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Sguardi di genere sullo stato della popolazione

foto Flickr/jenny downing

Degli oltre 100 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria sul pianeta, circa 26 milioni sono donne e adolescenti in età riproduttiva. Tre quinti delle morti materne si verificano nei paesi ritenuti "fragili" a causa di conflitti in corso o perché colpiti da disastri ambientali. In questi paesi 507 donne muoiono ogni giorno per parto o durante la gravidanza. Sono solo alcuni dei dati appena presentati in contemporanea mondiale del rapporto sullo stato della popolazione nel mondo curato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA). 

Oggi, si legge nel rapporto, sono circa 60 milioni i profughi ambientali e di guerra, la cifra più alta registrata finora dalla seconda guerra mondiale, con una stima di 200 milioni di persone all'anno colpite solo da disastri ambientali e i dieci paesi con più alta mortalità materna affetti da conflitti. "In questo tipo di situazioni i rischi e le vulnerabilità per donne e ragazze sono sproporzionatamente alti, mentre servizi e supporto a loro disposizione sono sproporzionatamente bassi" ha fatto notare Giulia Vallese, Rappresentante dell'UNFPA in Nepal dove ha coordinato la campagna dopo il terremoto della primavera scorsa. 

"Se una donna vive o muore durante una crisi e se la sua dignità è protetta dipende troppo spesso dall'accesso o meno a servizi sanitari compresi quelli sessuali e riproduttivi, nonché di prevenzione da violenza" ha continuato Vallese, sottolineando che le risorse finanziarie attualmente a disposizione per l'assistenza umanitaria non sono sufficienti per garantire il diritto alla salute delle donne e il diritto alla protezione dalla violenza di genere.

E di diritto alla salute sessuale e riproduttiva ha parlato anche Maria Grazia Panunzi dell'Associazione italiana per le donne e lo sviluppo (Aidos) che ha curato la presentazione del rapporto UNFPA in Italia, riportando l'esperienza del progetto dell'associazione per le rifugiate siriane in Giordania. Qui, sono state aperte tre cliniche che hanno permesso a circa 10mila persone di accedere ai servizi per la salute, all'informazione e alla prevenzione delle violenze, e anche a percorsi di terapia basata sull'elaborazione dei traumi a partire dal lavoro corporeo con le donne. La crisi in Siria, ha spiegato Aidos, "dal principio ha portato a un aumento di matrimoni forzati delle ragazze rifugiate siriane in Giordania. La perpetrazione e la paura di violenze sessuali, in particolare contro le bambine e le adolescenti, sono la prima ragione di abbandono della Siria".

Oltre alle risorse, c'è bisogno dunque di un ascolto da parte della comunità internazionale che sia attento alle differenze di genere e a come le donne paghino in maniera diversa e troppo spesso più grave il prezzo delle crisi ambientali e politiche. Su questo punto è intervenuta Cristina Franchini, rappresentante dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). "La stessa definizione di rifugiato va adeguata al genere, i centri e le politiche di accoglienza non possono non tener conto della specificità della persecuzione di genere che inizia nei paesi d'origine e si compie anche durante gli spostamenti, con le violenze subite dalle migranti durante il viaggio". (claudia bruno)