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Il gap delle
migrazioni

Foto: Unsplash/ mostafa meraji

Nei paesi europei, il lavoro di cura familiare rappresenta ancora per le migranti l'ostacolo principale all'apprendimento della lingua e il maggior incentivo all'inattività. I dati appena diffusi dall'Agenzia europea per i diritti fondamentali

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Più di 16mila persone migranti hanno partecipato alla nuova indagine Minorities and Discrimination (Eu-Midis II) dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali della Commissione europea (FRA). Il 50 per cento delle persone che hanno risposto alle domande – sstatus amministrativo e motivi di migrazione, istruzione, occupazione, esperienze di discriminazione, molestie, violenze e consapevolezza dei propri diritti, valori e comportamenti – sono donne. A loro l'agenzia ha da poco dedicato una pubblicazione specifica.[1]

L’idea alla base della pubblicazione è quella di mettere in evidenza la stratificazione di oppressioni a cui sono soggette le migranti – in quanto donne, in quanto migranti, in quanto appartenenti a un gruppo etnico specifico, ma si potrebbe continuare – e di fornire indicazioni ai decisori politici nazionali e comunitari per lo sviluppo di politiche mirate e specifiche. L’invito è dunque quello di abbandonare un approccio neutrale alle politiche di integrazione della popolazione straniera e di contrasto alle discriminazioni: di abbandonare dunque una visione – purtroppo ancora molto diffusa e sicuramente acuita dalla crescente intolleranza xenofoba che impregna il discorso pubblico in materia – di chi migra come un insieme indistinto e omogeneo di persone, con simili aspettative, percorsi e ambizioni. 

Stando ai risultati, il 49% delle donne intervistate dichiara di aver migrato per motivi familiari (contro il 22% degli uomini): questo dato conferma che spesso il progetto migratorio familiare punta sui membri di genere maschile che si spostano all’estero per cercare lavoro. Le donne generalmente li seguono poi in un secondo momento: questo meccanismo familiare espone le donne migranti a un pericoloso meccanismo di dipendenza economica dai loro partner, acuito anche dal sistema legislativo che – a livello Ue e statale – spesso lega il loro permesso di soggiorno a quello del marito, minando la loro autonomia e la possibilità di sottrarsi a situazioni eventuali di abuso e violenza domestica.

Per quanto riguarda l’istruzione, il report si concentra sulla partecipazione a corsi di lingua come vettore primario e propedeutico di integrazione. Il 78% delle rispondenti dichiara di aver un buon livello di padronanza della lingua del paese di residenza. Tuttavia, è necessario considerare che la storia coloniale di molti stati Ue spiega l’alta percentuale: tra le donne migranti di prima generazione residenti nel Regno Unito e Francia, la maggior parte dichiara di non aver frequentato corsi di lingua perché non ne sentiva il bisogno dato che il francese o l’inglese sono le lingue correntemente parlate nel paese di origine. Differente la situazione di altri paesi, come l’Italia, dove solo il 29% delle donne di origine asiatica dichiara di avere una buona padronanza dell’italiano (contro il 49% dei loro connazionali). In questi casi, la decisione di non frequentare corsi di lingua non è dovuta all’inutilità degli stessi, bensì all’impossibilità di reperire le informazioni relative alle modalità di accesso alle lezioni (17% delle partecipanti residenti in Italia ha fornito questa spiegazione) o di trascurare gli oneri familiari di cura per le ore necessarie a frequentarle: in tal senso, l’Italia è l’unico paese coperto dall'indagine dove un terzo delle partecipanti (32%) ha indicato l’assenza di servizi per l’infanzia come motivo per non aver frequentato corsi di lingua italiana.

Sul versante del lavoro, l'indagine evidenzia che le donne migranti hanno più difficoltà ad accedere al lavoro salariato rispetto agli uomini. In Italia, ad esempio, il gap di genere tra le donne e gli uomini provenienti dall’Africa del nord nell’accesso al lavoro salariato raggiunge i 40 punti percentuali; tale gap arriva addirittura al 70% per la parte del campione proveniente dall’Asia. Il 47% delle donne intervistate di età compresa tra 16-64 anni residenti in Italia dichiara che il lavoro familiare di cura è la ragione della loro inattività lavorativa, la percentuale più alta tra tutti i paesi coperti dallo studio di FRA.

L’Italia si contraddistingue anche per essere il paese con il più alto gap di genere per quanto riguarda i Neet (Not in education, employment, or training, persone d'età tra i 16 e i 24 anni che non studiano e non lavorano). Secondo lo studio, infatti, il 37% delle donne migranti appartenenti a questa fascia di età residenti in Italia dichiara di non essere né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione. Questi dati rendono evidente la necessità di sviluppare politiche specifiche che permettano di superare gli ostacoli nell’accesso alla formazione e mercato del lavoro che le donne migranti si trovano ad affrontare, in primis la possibilità di godere di servizi per l’infanzia che alleggeriscano il lavoro di cura. 

