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Diritto alla salute. "C'è ancora da fare,
non solo nei paesi del sud"

foto Flickr/Boris Bauer

Accedere ai servizi di cura, avere la libertà di decidere sul proprio corpo. Un diritto, quello alla salute, ancora troppo spesso calpestato. Per la giornata mondiale facciamo il punto con Maria Grazia Panunzi, presidente dell'associazione italiana donne per lo sviluppo

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Per la giornata mondiale della salute, indetta dall'Organizzazione mondiale della sanità negli anni '50, facciamo il punto con Maria Grazia Panunzi, presidente dell'associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos), associazione che si è distinta negli anni per il suo impegno nel costruire, promuovere e difendere i diritti di donne e ragazze in quelli che vengono definiti "paesi in via di sviluppo", ma anche in Italia. 

Maria Grazia, la salute sessuale e riproduttiva è un diritto, o almeno, dovrebbe esserlo. Quante sono le donne nel mondo che ancora non hanno accesso a servizi di cura e quali sono le aree del pianeta dove questa violazione di diritti è più marcata?

Ad avere difficoltà di accesso sono soprattutto, ma non solo, le donne e le ragazze dei cosiddetti "paesi del sud del mondo". Ma oggi non possiamo dimenticare tutte quelle donne e giovani che stanno fuggendo dai propri paesi in seguito alle numerose catastrofi naturali e ai numerosi conflitti, e le cui specifiche esigenze di genere e in particolare i diritti sessuali e riproduttivi, troppo spesso non sono presi in considerazione. Sono infatti oltre 100 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria attualmente nel mondo, di queste circa 26 milioni sono donne e adolescenti in età riproduttiva. Tre quinti del totale delle morti materne si verificano nei paesi cosiddetti "fragili", a causa di un conflitto o di una catastrofe naturale, e qui per gravidanza e parto muoiono giornalmente una media di 507 donne. Questi i dati dell'ultimo rapporto Unfpa, lanciato a dicembre scorso e la cui versione italiana è a cura di Aidos. Il diritto basilare di decidere liberamente e responsabilmente il numero, il momento e l'intervallo di tempo delle nascite dei propri figli e di avere le informazioni necessarie per decidere, liberi/e da discriminazione, coercizione e violenza è riconosciuto dal programma d'azione della conferenza internazionale del Cairo su popolazione e sviluppo che si è tenuta a dicembre 2015 e ha stabilito il contesto e il contenuto dei diritti riproduttivi che comprendono alcuni diritti umani già riconosciuti da leggi nazionali, testi internazionali sui diritti umani e altri documenti consensuali delle Nazioni Unite. Viene poi riconosciuto il diritto di tutte le donne al controllo su ogni aspetto della propria salute, e in particolare sulla propria fertilità, come requisito fondamentale per l'empowerment. Inoltre, anche grazie ai movimenti delle donne nel mondo, è stato possibile passare dal concetto di "diritti riproduttivi" a quello di diritti "sessuali e riproduttivi", cioè attinenti a tutta l’esperienza della sessualità e non solo alla vita riproduttiva. 

Alla presentazione del rapporto sullo stato della popolazione nel mondo avete raccontato l'esperienza del vostro progetto per le rifugiate siriane in Giordania, che ha visto l’apertura proprio di tre cliniche particolarmente attente a garantire il diritto alla salute. Ci spieghi meglio qual è stato l'impatto della crisi sulle donne e sulla loro salute e come siete intervenute?

Oggi, circa una persona su 10 in Giordania è un rifugiato o una rifugiata. Fin dal principio la crisi in Siria ha portato a un aumento di matrimoni forzati delle ragazze rifugiate siriane in Giordania. La perpetrazione e la paura di violenze sessuali, in particolare contro le bambine e le adolescenti, sono la prima ragione di abbandono della Siria. Nel campo profughi di Za'atari in Giordania, nel 2013, la violenza domestica è risultata essere "il tipo più diffuso di violenza" e vede coinvolte soprattutto le ragazze di età compresa fra i 12 e 18 anni. Per far fronte a questi bisogni con il nostro partner giordano, la ong Noor al Hussein Foundation, sono state aperte tre cliniche presso i governatorati di Amman, Zarqa e Balqa per donne e uomini rifugiati, garantendo a circa 10.000 persone l'accesso a servizi di salute sessuale e riproduttiva, che comprendono prevenzione e assistenza sanitaria, consulenza psicologica e legale, attività di informazione e sensibilizzazione, prevenzione della violenza di genere e supporto terapeutico alle vittime di violenza e traumi derivanti dal conflitto. Particolare attenzione viene rivolta al coinvolgimento degli uomini. Quando donne e adolescenti hanno la possibilità di accedere a servizi di salute sessuale e riproduttiva, insieme a programmi esplicitamente rivolti all'eliminazione delle disuguaglianze, i benefici degli interventi crescono in misura esponenziale, consentendo di superare crisi ed emergenze. Lavoriamo affinché donne e ragazze godano della possibilità di realizzare il loro potenziale e contribuire allo sviluppo e alla stabilità delle comunità e dei paesi in cui risiedono – prima, durante e dopo una situazione di crisi. 

