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Congelo gli ovociti,
paga il capo

Foto da Flickr/Amaniero

Ha fatto molto discutere la notizia che Apple e Facebook offrono alle loro dipendenti la possibilità di congelare i propri ovuli a spese dell'azienda: una buona opportunità o "costrizione"? Il fattore tempo è determinante per la fertilità, ma la genitorialità rimandata comporta anche aspetti etici, sociologici e economici da considerare

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La recente decisione di alcune note società americane (Apple e Facebook, ad esempio) di sostenere economicamente la decisione di congelare gli ovociti da parte delle proprie dipendenti ha suscitato un ampio dibattito. Si tratta di un elemento di sostegno o di “costrizione”, di un’intrusione nelle scelte procreative delle proprie dipendenti o di un avanzamento nei rapporti di lavoro?

Difficile dare una risposta univoca, poiché la scelta si presta a diverse possibili letture. Tuttavia, il dibattito che ne è seguito ha consentito l’emergere di un fattore molto influenzato dagli avanzamenti tecnologici nell’ambito della procreazione, ma spesso trascurato: il tempo. Quando ci occupiamo delle nuove possibilità di scelta nell’ambito della procreazione, focalizziamo il corpo e le parti di esso – gameti, embrioni, utero materno – e non attribuiamo particolare importanza alla dimensione temporale in cui le scelte procreative avvengono e possono avvenire. In ambito giuridico spesso trascuriamo questo fattore: il tempo, specie quando indaghiamo le problematiche giuridiche della persona in rapporto alla sua salute. Ci soffermiamo sul corpo, femminile e maschile, sulla libertà delle scelte che lo coinvolgono e sull’incidenza della scienza e del diritto su di esso. La dimensione temporale delle nostre scelte, però, è spesso trascurata; eppure su di essa la scienza incide moltissimo. Se pensiamo ai diritti riproduttivi, l’elemento temporale è condizionato e modificato dagli avanzamenti della medicina e le tecniche di procreazione medicalmente assistita, in particolare, dilatano il tempo in cui si può scegliere di diventare madri (o padri).

Il «fattore tempo» comincia a penetrare nelle considerazioni dei giudici: ad esempio la corte di Strasburgo in una nota sentenza in materia di fecondazione eterologa, metteva in luce come, tra la presentazione del ricorso (2000) e la sentenza (2010), fossero trascorsi 10 anni. Il tempo, per la scienza, può significare molto, cambiando i fatti in modo radicale: come si può non considerare quest’elemento? Ancora: la scienza estende la dimensione temporale rendendo possibile la genitorialità dopo la morte, che è un’ipotesi oggi percorribile ad esempio con la crioconservazione dei gameti ed è qui evidente come la Pma si allontani dalla dimensione corporale, ma non dalla volontà della persona, dalla quale non si prescinde. Sono già numerose e diffuse le richieste di poter utilizzare i gameti crioconservati del compagno (o della compagna) deceduti e talvolta è stato necessario l’intervento di un giudice. Tempo e consenso si confrontano in modo problematico anche in un noto caso (Evans), in cui la corte di Strasburgo si è trovata di fronte alla richiesta di una donna che chiedeva l’impianto degli embrioni creati con i gameti del compagno, dal quale nel frattempo si era separata.

Il fattore temporale muta poi fisionomia anche nella genitorialità rimandata, che può essere letta da diverse prospettive. C’è la dimensione etica, che guarda ai profili morali della possibilità di procreare in età non più fertile, o di rimandare una maternità al futuro, a fronte di una fertilità che va scemando, per malattia o semplicemente per l’età che avanza. C’è la dimensione sociologica che guarda all’impatto di queste possibilità sulla popolazione, sul concetto di famiglia o, come nell’esempio proposto, sulle scelte lavorative delle donne.

C’è poi la dimensione economica, relativa all’impatto di queste decisioni: su chi graveranno realmente i costi di queste nuove politiche aziendali? Per quanto il trattamento (di per sé molto costoso) venga offerto dall’azienda della quale la donna è dipendente, bisogna rammentare che, al momento in cui la donna deciderà che è giunto il momento di dedicarsi alla maternità, la sua situazione (anche lavorativa) potrebbe essere cambiata. Le tecniche di Pma sono inoltre piuttosto impegnative, soprattutto per la “componente femminile” e possono comportare più sedute, maggiori controlli medici e – qualora vada tutto a buon fine – una gravidanza che, per l’età della madre, potrebbe dover essere sorvegliata più delle altre. D’altro canto, congelare gli ovociti prima del naturale declino della curva di fertilità femminile può aumentare le possibilità di buona riuscita del trattamento.

Il giurista ha un ruolo defilato, guardando a ciò che si può o non si può fare e cercando di regolare (talvolta invano, talvolta inadeguatamente) le tante possibilità che l’universo procreativo oggi offre. Si tratta, però, di chiedersi se l’iniziativa di Apple e Facebook stia lanciando una nuova stagione di politiche aziendali per la famiglia, in un momento nel quale il cambiamento del mercato del lavoro pare mettere in discussione anche i diritti civili ormai acquisiti (ad esempio, la tutela della maternità). In termini strettamente giuridici, una valutazione (positiva o negativa che sia) non è ancora possibile: si tratta di una possibilità offerta a lavoratrici (o potenziali dipendenti) di due grandissime aziende, opportunità che, secondo quanto riportato dalla stampa, andrà ad affiancarsi alle già esistenti politiche aziendali di supporto alla maternità e di conciliazione famiglia-lavoro.

Ciò che però può suscitare, in via preliminare, l’interesse del giurista concerne il contesto (lavorativo, economico e sociologico). Ancora oggi, maternità e carriera sembrano – nonostante tutto – rimanere separate, difficilmente conciliabili e incapaci di comporre un binomio effettivo. L’annuncio di questa nuova “politica aziendale” ci dice – in altre parole – che la scelta di avere (prima o dopo) un figlio rallenta in qualche modo l’ascesa professionale di una donna; viceversa, gli impegni lavorativi delle giovani che vogliano puntare a realizzarsi sul posto di lavoro sono ancora intesi come un ostacolo alla genitorialità. Ma, più di tutto, sarà proprio il tempo a parlare, dimostrandoci se il modello funziona e se c’è stato un concreto impatto sulle scelte procreative delle lavoratrici e sul rapporto di genere tra i dipendenti.