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Casalinghe: no grazie!

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Il fondo “interamente destinato alla promozione della formazione personale delle donne, e in particolare alle casalinghe” che dovrebbe contare su un capitale di 3 milioni di euro annui, ossia meno di 1 euro a destinataria, poggia le basi su una falsa premessa

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Ha fatto molto discutere nei giorni scorsi un passaggio della bozza del DPCM discusso dal governo il 7 agosto relativo ad un fondo “interamente destinato alla promozione della formazione personale delle donne, e in particolare alle casalinghe”. L’iniziativa – che dovrebbe contare su un capitale di 3 milioni di euro annui – poggia le basi su una falsa premessa: ovvero, che il problema dell’occupazione femminile abbia a che vedere con la mancanza di formazione, anziché con la mancanza di opportunità. E’ di questa premessa che vogliamo qui discutere, malgrado la versione del DPCM pubblicata l’8 agosto sulla G.U. non contenga (almeno per ora) traccia del provvedimento sulle ‘casalinghe’.[1]

 

Promemoria per il governo: le donne sono più istruite degli uomini ma guadagnano di meno

Come mostrano i dati Istat , le donne italiane hanno un livello d’istruzione più alto degli uomini ma trovano lavoro meno facilmente. E quando lo trovano, il lavoro tende a essere precario o peggio remunerato. I dati parlano chiaro. Nei primi tre trimestri del 2019, il 42% delle donne ha fatto fatica a trovare un lavoro all’altezza della propria formazione contro il 35% degli uomini. Inoltre, guardando alle persone in possesso di laurea, i dati Almalaurea ci mostrano da anni un divario retributivo drammatico. Tra i laureati di primo livello, a un anno dalla laurea, gli uomini percepiscono una retribuzione del 18 % più elevata di quella delle donne e, rispetto alla rilevazione del 2008, le retribuzioni sono in forte contrazione (in termini reali, -10 % per gli uomini e -8 % per le donne). I differenziali retributivi tra uomini e donne restano apprezzabili anche a cinque anni dal titolo: gli uomini guadagnano infatti il 19 % in più delle donne.  Le differenze di genere sono confermate all’interno di ciascun gruppo disciplinare laddove le numerosità siano sufficienti a garantire confronti attendibili: in particolare, a cinque anni dalla conclusione degli studi, nel gruppo scientifico gli uomini guadagnano il 22 % in più delle donne, nel gruppo politico-sociale il 17 % e nel gruppo economico statistico il 13 % in più.

La situazione non migliora considerando i laureati magistrali: a un anno dal conseguimento del titolo, gli uomini percepiscono il 21,9% in più delle donne e concentrando opportunamente l’attenzione sui soli laureati che lavorano a tempo pieno e hanno iniziato l’attuale attività dopo la laurea si rileva che le differenze di genere restano importanti e pari all’11,4%. Le differenze di genere sono confermate anche rispetto alla presenza di figli all’interno del nucleo familiare. A un anno dal titolo, gli uomini percepiscono infatti retribuzioni più elevate rispetto alle donne, sia considerando gli occupati senza figli (+21,7%) sia rispetto a quelli con figli (+35,5%).

Casalinghe, ovvero miliardi di ore di lavoro non retribuito

Secondo l’ultima indagine ISTAT sull’uso del tempo, nel 2014 sono state effettuate in Italia 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito per attività domestiche, cura di bambini, adulti e anziani della famiglia, volontariato, aiuti informali tra famiglie e spostamenti legati allo svolgimento di tali attività. Le donne hanno effettuato 50 miliardi e 694 milioni delle ore di produzione familiare (il 71% del totale). Le casalinghe, con 20 miliardi e 349 milioni di ore, sono i soggetti che contribuiscono maggiormente a questa forma di produzione e l’indagine precisa che più della metà delle casalinghe è soddisfatta della sua vita.

Ora, lungi da noi dare un giudizio sulle scelte di vita, se fatte in libertà; resta però il fatto che se quelle ore di lavoro venissero regolarizzate, si trasformerebbero da amore e dedizione disinteressati, in lavori essenziali, retribuzioni e reddito (da contabilizzare nel PIL). Forse più attraenti anche per gli uomini a quel punto.

Facciamo attenzione a non alimentare gli stereotipi

Molto spesso gli stereotipi si trasmettono attraverso il linguaggio. Parlare di “casalinghe” ci riporta indietro di decenni e sembra essere palesemente discriminatorio nei confronti degli uomini.  Si ritiene ancora, nel 2020, che del lavoro domestico e di cura si debbano solo e unicamente occupare le donne?

Un libro pubblicato di recente negli Stati Uniti da Kate Manne (Entitled: How Male Privilege Hurts Women), sostiene che le donne "sono tenute a dare beni tradizionalmente femminili" - compresa la cura fisica ed emotiva - e "ad astenersi dal prendere beni tradizionalmente maschili", come il potere e l'autorità. Questi presupposti si traducono in una società in cui gli uomini "sono tacitamente considerati come aventi diritto" a gran parte di ciò che la vita ha da offrire, mentre le donne sono perennemente debitrici, la loro stessa umanità "dovuta agli altri".

Il concetto di diritto di Manne, professoressa di filosofia alla Cornell University, è versatile e utile; come la teoria della gravità, ha lo stesso potere nello spiegare fenomeni sia grandi che piccoli. In definitiva, Manne scrive: "Imparare ciò a cui si ha diritto è - o almeno dovrebbe essere - indissolubilmente connesso con l'imparare ciò che si deve agli altri". I diritti più importanti possono essere rivendicati solo collettivamente, premendo per nuove leggi e politiche. La società può rifiutarsi di fornire servizi essenziali costringendo le donne a offrirli gratuitamente. La pandemia lo ha reso particolarmente evidente: in assenza di scuole, le donne di tutto lo spettro socioeconomico hanno sacrificato il lavoro per occuparsi dei figli a casa. Le donne in carriera hanno rifiutato nuovi clienti, le accademiche hanno smesso di scrivere e le donne della classe operaia, che non hanno nessuno che si occupi dei loro figli, spesso non sono potute uscire di casa per lavorare.

E allora, ora più che mai, la soluzione è una sola: mobilitarsi collettivamente per far sì che vengano promosse politiche che incentivino la condivisione della cura della famiglia (in primis, congedi di paternità obbligatori) evitando che ne venga data alle donne, prevalentemente o esclusivamente, la responsabilità. Questo ci aspettiamo in questo 2020 - che passerà alla storia come l’anno del COVID-19 - memori di quanto stabilito nella conferenza di Pechino di ben 25 anni fa.



[1] La definizione ufficiale di ‘casalinga’ è legata all’istituzione dell’assicurazione INAIL contro gli infortuni domestici (legge 3 dicembre 1999, n.493) obbligatoria per chi svolge lavoro domestico in modo abituale ed esclusivo, senza subordinazione. A tale assicurazione sono iscritte oggi circa 3 milioni di persone, donne e uomini. Secondo però i dati Istat più recenti, le casalinghe dovrebbero essere quasi 8 milioni, con il 49% di età superiore ai 65 anni. Sotto i 35 anni si dichiarano casalinghe l'1,8% e solo al Sud.