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Gender pay gap

foto: Flickr/Clare Griffiths

Come si calcola il differenziale salariale tra donne e uomini, quali informazioni ci dà e con quali limiti

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Contro il gender pay gap: lavoro alle donne e conciliazione agli uomini. Facciamo il punto partendo dai dati più aggiornati

In occasione di quello che è stato ribattezzato "Equal Pay Day" dall'Unione Europea, pubblichiamo i risultati di una ricerca recente. I dati mostrano che il blocco dei salari nel settore pubblico in Italia ha favorito l'aumento del gender pay gap. L'esempio concreto di come alcune misure di austerità abbiano avuto ripercussioni più severe sulle donne

Le donne hanno superato gli uomini nell'istruzione, e contribuiscono sempre più ai bilanci familiari. Eppure rimane un notevole divario nei redditi (in Italia del 43,5%). Determinato non solo dal cosiddetto "gender pay gap", ma anche da scarsa occupazione femminile e segregazione nel part-time. Il punto della situazione in fatto di uguaglianza di genere, a 20 anni dalla piattaforma di Pechino

Per capire cosa si intende con "gender pay gap" (differenziale salariale donna/uomo) è importante precisare come viene calcolato. Di norma vengono considerati i differenziali salariali “grezzi” per ora lavorata. Ovvero, si considera il salario orario medio di uomini e donne, si calcola la differenza e la si esprime come percentuale del salario orario maschile. E’ questa la statistica descrittiva utilizzata dalla Commissione Europea per mettere a confronto il gender pay gap nei paesi dell’Unione europea [1]. Con tale misurazione, si ha che in media le donne guadagnano per ogni ora lavorata il 18% in meno rispetto agli uomini (dato Eurostat riferito al 2008 guardando ai 27 paesi membri Ue) ma solo il 4,9% in meno in Italia.

Il differenziale salariale “grezzo” (unadjusted, in inglese) è un indicatore che ha il pregio di essere semplice da calcolare, ma presenta anche forti limiti dovuti alle distorsioni che si possono avere quando le due popolazioni che vengono messe a confronto (uomini e donne) hanno caratteristiche individuali molto diverse (per età anagrafica, anzianità lavorativa, livello d’istruzione, settore in cui lavorano, dimensioni dell’impresa in cui lavorano, ecc.).

Le differenze nelle retribuzioni di uomini e donne devono essere interpretate come il risultato di un confronto tra due popolazioni di lavoratori con caratteristiche diverse. Uomini e donne non fanno gli stessi lavori, non sono occupati negli stessi settori, hanno diverse progressioni di carriera, non hanno le stesse caratteristiche personali (età, anzianità sul lavoro, istruzione). Inoltre, le donne tendono ad essere concentrate nei settori di attività (es. all’interno del settore manifatturiero nel tessile, all’interno del terziario, nei servizi alla persona) e nelle occupazioni (insegnanti, impiegati, il personale infermieristico) caratterizzate da bassi livelli retributivi. Infine, le donne incontrano maggiori difficoltà nelle progressioni di carriera.

Per capire le ragioni dell’esistenza di differenziali retributivi di genere sono state messe a punto tecniche statistiche ed econometriche che permettono di decomporre il gap salariale nelle sue due componenti:

  • differenze nella composizione della forza lavoro maschile e femminile per età, livello d’istruzione, settore di attività (costruzioni, tessile, bancario, commercio, servizi alla persona, ecc.), tipo di occupazione (operaio, impiegato, insegnante, dirigente, ecc.), ecc.

  • differenze nella remunerazione delle caratteristiche individuali e occupazionali tra i sessi.

In breve, si cerca di separare le caratteristiche dei lavoratori (come istruzione, anzianità, qualifica professionale, addestramento sul lavoro, ecc.) da come queste caratteristiche sono valutate (ovvero, retribuite). I risultati mostrano che anche se la composizione della forza lavoro tra i sessi rispetto alle caratteristiche personali e occupazionali fosse identica, rimane un considerevole gap tra le retribuzioni di uomini e donne. Detto in altri termini, il lavoro svolto dalle donne è valutato meno rispetto al lavoro svolto dagli uomini.