Infine, un focus viene destinato alle esperienze di discriminazione, abuso e violenza nei paesi europei di residenza. Il 24% del campione complessivo dell'indagine afferma di sentirsi discriminato per le proprie origini. Per quanto riguarda le discriminazioni su base razziale, la percentuale di uomini e donne che ha riportato almeno un episodio accaduto nell’anno precedente all'indagine non presenta un gap di genere significativo. Tuttavia, il contesto in cui tali discriminazioni vengono perpetrate differisce in base al genere: gli uomini riportano maggiormente episodi di discriminazione avvenuti sul lavoro o nella fase di ricerca di un’occupazione; per le donne, invece, è più probabile che la discriminazione avvenga nell’interazione con le autorità pubbliche, nell’accesso ai servizi, per strada o nelle attività commerciali. Questo dato si pone in evidente continuità con la maggiore difficoltà che le donne migranti incontrano nell’accesso al mondo del lavoro rispetto ai loro concittadini di genere maschile.

Uomini e donne, inoltre, hanno riportato casi di crimini d’odio, violenze e molestie in percentuali simili. L’incidenza dell’underreporting è, inoltre, simile per entrambi i generi. Tuttavia, la percentuale di donne che riportano crimini d’odio perpetrati da conoscenti, amici o vicini di casa è doppia rispetto a quella degli uomini: così come per la violenza sessuale e di genere, anche questo tipo di violenze che colpiscono le donne si innestano spesso su rapporti interpersonali o di vicinanza emotiva. È necessario, infine, considerare che il 72% delle donne che hanno partecipato allo studio si dichiara di religione musulmana. Il 31% di coloro che almeno qualche volta indossano in pubblico un indumento tradizionale di questa religione – come il velo o il niqab – dichiarano di aver subito molestie per questo motivo. Il 39% dichiara di essere stata oggetto di sguardi inappropriati o gesti offensivi; il 22% di aver subito insulti o commenti offensivi e il 2% di aver subito violenza fisica. 

Il quadro che emerge dall'indagine di FRA restituisce un quadro di discriminazioni diffuse e di oppressioni di genere specifiche che faticano a trovare un adeguato riconoscimento nelle politiche pubbliche e nel dibattito sempre più acceso ed emergenziale in materia di immigrazione. Un quadro che rappresenta solo parzialmente la realtà migratoria europea, e che rischia di risultare ancor peggiore se si considera che nel campione considerato da FRA non vengono incluse le persone migranti presenti irregolarmente in Europa.

Dopo il biennio 2015-2016 e la conseguente stretta repressiva adottata in materia migratoria sia a livello Ue che in molti stati membri – compresa l’Italia – il numero di persone costrette a scomparire nelle maglie dell’irregolarità per evitare un rimpatrio forzato sta aumentando in modo esponenziale. Sono persone esposte – ancor più del resto della popolazione con background migratorio – al rischio di sfruttamento, marginalizzazione, discriminazione e violenza.

L’assenza del punto di vista delle donne migranti irregolari rischia di rappresentare un limite rilevante di questo studio che, tuttavia, già fornisce elementi sufficienti per smontare l’idea di ricette per l’integrazione universalmente valide e preconfezionate. L’oppressione specifica di genere – come tutte le oppressioni specifiche – impone l’esigenza di politiche altrettanto specifiche che sappiano, inoltre, tenere conto dei percorsi di vita delle persone che sempre più spesso sono connotate dallo stratificarsi di oppressioni multiple, com’è il caso delle donne migranti. Su questo punto, però, l’impegno politico delle istituzioni europee e nazionali è rimasto purtroppo prevalentemente sulla carta. 

Note

[1] L'indagine, pubblicata nel 2017 a dieci anni di distanza dalla prima rilevazione, ha coinvolto migranti di prima e seconda generazione, o appartenenti a gruppi etnici minoritari, residenti in 19 stati membri dell'Unione europea – Italia inclusa – e rappresentativi di 121 nazionalità differenti. In totale, 16.149 persone hanno risposto alle domande. A partire dal 2018, l'agenzia ha portato avanti un’operazione di disaggregazione dei risultati, pubblicando report specifici relativi a sottogruppi del vasto campione considerato. A settembre di quest’anno è stata pubblicata l’analisi specifica dei risultati sulle esperienze di discriminazione riportate dalle donne che hanno partecipato all'indagine, sia in relazione al sottogruppo maschile del campione, sia – dove possibile – alla popolazione autoctona di genere femminile.