Articololavoro - migrazioni - salute - violenza

Come stanno le
immigrate del 2018

Foto: Unsplash/ rawpixel

Le donne rappresentano più della metà delle persone immigrate che vivono in Italia, gli ultimi dati del Dossier statistico immigrazione ci raccontano come stanno 

Articoli correlati

I dati mostrano che nei paesi europei si fanno più figli dove le donne lavorano di più. Anche in Italia nascite e lavoro possono crescere insieme in presenza di politiche adeguate

Nelle università, così come nel resto del mercato del lavoro, le donne sono tante alla base e poche ai vertici delle carriere. Spesso si parla di rubinetto che perde, ma se si cambia prospettiva si vede qualcosa in più

A un anno dal primo #MeToo un gruppo di ricercatrici ha monitorato più di due milioni di Tweet per riflettere sul movimento e oggi lancia una sfida più grande: misurare quali sono i costi delle molestie sul lavoro

La maggior parte dei paesi occidentali ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso dal 2001 ad oggi. Una nuova ricerca negli Stati Uniti rileva come la riforma abbia sostenuto coppie gay e lesbiche nel mercato del lavoro

Spesso si parla di migrazioni declinandole al maschile, eppure tra gli stranieri che vivono in Italia le donne sono ancora la maggior parte: a fine 2017 la componente femminile dell’immigrazione, nell’insieme, rappresenta il 52% del totale. A confermarlo è il nuovo Dossier statistico immigrazione recentemente diffuso, che da oltre 25 anni documenta e analizza le diverse sfaccettature dell’immigrazione nel paese. Cerchiamo di capire cosa ci dicono gli ultimi dati sulle straniere che vivono in Italia.

Donne che viaggiano da sole e che non sempre fanno figli

Le straniere residenti in Italia – più di 2.672.000 – rappresentano l’8,6% della popolazione femminile complessiva. Si tratta di una presenza che ritorna a crescere (quasi 30mila donne in più) dopo la contrazione dell’anno precedente, anche sulla spinta di un numero di iscrizioni anagrafiche dall’estero che salgono dopo quattro anni di decrescita e di un numero di cancellazioni anagrafiche per acquisizioni di cittadinanza italiana che pur essendo robusto (circa 74.600) rimane ampiamente al di sotto del valore raggiunto nel 2016. Ben il 58% delle straniere residenti proviene da un paese europeo (1,5 milioni di donne), una proporzione di circa 15 punti percentuali più elevata rispetto a quella maschile, e oltre un terzo ha la cittadinanza di un paese dell’Unione. Se la migrazione per ricongiungimento familiare si conferma preponderante, va rilevato che tra le non comunitarie entrate in Italia nel 2016 si rinforza la quota di nubili, salita al 65,0% (ma al 92,1% tra le nigeriane e al 76,4% tra le cinesi).

Per l’anno appena trascorso si conferma il ridimensionamento dell’apporto positivo delle donne straniere alla fecondità, come effetto anche delle dinamiche migratorie dell’ultimo decennio e dei massicci processi di acquisizione della cittadinanza italiana. Diventa quindi sempre più complesso misurare i comportamenti familiari e riproduttivi dei cittadini di origine straniera, che esprimono una elevata eterogeneità se letti all’interno delle diverse cittadinanze, dei progetti migratori e dell’anzianità migratoria. 

Il divario cresce per le giovani al Sud

Un dato preoccupante, soprattutto se declinato al femminile, riguarda il fenomeno dei giovani non più inseriti in un percorso scolastico/formativo ma neppure impegnati in una attività lavorativa (i cosiddetti Neet, dall'inglese: Not in Education, Employment or Training, ndr). Relativamente alle giovani straniere di 15-29 anni, l’incidenza di quelle che si trovano in questa condizione risulta molto elevata (44,3%, con un picco del 52,3% nel Mezzogiorno) e fa segnare un divario con le giovani italiane superiore ai dieci punti percentuali (divario che peraltro è praticamente nullo se invece si comparano i rispettivi valori dei maschi italiani e stranieri). Come avverte Laura Zanfrini, il rischio per le giovani straniere è che questa condizione sia la premessa di una permanente esclusione dal mercato del lavoro, spesso in accordo con un modello patriarcale di ruoli di genere.[2] Rimangono allarmanti anche i dati sul fenomeno dell’inattività femminile, che colpisce le immigrate con più bassi titoli di studio, segnala un forte scoraggiamento e interessa alcune comunità straniere in particolare: quelle originarie di Pakistan, Egitto e Bangladesh, con tassi di inattività che superano l’80%[3]. La preoccupazione che desta la scarsa partecipazione al mercato del lavoro di queste donne deriva, come ha commentato Zanini, dalle “sue possibili ripercussioni sui processi d’integrazione, poiché non di rado s’accompagna a situazioni di marginalità sociale e (auto)segregazione”.[2]

