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Femminismo virale

foto Youtube/Always #LikeAGirl

Essere femministe, c'è chi dice che non è al passo con i tempi. Eppure molte iniziative di contrasto alla cultura degli stereotipi si moltiplicano e hanno successo, anche e soprattutto, grazie all'uso dei social media. Certo, la rete spesso amplifica pure i comportamenti sessisti, ma le cose possono cambiare se i modelli si trasformano e il femminismo diventa virale

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Il Femminismo è fuori moda? Il femminismo non interessa alle ragazze (ed ai ragazzi)? Forse. Oppure sta subendo un’altra evoluzione e si sta insinuando nel discorso collettivo (sociale ma anche politico) utilizzando nuovi strumenti, a partire da una presenza diversa nei media e nei social. Se la rete e il mondo della pubblicità rimangono un territorio maschile, in cui permangono sottintesi sessisti e pubblicità sessualmente ammiccanti, si registrano tuttavia segnali interessanti che spingono alla riflessione.

È questa la sensazione che si ha a giudicare dalla presenza mainstream del tema delle pari opportunità di genere e della lotta agli stereotipi nei media e nei social, a partire da quello che sta succedendo negli Stati Uniti. Una prova lampante? Le campagne pubblicitarie al SuperBowl di quest’anno. Il SuperBowl per gli americani è un po’ come il festival di Sanremo a queste latitudini. Anche se non ti interessa ti ritrovi a conoscerne gli aspetti salienti dalla cronaca dei giornali generalisti. È una platea da milioni di spettatori e telespettatori. Una platea che quest’anno, e per la prima volta, è stata utilizzata per promuovere una riflessionecollettiva su due temi cari al femminismo: la lotta alla violenza di genere e contro gli stereotipi di genere.

Due video brevi, capaci in una manciata di secondi di allargare la prospettiva, aprire uno spiraglio, dire in modo semplice che le cose non sono immutabili nel tempo e che siamo tutti (e tutte) responsabili di un cambiamento quando si parla di pari opportunità (sì, la retorica americana che, nel bene e nel male, però alla fine produce risultati).

Il primo video, realizzato dall’associazione NOMORE che da anni si occupa di lotta alla violenza di genere, si basa su una storia vera che circola in rete già da tempo.

Un operatore del 911 (il numero per le emergenze negli USA, come molte serie Tv) riceve una telefonata da una signora agitata che chiede una pizza. Signora ma questo è un numero per le emergenze. Sì, con i peperoni. Signora, sa che lei sta chiamando il 911? Lei è in pericolo? Risponda sì o no? Sì. Le mando qualcuno. Il video dura trenta secondi ed è inquietante, anche se non si vedono né violenza né vittime dai volti tumefatti. L’ansia ed il disagio sono generati dagli oggetti, inquietanti come sono gli oggetti su una scena del crimine. L’assenza dei protagonisti rende la scena ancora più drammatica. Sembra l’incipit di un crime. Per questo funziona. È il linguaggio a cui siamo abituate/i. E infatti diventa subito una campagna virale. Il messaggio che chiude il video è chiaro e pulito “quando le cose sono difficili da dire, siamo che noi che dobbiamo imparare ad ascoltare”. Sottinteso, la violenza di genere riguarda anche te, chiunque tu sia, non si tratta di vittime e carnefici ma di comportamenti violenti che la società avvalla implicitamente e che si sviluppano anche grazie all’indifferenza collettiva.

 

Di diverso respiro, e più in linea con il clima da kermesse sportiva del SuperBowl, la campagna #likeagirl. Anche qui, meno di tre minuti per mettere in crisi uno degli stereotipi più consolidati aldilà e aldi qua dell’oceano. La regista Lauren Greenfield chiede ad un gruppo di adulti e bambini, maschi e femmine, di riprodurre davanti alla telecamera una serie di azioni “come le farebbe una ragazza”. Correre come una ragazza, lottare come una ragazza, lanciare una palla da baseball come una ragazza. Gli adulti e gli adolescenti, femmine e maschi, si esibiscono nella parodia di cosa sono stati educati a pensare significhi agire come una ragazza: corse sfilacciate, smorfie, sorrisetti, soprattutto atteggiamento di rinuncia immediata rispetto alla sfida. Le bambine, invece, ci mettono tutto il loro impegno. Correre come una ragazza significa correre più veloce che si può, dice una di loro. Ma il momento clou del video è quando la regista chiede ad un ragazzino sui 10 anni se si rende conto che facendo così “stai insultando tua sorella”. Beh no mia sorella no, le ragazze forse risponde lui. Poi si ferma. Rivoluzione copernicana. Ha capito. E abbiamo capito anche noi. Non è intenzionale, quando diciamo a nostro figlio “smettila di piangere sembri una bambina”, lo abbiamo respirato nell’aria sin da piccoli/e.Gli stereotipi di genere appartengono alla nostra alfabetizzazione primaria, per quanto consapevoli nessuno di noi ne è privo (e qui, vale la pena, nel chiuso della propria stanza, di fare l’utilissimo IAT Test del MIT per auto-valutarsi su pregiudizi di genere enon solo). Però il fatto che non sia intenzionale non significa che non stiamo comunque trasmettendo un messaggio terribile. #likeagirl non può essere un insulto. Anche qui campagna virale e milioni di visualizzazioni.