Il differenziale salariale “grezzo” per l’Italia è pari al 4,9%. Ciò significa che in media le donne occupate con una lavoro dipendente ricevono una retribuzione oraria inferiore del 4,9% rispetto alla media degli uomini. Ma questo differenziale “grezzo” non tiene conto né delle differenze nelle caratteristiche individuali, né di eventuali differenze nella remunerazione delle caratteristiche. Inoltre, non tenendo conto del basso tasso di occupazione femminile registrato in Italia, implica una sottovalutazione del differenziale salariale dato che è più probabile che entrino nel mercato del lavoro le donne più istruite (quindi con retribuzioni più elevate della media). Va pertanto letto in modo critico, tenendo presente quanto segue:

- le donne occupate in Italia hanno mediamente un livello d’istruzione più elevato rispetto agli uomini; quindi, in base alle caratteristiche dell’investimento in capitale umano dovrebbero essere pagate di più (non di meno) degli uomini. Ovvero, se la caratteristica “istruzione” fosse remunerata nello stesso modo dovremmo osservare un differenziale salariale positivo (non negativo) a favore delle donne;

- il rendimento dell’istruzione (ovvero, l’incremento nel livello salariale associato ad un incremento nel livello d’istruzione) tende ad essere più basso per le donne; in modo simile, l’esperienza lavorativa e l’anzianità;

- il tasso di occupazione femminile rimane in Italia tra i più bassi in assoluto nell’Unione Europea (nel 2008, con un tasso pari al 47,2%, l’Italia si posiziona al penultimo posto); questo implica che nel nostro paese il 52,8% delle donne (15-65 anni) non ha un lavoro retribuito (o perché inattiva, o perché disoccupata). Il differenziale salariale “grezzo” pari a 4,9% (calcolato considerando solo le persone occupate) ignora il fatto che in Italia per la maggioranza delle donne in età lavorativa il salario è pari a zero.

Le differenze aumentano se anziché considerare la retribuzione oraria si considera la retribuzione mensile o annua. Le donne tendono infatti a lavorare meno ore rispetto agli uomini perché scelgono lavori con orari più brevi (es. insegnanti), sono maggiormente occupate in lavori part-time, sono meno disponibili al lavoro straordinario. Quindi, se consideriamo il reddito lordo annuo, le donne percepiscono tra il 50% e il 70% di ciò che guadagnano gli uomini. Nell’ultimo The Global Gender Gap Report, rapporto annuale predisposto dal World Economic Forum, vengono riportati per l’Italia i seguenti dati (relativi al rapporto tra donna e uomo):

wage equality for similar work (survey) 51%

estimated earned income (PPP US $) 49%

Questa fonte rileva una significativa penalizzazione per la componente femminile sia in termini di retribuzione per lavori simili (la retribuzione dei lavori delle donne sono pari al 51% di quelle degli uomini) sia in termini di reddito complessivo da lavoro (il reddito da lavoro delle donne è pari solo al 49% di quello degli uomini).

 Le difficoltà che le donne incontrano nel mondo del lavoro si traducono quindi, necessariamente, in un minor livello di reddito complessivo (mese/ anno) e quindi in una ridotta (o mancata) autonomia economica dalla famiglia (quindi dall’uomo).

[1] Il gender pay gap grezzo si basa su concetti e definizioni stabilite per l'indagine  europea Ses (Structure of Earnings Survey). È incluso sia tra gli indicatori strutturali che in quelli di Sviluppo sostenibile fissati a livello europeo.

 

Per saperne di più

The Global Gender Gap Report 2015, pubblicato dal World Economic Forum

Sito della Commissione Europea dedicato al Gender Pay Gap