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Foto: Unsplash/ Lloyd Dirks

Come funziona l’industria del teatro in Italia e che ruolo occupano le donne al suo interno? Per rispondere a questa domanda abbiamo guardato ai dati più aggiornati

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Andare a teatro sembra essere un privilegio di classe, stando agli ultimi dati Istat ci va soprattutto chi ha almeno una laurea. Tra le persone senza titoli di studio le percentuali sono molto basse anche se si considera un solo spettacolo all’anno, fatta eccezione per la fascia d’età compresa tra i 6 e i 24 anni – quella, per intenderci, che coincide con il periodo che va dalle scuole primarie all’università.

A teatro ci vanno i giovani più degli anziani, la fascia più rappresentata è quella tra i 6 e i 24 anni, probabilmente grazie al ruolo delle scuole. Le donne più degli uomini, con una differenza percentuale di circa 6 punti che si riduce quasi annullandosi tra gli over 65, forse perché la saggezza viene invecchiando. 

Si va a teatro più al centro che al nord, e più al nord che al sud, la punta più positiva è il Trentino Alto Adige dove il 31% della popolazione è andato a teatro almeno una volta nell’ultimo anno e il fanalino di coda la Calabria con l’11,9. Ci si va di più nelle grandi città che nei piccoli centri.

I numeri dell’annuario Siae 2017 ci offrono un quadro del giro di affari: parliamo di 84.787 eventi, 14,5 milioni di ingressi, per una spesa al botteghino di 219,8 milioni di euro a cui si sommano 23,2 milioni di euro di consumi accessori (guardaroba, bar, programma, ecc.).

Per capire a chi vanno e quanti sono i finanziamenti, basta guardare al documento emesso dal Ministero per i beni e le attività culturali per il triennio 2018-2020. Il documento prevede un fondo che finanzia i teatri e le imprese di produzione nelle loro varie forme, principalmente di compagnie. Parliamo di 29.820.004 di euro

Di questi le donne gestiscono solo 5.245.175, vale a dire il 17%.

I teatri finanziabili si dividono in diverse categorie: teatri nazionali (che sono 6, di cui nessuno è diretto da una donna), teatri di rilevante interesse culturale (che sono 18, di cui 5 gestiti da donne e 13 da uomini) e infine teatri di rilevante interesse culturale di minoranza linguistica, che sono 2 e sono gestiti da uomini. Di venti teatri finanziati, solo 5 sono gestiti da donne (il 20%). 

Anche le imprese di produzione teatrale finanziabili si dividono in diverse categorie. La prima riguarda quelle che vengono definite semplicemente come “imprese di produzione teatrale” e sono compagnie, case di produzione, società che gestiscono teatri. Si tratta della categoria che accede ai fondi maggiori: 9.239.983 euro. Di 44 imprese finanziate con questi fondi solo 6 sono dirette da donne (il 13%), che gestiscono 721.967 euro, ovvero il 7% dei fondi.

Per quanto riguarda il teatro sperimentale ci sono cinque sotto insiemi, abbiamo analizzato i primi tre, che sono quelli dove si concentrano i finanziamenti più importanti (sopra i 100.000 euro), per un totale di 25 imprese di produzione, quasi nella totalità compagnie, di cui solo 5 hanno una direzione artistica femminile, e di queste in due casi con una direzione congiunta insieme a un uomo. Le donne detengono quindi la direzione artistica nel 25% dei casi, ma dei 3.523.813 di euro di finanziamenti ne gestiscono solo 571.305, ovvero il 16%.

I fondi per i progetti diretti da under 35 sono solo 50.000 euro, ma gli under 35 insegnano che il leaderismo è un vizio dei vecchi: si tratta quasi sempre di progetti che si presentano come collettivi.

I dati su giro d'affari e finanziamenti ai teatri in Italia confermano una tendenza già riscontrata a diversi livelli nell’industria culturale: le donne sono poche ai posti di comando, e gestiscono ancora meno soldi