Perché è così importante che ci siano politiche pronte ad investire in prevenzione? 

Lavorare solo sull'emergenza ha dei costi altissimi, investire sulla prevenzione significa garantire sempre i diritti di tutte e tutti e lavorare anche sulla resilienza delle donne e delle intere popolazioni coinvolte. Bisogna riconoscere che la salute delle donne e i loro diritti non possono essere trattati come un qualcosa che viene dopo altre urgenze. Se una donna vive o muore durante una crisi e se la sua dignità è protetta dipende troppo spesso dall’accesso o meno a servizi sanitari compresi quelli sessuali e riproduttivi, nonché dalla prevenzione della violenza. Occorre poi aumentare gli investimenti per la prevenzione delle crisi future: ad oggi, solamente cinque centesimi di un dollaro vengono spesi per prevenzione e preparazione, 60 centesimi per l’assistenza umanitaria immediata, mentre i rimanenti 35 sono spesi per la ricostruzione e riabilitazione.

Il rapporto UNFPA offre quattro raccomandazioni
  • Per prima cosa bisogna soddisfare tutti i bisogni più urgenti—e riconoscere che la salute delle donne ed i loro diritti non possono essere trattati come un ‘ripensamento’. Se una donna vive o muore durante una crisi e se la sua dignità è protetta dipende troppo spesso dall’accesso o meno a servizi sanitari compresi quelli sessuali e riproduttivi, nonché di prevenzione da violenza. 
  • Aumentare gli investimenti per la prevenzione e capacità di mitigare l’impatto di crisi future. Ad oggi, solamente cinque centesimi di un dollaro vengono spesi per prevenzione e preparazione. 60 centesimi vengono spesi per l’assistenza umanitaria immediata, mentre i rimanenti 35 sono spesi per al ricostruzione e riabilitazione. 
  • Investire nella ‘resilienza’ – di governi, istituzioni, comunità ed individui. Una via per favorire la capacità di recupero è attraverso uno sviluppo inclusivo ed equo e che rispetti i diritti di tutte e tutti. 
  • Il quarto punto – forse il più importante, è abbattere il muro che separa l’assistenza umanitaria dallo quella allo sviluppo.

È sempre accaduto, ma forse oggi ci appare più evidente, che i conflitti geopolitici si combattano anche e soprattutto sui corpi delle donne, possiamo dire che questi corpi diventino essi stessi territori su cui i conflitti in corso vengono agiti?

Purtroppo è qualcosa che non solo sappiamo da tempo ma continuiamo a vederlo nella pratica, il corpo delle donne è luogo simbolico ed effettivo di conflitto. C'è un'ampia letteratura su questo. Noi lavorando sul campo lo vediamo con i nostri occhi, quello che facciamo è quindi lavorare costruendo prima di tutto un dialogo con le donne dei vari paesi e con loro realizziamo i nostri progetti. Proviamo sempre a dare vita ad un vero dialogo interculturale e a una reale cooperazione.

Spesso, quando pensiamo alla violazione di diritti in tema di salute delle donne, pensiamo a paesi lontani da casa nostra, eppure considerando anche solo quello che accade in Italia - dai dati sulla violenza domestica, alla cattiva applicazione della 194 nelle strutture ospedaliere (fino alla deriva delle multe per gli aborti clandestini), al tipo d’interazione tra ginecologi e gestanti in sala parto, alle politiche sempre più mirate a smantellare spazi di trasmissione di saperi e di conoscenza sui corpi, come sono stati i consultori agli inizi - il nostro sembra un paese tutt'altro che "sviluppato". Cosa possono, secondo te, le associazioni e i movimenti e quanto resta ancora da pretendere in termini di politiche istituzionali?

Associazioni e movimenti possono fare molto, per loro natura sono più vicini alla società civile, o ne fanno parte, e sanno interpretare e tradurre in richieste politiche i bisogni di donne e ragazze. Pensiamo alla nascita dei consultori che inizialmente erano autogestiti dal movimento femminista e che poi sono stati integrati con una legge dello stato. Il movimento femminista ha dato un esempio di cosa serviva e di come andava fatto, anche se siamo consapevoli delle numerose difficoltà e degli attacchi che oggi rendono difficile la vita dei consultori. Noi abbiamo creduto in quel progetto e abbiamo proposto il modello del consultorio nei paesi dove lavoriamo. Quel modello è ovviamente stato rielaborato a seconda del paese che lo ha fatto proprio e delle necessità specifiche delle donne ma oggi i nostri centri per la salute delle donne lavorano e sono sostenibili. Fondamentale poi è il dialogo costante tra le istituzioni e le associazioni per trovare strategie di risoluzione ai problemi. È necessario che le associazioni svolgano un ruolo di monitoraggio e vigilanza sull'attuazione delle politiche così come sulle risorse finanziarie utili a sostenerle. Insomma, l'impegno politico deve essere concreto. Ancora c'è molto da fare, soprattutto per quanto riguarda donne e ragazze, e non solo nei paesi del sud del mondo.