il costo di tale misura sarebbe infatti -allo stato attuale delle finanze pubbliche- proibitivo.

3 E’ ovviamente possibile pensare a meccanismi ad hoc per mitigare questo fenomeno. Ad esempio, l’UGL propone che nel determinare il peso di ogni membro della famiglia, i percettori di reddito contino il doppio dei dipendenti. In questa maniera, rimane vero che tutti i redditi dopo il primo sono soggetti ad aliquote sempre maggiori, ma viene a crescere anche il divisore del rapporto. Il piccolo dettaglio taciuto nei comunicati stampa é che il costo di questa parziale correzione dei disincentivi all’occupazione femminile é pari a 13 miliardi di euro, ovvero poco meno di un punto di PIL (una cifra che -secondo le stime governative- permetterebbe di costruire un Ponte sullo Stretto di Messina ogni 3 anni).

4 Non solo in termini di genere: ad esempio, Chiara Rapallini documenta che solo il 20% delle famiglie più ricche guadagnerebbe dall’introduzione del quoziente familiare, mentre l’80% delle famiglie, con redditi medi o bassi, avrebbe nessuna variazione o un aggravio d’imposta: “Il Quoziente Familiare: valutazione di un’ipotesi di riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche”, Working Paper n 475 (2006), Società Italiana di Economia Pubblica, Pavia.