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Per avere diritti nuovi
non bisogna tagliare i vecchi

L'assegno di maternità universale va contro tutele più avanzate del mondo del lavoro dipendente? No, perché aggiuge diritti a chi non ne ha, non li toglie a chi li ha già. Il gruppo "Maternità e paternità" risponde a Donata Gottardi sulla questione dei nuovi diritti per le nuove figure sul mercato del lavoro

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Ci fa piacere rispondere all'articolo di Donata Gottardi "Assegno di maternità uguale per tutte? Attente alla trappola", se questo può contribuire a alimentare e proseguire un dibattito su che cosa significhi oggi concretamente il riconoscimento del lavoro di cura.

Innanzitutto sgombriamo il campo dal rischio che adombra Gottardi, “di mettere in un angolo ogni tentativo di valorizzare il ruolo dei padri”. Tra le nostre proposte, assume rilevanza quella di congedi parentali più lunghi e flessibili ed estesi a tutte le categorie di lavoratori: 18 mesi di congedo, di cui almeno 6 vincolati all’uso da parte del padre, pagati al 60% e fruibili anche dagli iscritti alla gestione separata, possibilità di utilizzare il congedo sotto forma di part-time, 10 giorni di congedo di paternità obbligatorio. Questo perchè il nostro obiettivo è quello di dare il via ad un percorso di unificazione in chiave universalistica e di riequilibrio del sistema di welfare che allarghi i diritti sociali e di cittadinanza a chi, senza distinzione tra donne e uomini (secondo il principio del caregiver universale), presta attività di cura. I padri ci sono e sono considerati e supportati nella loro funzione essenziale.

Ma, entrando nel vivo della questione, Gottardi si riferisce essenzialmente al concetto di "indennità di maternità" uguale per tutte e adotta per contrastarlo il dibattito sorto nel 1998, all’interno del ministero del welfare, che ha poi portato alla messa a punto della legge 53 del 2000.

Non abbiamo mai parlato di un assegno “uguale per tutte”, ma di maternità universale, cioè del riconoscimento di un diritto anche a chi ne è privo attualmente (si veda la proposta più articolata anche nei suoi risvolti economici nel blog Gruppo Maternità e Paternità). 

Quindi le donne ora “tutelate” dalle leggi vigenti non tornano indietro, non sono private dei loro diritti. Al contrario,  la proposta di contributi figurativi legati al numero dei figli (ed eventualmente altri impegni di cura) e di integrazioni contributive per i periodi di lavoro part time, dovuti a comprovate esigenze di cura (dato che chi lavora a part time risulta molto penalizzato nella pensione, soprattutto nel passaggio al regime contributivo) dà possibilità di anticipare la pensione, nel quadro di un sistema di pensionamento flessibile (62-67). Del resto, in Germania già esiste una misura di questo tipo dove sono riconosciuti i contributi integrativi figurativi per coloro che, pur avendo un lavoro retribuito nel periodo compreso fino ai 10 anni dei figli, guadagnano meno della “media” (ad esempio perché lavorano part time). Dunque, non vogliano togliere o “parificare al ribasso”, ma aggiungere nuovi diritti a diritti acquisiti.

E i nuovi diritti sono per le donne che attualmente ne sono prive. Ci sembra che Gottardi tenda a sottovalutare le trasformazioni davvero epocali che sono avvenute nel mondo del lavoro in questi ultimi dieci anni. La legge 53 è stata una buona legge, eventualmente mortificata nelle sue applicazioni concrete da impicci burocratici di applicazione: si veda  per tutti la corsa a ostacoli dell’articolo 9, fermo da un anno e mezzo (sull'argomento, in questo sito, "Lavoro e tempi di vita, l'articolo scomparso", di Egidio Riva). Ma è una legge che non risponde alle esigenze delle donne che entrano ora nel mondo del lavoro. La distinzione tra chi lavora e chi non lavora è molto più difficile oggi. Pensiamo alle stagiste (e ci sono migliaia di stagiste oggi) o alle socie di cooperative o a chi è costretta a percorsi infiniti verso il lavoro o a chi ha solo lavori occasionali che non superano la soglia richiesta per la denuncia dei redditi, oppure le situazioni spesso caratterizzanti le seconde gravidanze ravvicinate di lavoratrici a termine (la prima gravidanza è coperta, la seconda no perché la mamma non ha più trovato occupazione) o autonome (la seconda indennità è il risultato di quanto versato nel periodo di calcolo comprendente anche la prima maternità ed è perciò irrisoria). 

Un solo dato per tutti: nel 2010 gli avviamenti al lavoro in una città come Milano sono per il 70% nelle modaltà di lavoro parasubordinato o a termine. Ma sono loro, le donne della loro età, che potrebbero diventare madri se avessero qualche copertura in più. Vogliamo che si “arrangino”? che trovino qualche soluzione individuale – e di nuovo acrobatica- per far sì che il loro eventuale desiderio possa concretizzarsi? Vogliamo che le donne continuino a essere penalizzate nel loro essere madri sia nel mercato del lavoro fordista (corretto giustamente dalla legge 53), sia e ancora di più nel mercato del lavoro post-fordista?

Non crediamo affatto che questo significhi ricacciare le donne al focolare perchè il lavoro è parte integrante dell’identità delle giovani donne. All’opposto abbiamo cercato di promuovere una nuova idea di welfare, che non solo prenda atto delle trasformazioni nel mondo del lavoro e delle ricadute peggiorative sulle donne, ma anche miri a realizzare il definitivo passaggio verso l’universal caregiver, in modo che le madri (e le donne in generale) non vengano più considerate le uniche responsabili sociali della cura e gli uomini “diventino più simili a quello che sono adesso le donne, cioè persone che forniscono cure primarie”.