Ruoli e stereotipi in discussione

Se la crisi economica ha reso più faticosi i processi di inserimento nel mercato del lavoro delle donne immigrate e la conciliazione tra lavoro e cura dei figli, sembra che abbia portato con sé anche una “revisione della distribuzione dei ruoli domestici e familiari [...] persino nelle famiglie inquadrate secondo gli stereotipi di tradizioni maschiliste”[4]. Avrebbe anche indotto una crescita del numero di uomini immigrati in impieghi tradizionalmente femminili (nei servizi socio-sanitari in particolare), sulla spinta delle opportunità offerte dai dispositivi anticrisi; e nel caso di molti immigrati rimasti disoccupati, avrebbe comportato un maggiore investimento nelle mansioni domestiche e di cura dei figli, per agevolare il lavoro fuori casa delle mogli.

Lavori logoranti e pericolosi

La condizione socio-economica e professionale delle straniere va letta anche per gli effetti che esercita sulle condizioni di salute e sul benessere percepito, a essa strettamente connessi. La questione assume un significato denso e sfaccettato, anche perché si tratta di “interrogare la migrazione come percorso, dagli esiti tutt’altro che scontati, di ricerca di un maggiore benessere – sia esso individuale, familiare, e/o intergenerazionale”.[5] Ne emerge un quadro in cui l’impegno lavorativo ha una correlazione positiva con alti livelli di malessere psico-fisico.[6] Nel caso delle immigrate, si fa acuta la percezione di solitudine e isolamento sociale – accentuata laddove i rapporti con la propria famiglia sono vissuti a distanza e sono fragili i legami e le relazioni interpersonali –, con l’effetto di aggravare ansie e timori anche relativamente allo svolgimento del proprio lavoro. La ricerca pone all’attenzione un ulteriore aspetto assai delicato, che riguarda le esperienze di violenza (commessa da assistiti o familiari), individuate come le cause più rilevanti del “mal da lavoro” delle badanti: può trattarsi di violenza fisica (dalle molestie sessuali alle percosse) e psichica (insulti e ricatti), ma anche economica (bassi salari, licenziamento, ecc.).

Cosa dicono i dati sulla violenza

Sul tema della violenza subita da donne straniere residenti in Italia iniziano ad essere disponibili indicatori dettagliati, che consentono anche il confronto con le italiane.[7] Se la quota di straniere che dichiara di aver subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita è mediamente analoga a quella delle donne italiane, valori superiori alla media si hanno tra moldave, romene e ucraine. La violenza subita da un partner inizia nella maggior parte dei casi nel paese di origine (68,5%), ma non è trascurabile la quota di donne per le quali le violenze scaturiscono da una relazione nata in Italia (20%). Dai dati sembra maggiore la consapevolezza delle donne straniere rispetto alle italiane, indicata da livelli più elevati di denuncia (17,1% contro 11,4% delle italiane) e di richiesta di aiuto presso centri antiviolenza e servizi dedicati alle donne. Rivolgersi a istituzioni pubbliche e private, d’altra parte, può essere l’unica strategia disponibile per molte donne straniere che si appoggiano a reti di sostegno più deboli rispetto a quelle su cui possono contare le autoctone.

Note

[1] Il dossier di quest'anno è stato curato dal Centro Studi e Ricerche Idos in partenariato con il Centro Studi Confronti, grazie al sostegno dei fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese e con la collaborazione dell’Unar.

[2] L. Zanfrini in “È tempo di un nuovo paradigma: un modello di sostenibilità economico-sociale per il governo delle migrazioni”, Rev. Interdiscip. Mobil. Hum., v. 25, n. 49, apr. 2017, pp. 59-77

[3] Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Ottavo Rapporto annuale. Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, 2018

[4] M. Ambrosini, Remando controcorrente. La resilienza degli immigrati nella lunga recessione italiana, in Sociologia del lavoro, n.149, 2018, op. cit., p. 209

[5] P. Boccagni e M. Ambrosini, Cercando il benessere nelle migrazioni. L’esperienza delle assistenti familiari straniere in Trentino, FrancoAngeli, Milano, 2012, p. 9

[6] Un lavoro che ha esplorato diverse dimensioni della vita delle straniere impiegate nel lavoro assistenziale in ambito familiare ha approfondito, tra gli altri, il tema della loro salute, è raccolto nel volume Viaggio nel lavoro di curaSi veda in particolare F. A. Vianello, “La salute delle assistenti familiari”, in R. Maioni e G. Zucca (a cura di), Viaggio nel lavoro di cura. Chi sono, cosa fanno e come vivono le badanti che lavorano nelle famiglie italiane, Ediesse, Roma, 2016

[7] Istat, Il benessere equo e sostenibile in Italia, 2017