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Donne migranti
nel Mediterraneo

Foto: Flickr/United Nations Photo

A tre anni dal tragico naufragio di Lampedusa, diffondiamo il report dell'incontro che l'associazione Corrente Rosa ha curato a giugno sulle migrazioni femminili nel mar Mediterraneo

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In occasione del decimo anniversario della sua costituzione, l'associazione Corrente Rosa ha organizzato lo scorso 21 giugno, all'interno del Laboratorio di etica sociale dell’Università Roma Tre, la conferenza “Donne del Mediterraneo e immigrazione” che ha visto riunirsi esperte e ricercatrici sulle tematiche migratorie, con un focus particolare sulle questioni di genere. A moderare la conferenza, Serena Romano, presidente di Corrente Rosa che ha sottolineato quanto l’associazione si pone in uno stato apprendimento rispetto a una tematica così complessa. 

Laura Moschini, titolare del Laboratorio di etica sociale, docente in dottrine politiche e questione femminile, esperta di genere, ha introdotto il dibattito evidenziando come stia emergendo una diffidenza delle donne del nord Africa, verso posizioni “emancipazioniste” considerate come ingerenze culturali “occidentali”, e un maggiore radicamento al loro stile di vita tradizionale. Tali atteggiamenti sono denunciati da intellettuali impegnate in movimenti a favore dei diritti delle donne e rappresentanti delle donne marocchine in Italia che auspicherebbero provvedimenti normativi e culturali per evitare un rallentamento nel progresso della condizione femminile, e un ritorno a tradizioni integraliste dalle quali è poi molto difficile liberarsi nuovamente. 

Il lavoro della ricercatrice e sociologa Federica Dolente, della cooperativa Parsec, si concentra sulla questione del traffico di esseri umani. Il suo intervento è stato focalizzato sulle dimensioni, le caratteristiche e i percorsi delle immigrate, con l’introduzione del caso delle nigeriane. L’immigrazione in Europa è in aumento, come mostrano i dati elaborati dal suo studio a partire dalle statistiche del ministero dell’interno e dell’Eurostat, con un picco di 170.000 arrivi per il 2014 pari a più del triplo rispetto al dato del 2013. Le rotte greche e turche del Mediterraneo orientale e quella italiana del Mediterraneo centrale sono predilette dai migranti: rispetto agli arrivi via mare, la maggior parte dei migranti arriva attraverso le rotte balcanica e greca. Per quanto riguarda la Nigeria, sta cambiando il tipo di migrazione, pertanto il tipo di accoglienza: ora partono giovani uomini soli, con forti disagi, ma anche donne e minori non accompagnati. Le politiche europee dovrebbero adeguarsi al potenziale migratorio dei paesi d’origine caratterizzati da una forte crescita demografica, come in Nigeria dove il 50% della popolazione è al di sotto dei 15 anni. Nel 2015, i nigeriani erano la prima nazionalità di richiedenti asilo in Italia. Il numero di richieste non è automaticamente collegato all’accettazione da parte delle Commissioni di esame della concessione della protezione internazionale, poiché si privilegiano alcune provenienze geografiche a scapito di altre. In conclusione, secondo la relatrice, è necessario creare “un procedimento univoco per identificare i richiedenti asilo che partono con situazioni di vulnerabilità, che si intensificano durante il viaggio con diverse tappe di sfruttamento, e dal non immediato riconoscimento del migrante come rifugiato o vittima di tratta”. 

Emiliana Baldoni, ricercatrice in sociologia delle migrazioni, ha approfondito la connessione tra tratta e protezione internazionale, analizzando le vittime di tratta nigeriane, spesso destinate alla prostituzione– 5.633 casi nel 2015 e 1.642 nei primi cinque mesi del 2016. La distinzione analitica tra categorie di migranti (economici, forzati, profughi, ecc.) determina chi può rimanere e chi è respinto. Con riferimento ai protocolli e convenzioni vigenti, Baldoni ha ricordato come la tratta delle persone abbia sempre come scopo lo sfruttamento, e come il rifugiato viva in un fondato timore di persecuzione. Le circostanze in cui si manifesta lo sfruttamento sono varie e possono intervenire in diverse fasi della migrazione: prima dell’espatrio, durante il viaggio, dopo l’ingresso in Italia e dopo l’ingresso a seguito del riconoscimento dello status di protezione. Nel caso delle donne nigeriane, spesso sono le stesse organizzazioni criminali ad indurle a richiedere la protezione internazionale per evitare l’espulsione. Tuttavia, le Commissioni esaminatrici delle richieste d’asilo lavorano con ampi margini di discrezionalità, finendo spesso per escludere dal circuito di assistenza le persone vittime di tratta. Per Baldoni, la questione fondamentale è "garantire l'identificazione delle vittime lungo tutto il percorso attraverso un'adeguata formazione degli operatori coinvolti", concentrandosi su misure di coordinamento tra l’asilo e la tratta, con l’applicazione della normativa che prevede in questi casi la possibilità di ottenere un permesso di protezione internazionale proprio per motivi di tratta.