 

E la chiave di volta di quest’approccio è che non si tratta tanto di lavorare sull’empowerment delle bambine e delle ragazze – per evitare che, ad un certo punto della loro crescita, smettano di credere che fare le cose come una ragazza sia farlo al proprio meglio e si convincano di dover diventare una parodia di se stesse – ma di mettere in discussione i ruoli di genere all’interno della società. Iniziare ad attaccare dall’interno falsi miti che condizionano la vita di tutti, donne e uomini. Yes, we can. Weall can. Dove il we, questa volta, comprende un coinvolgimento degli uomini.

A me sembra molto femminista. O perlomeno mi sembra che non ci sarebbe stato tutto questo senza un lungo percorso femminista alle spalle, tradotto, rielaborato e sintetizzato in 3 minuti al SuperBowl.

È chiaro che per raggiungere un pubblico mainstream, ampio, generalista, il messaggio necessariamente si deve semplificare, perdere una parte delle sue infinite sfaccettature ma se la platea si allarga aumenterà anche il numero di chi si interroga su cosa poter fare per costruire un mondo più libero e meno discriminante. In cui ci sia spazio per le differenze. In cui non esista più un neutro, che in realtà è connotato al maschile. E per far questo magari recupererà i contributi al dibattito delle femministe storiche e contemporanee.

E mi sembra che non sia solo una questione di pubblicità, commercial come dicono negli USA. È anche Emily Watson a Davos che dice, con un sorriso fresco ad una platea immensa, che il mondo ha bisogno che le donne partecipino in modo egalitario all’economia ed alla società. Niente di nuovo, nella sostanza, dirompente nella forma. Perché una persona simbolicamente percepita come interna al sistema, ovvero una giovane, brava e bella attrice hollywoodiana, conosciuta soprattutto dai più giovani per la saga di Harry Potter, chiama il sistema dall’interno ad essere maggiormente egualitario. E non a caso nell’ambito di una campagna che si chiama HEforSHe che si propone di coinvolgere tutti, uomini e donne, ad agire per le pari opportunità di genere.

E  il tema si vede emergere anche, seppur lentamente, nei cartoon e nei prodotti di comunicazione per bambini e bambine, perché, come diceva Francesca Molfino, è dalla lotta agli stereotipi di genere nella prima infanzia che dobbiamo passare per uscirne. E così, tra i miei cartoon del momento preferiti, quelli che non posso esimermi dal guardare con mio figlio e mia figlia la sera, c’è, ad esempio,  Johnny Test, storia diun ragazzino scapestrato ed intraprendente con due sorelle scienziate ed inventrici, una madre in carriera ed un padre casalingo dai superpoteri, amante dell’ordine e del polpettone. Nella puntata in cui il padre decide di mollare tutto ed andare a lavorare (un lavoro che a lui non piace perché a lui piace occuparsi della famiglia e della casa), il nucleo familiare entra in crisi e si capisce che questa funzione di accudimento e cura gioiosa è fondamentale. Tanto quanto è fondamentale che ci sia qualcuno che vada a lavorare. E nella logica dei bambini e delle bambine, per la quale non esistono preconcetti ma solo situazioni reali che di volta in volta arricchiscono le possibilità nel mondo, va benissimo che a casa resti  il padre e a lavorare vada la madre. O viceversa. O tutti e due. E certo, il protagonista del cartoon è comunque un ragazzino, un maschietto. E certo può essere fastidioso che per riconoscere il valore del lavoro di cura si debba passare per il fatto che assume senso e valore se è un maschio ad occuparsene (secondo il teorema ormai dimostrato che le professioni, quando percepite come  “maschili” hanno più valore, anche economico di quelle percepite come femminili) tuttavia il messaggio che passa è che i ruoli non sono stereotipati. Che fare il polpettone e tenere in ordine la casa e accudire i propri cari è anche una roba da maschi, da superpapà. Che se sei una bambina e vuoi fare la scienziata oppure la donna manager sarà fantastico e vivrai meravigliose avventure, e non dovrai morire schiacciata dal senso di colpa dei tuoi carichi di cura. Che le famiglie hanno tante forme e la cosa importante è che all’interno delle famiglie (comunque esse siano costituite) si trovi un equilibro, che deve necessariamente passare attraverso una ridefinizione dei ruoli.

Soprattutto che c’é spazio, oltre che per le prendi-freddo Wings, le principesse che calano le trecce da castelli di pandizucchero, i guerrieri Ninja, le Violette, le streghe e gli addestratori di draghi, anche per i papà super-casalinghi e le mamme in carriera.

Si percepisce un allargamento dell’orizzonte, l’acquisizione di un nuovo senso di prospettiva e della possibilità di essere differenti. Perché come dice Geena Davis - sì quella di Thelma e Louise ma anche di Ragazze Vincenti, dove invece di finire in un fosso conduce alla vittoria un’agguerrita squadra di baseball femminile, che nel frattempo ha fondato un istituto che si occupa di Genere e Media -: if she can see it she can be it, ovvero servono modelli non stereotipati per le nostre figlie e per i nostri figli.

Serve Samantha Cristoforetti perché mia figlia sogni di poter diventare astronauta, un’astronauta femminista e cool, che posta le foto dell’Italia su twitter e fa venir voglia di mettersi a studiare astrofisica per poter fare un giorno esattamente come lei.

E serve a mantenere la memoria, essere consapevoli che tutto questo, a cui ci rapportiamo con leggerezza e, anche, godimento può apparire frivolo e superficiale ma viene da lontano ed è uno dei tanti modi per continuare l’impegno delle nostre sorelle, delle nostre madri e delle nostre nonne nel difendere i diritti delle donne e nel creare una società migliore per tutte/i.