Loretta Bondi della cooperativa di BeFree, esperta nel contrasto al traffico di esseri umani, ha presentato lo studio di BeFree Inter/rotte: Storie di Tratta, Percorsi di Resistenze. Il fenomeno quantitativamente più rilevante di interconnessione tra immigrazione e genere è costituito dal caso delle nigeriane. Rispetto a sei anni fa lo scenario è cambiato: è aumentato il numero di donne, sempre più giovani e con un minor livello di alfabetizzazione poiché il “bacino di sfruttamento” è più ampio. Le reti di traffico hanno subito una frammentazione generata dalla crisi in Libia che ha permesso l’emersione di nuovi operatori militari, paramilitari, piccoli criminali che contendono le rotte di azione della criminalità organizzata con la formazione di grandi accampamenti misti, i cosiddetti ghetti, in Libia e Niger dove soggiornano in un clima di sfruttamento i potenziali migranti. Questi ghetti coesistono parallelamente a case di sfruttamento sessuale attive da anni. È diventato difficile capire chi controlla cosa e di conseguenza si è indebolito il ruolo della maman, a cui le migranti sfruttate sessualmente sono legate da un doppio debito: quello per iniziare il viaggio e quello per la liberazione dal ghetto. Questa frammentazione del viaggio ha un impatto immediato anche sul riconoscimento della vittima di tratta, che ha maggiori difficoltà nella ricostruzione del proprio iter migratorio, pertanto indebolito di fronte alla Commissione per il rilascio del permesso di soggiorno. Bondi ha illustrato il recente Piano Nazionale anti-tratta per l’attivazione di canali di interazione con la società civile in un’attività di monitoraggio costante. In conclusione la relatrice ha ricordato come nei casi di tratta gli abusi siano individuali e come sia importante mettere in atto la maggior tutela nei casi di dubbio. 

L’intervento di Greta Barbone, Senior Legal Officer di Non c'è Pace Senza Giustizia, ha presentato la sua analisi della violenza di genere e sessuale nei conflitti in Siria, dove è aumentata soprattutto nei centri di detenzione, ai posti di blocco e nelle città assediate in cui le donne sono facili prede perché spesso intrappolate in casa. A questo si aggiunge il delitto d’onore, che vede la donna doppiamente vittima prima dell’abuso e poi della famiglia e società che, vivendo lo stupro come una vergogna, uccide la donna o la costringe al matrimonio con il suo aggressore. Secondo l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhr), su 4 milioni 480 mila siriani migranti, il 49% è di sesso femminile. Tale realtà numerica non è supportata dalla corretta gestione dei campi di accoglienza; dove manca un sistema integrato – legale, psicologico, medico – a sostegno delle donne, a cui si aggiunge la carenza di istituzioni riconoscibili. La violenza di genere in guerra non è casuale, ma frutto di una scelta dei ranghi di comando secondo un calcolo di costi-benefici: è un’arma di guerra economica, facilmente disponibile e altamente impunita, avente il potere come ricompensa. Nei contesti di guerra si tutela la pace più della giustizia, alimentando così il ciclo di violenza. Solo la giustizia può cambiare questo calcolo, sostituendo alla prospettiva del potere, quella dell’incarcerazione.

Serena Romano ha concluso considerando come “siano necessarie politiche internazionali coordinate e di lungo termine che affrontino i problemi delle donne migranti in tutta la loro complessità, colpisce ad esempio il fatto che le donne nigeriane abbiano in media cinque figli e che non sembra esserci una politica di previsione della crescita demografica adeguata al paese.”