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Il paese dei vecchi padri

La paternità può attendere: i maschi italiani spostano sempre più in là l'età del primo figlio. I perché di una sindrome del ritardo che può autoalimentarsi, il ruolo dei fattori sociali, culturali ed economici. E una proposta per spezzare la catena del ritardo: congedo di paternità obbligatorio

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In tutto il mondo occidentale è in atto, da decenni, un processo di posticipazione delle tappe di passaggio alla vita adulta. Tale processo risulta ancora più accentuato nel nostro paese. Ciò vale per entrambi i generi, ma il primato rimane soprattutto maschile. Per un uomo italiano aspettare fin oltre i trent’anni per lasciare la casa dei genitori, formare una unione di coppia dopo i 32-33 anni e avere il primo figlio dopo i 35 anni, è oramai considerato assolutamente normale. La tardiva età di conquista di una propria autonomia e di inizio formazione di una propria famiglia riducono i margini di realizzazione dei desideri riproduttivi, e formano quindi un quadro coerente con la persistente bassa fecondità (1). Le trasformazioni nel percorso di acquisizione dei ruoli adulti, il maggior investimento in formazione e le difficoltà nello stabilizzare il proprio percorso occupazionale portano, in particolare, sempre più donne e uomini ad arrivare alla soglia dei 35 anni senza aver ancora sperimentato l’esperienza di maternità e paternità. Fino alla generazione di fine anni ’50, la quota di donne che arrivavano a 35 anni senza matrimonio e senza figli, è rimasta su valori relativamente bassi, prossimi rispettivamente al 10% ed al 15%. Si è assistito poi ad un aumento che ha portato le nate dopo la fine degli anni ’60 su livelli rispettivamente attorno al 20% e al 30%. Ma ancor più accentuato risulta tale processo per gli uomini. I celibi a 35 anni erano poco sopra il 10% per le generazioni degli anni ’40. Tale quota risulta quasi triplicata per le generazioni degli anni ’60. Gli uomini non ancora padri, alla stessa soglia di età, sono passati dal 20% al 45%. Questo significa che nel giro di pochi decenni si è passati da una situazione nella quale solo una ridotta minoranza arrivava senza figli all’età di 35 anni ad una nella quale poco meno della metà della popolazione maschile rinvia oltre tale soglia anagrafica la prima esperienza di paternità.

Una sindrome soprattutto maschile

L’accentuato ritardo maschile può essere imputato a vari motivi – di ordine culturale, economico e biologico - che nell’insieme concorrono nel rendere più gli uomini che le donne a rischio di scivolare verso una condizione patologica del rinvio delle assunzioni dei ruoli e delle responsabilità adulte, fin quasi a diventare una vera e propria “sindrome del ritardo” (2). Un primo motivo è costituito dalla precarietà lavorativa e dai bassi salari di ingresso, che tendono a penalizzare maggiormente, dilazionandola nel tempo, la formazione di una propria famiglia sul versante maschile che su quello femminile. Se infatti viene sempre più considerato un pre-requisito importante per la costituzione di una unione stabile il possedere un lavoro da parte di entrambi i membri della coppia, rimane però, soprattutto in Italia, la tradizionale maggiore importanza assegnata alla stabilità e alla buona remunerazione del lavoro di lui. Le difficoltà di conciliazione tra occupazione femminile e figli rendono più strategico per la coppia che sia il membro maschile ad investire in modo più solido e intenso nel lavoro.

Un secondo motivo che contribuisce al ritardo è la maggiore accondiscendenza da parte dei genitori verso una protratta permanenza dei figli maschi rispetto alle figlie femmine. I giovani uomini continuano infatti a godere nella famiglia di origine di maggiori risorse e più ampia libertà di quanto non valga invece per le coetanee. Resiste nelle famiglie italiane uno stile educativo molto differenziato per genere in termini di trasmissione del senso di autonomia e di responsabilizzazione. Secondo i dati Istat (http://www.istat.it/dati/catalogo/20061127_01/), tra i pre-adolescenti (11-13enni) i maschi a cui è semplicemente richiesto di mettere in ordine le proprie cose sono meno della metà (44%, contro il 64% delle bambine), quelli che si rifanno il letto sono meno del 20% (contro il 58% delle figlie femmine), quelli che aiutano nelle pulizie il 13% (a fronte del 44% delle coetanee). Va poi considerato che la stessa protratta coabitazione con i genitori, godendo di tutti i comfort della condizione di figlio, senza fasi intermedie di vita autonoma (come la condivisione con coetanei di un appartamento), tende a non favorire negli uomini italiani la maturazione di un modello più simmetrico di condivisione degli impegni domestici.

Possiamo aggiungere, infine, anche un terzo motivo, di ordine biologico. Nell’ultimo secolo la durata di vita si è enormemente allungata. Tutte le fasi dell’esistenza si sono di conseguenza dilatate. In particolare l’ingresso nella vita adulta, l’entrata nella vita di coppia e l’arrivo del primo figlio si sono spostati sempre più oltre la terza decade di vita. In questo processo di estensione elastica del corso di vita il momento conclusivo del periodo fecondo femminile è invece rimasto un punto fermo, sostanzialmente immobile. La chiusura delle possibilità riproduttive avviene quindi per le donne in età relativamente sempre più precoce rispetto agli altri eventi biografici. Questo significa anche che sul versante femminile, la deriva che può essere innescata dalla “sindrome del ritardo” trova un argine nell’avvicinarsi della menopausa, che costringe a mettere da parte tutte le possibili remore se non si vuole rinunciare per sempre all’esperienza della maternità. Nelle percezione maschile, viceversa, la decisione può rimanere sospesa sine die, dato che teoricamente la possibilità di riprodursi non ha un limite definito. A conferma di ciò, è interessante ad esempio notare come appena passati i 40 anni più di un uomo su quattro risulti ancora senza figli, ma la netta maggioranza (quasi il 60%) di costoro dichiara che intende averne in futuro. Alla stessa età ad essere senza figli è circa una donna su cinque ed inoltre solo una netta minoranza di queste (una su tre) si aspetta di averne in futuro.

Spezzare la catena del ritardo che genera ritardo

Per evitare che il ritardo generi ritardo e determini una riduzione del contributo attivo delle giovani generazioni, è necessario promuovere la possibilità di conquista in età non tardiva di una propria autonomia e di costituzione di una propria famiglia. Politiche in questa direzione sono, come ben noto, molto carenti in Italia. Allo stesso modo, una volta formata una propria famiglia cruciali sono gli strumenti di conciliazione che sostengano la possibilità di aver figli senza provocare una rinuncia al lavoro di lei e un aumento del carico lavorativo esterno di lui (3). Ma è nel contempo auspicabile anche un cambiamento culturale, che porti a superare la monopolizzazione femminile delle attività di cura (4). In questa direzione potrebbe essere utile introdurre anche nel nostro paese il congedo di paternità obbligatorio. Un misura che non ha solo un valore simbolico, comunque di rilievo in una realtà così piena di resistenze verso un riequilibrio nei rapporti di genere. Varie analisi empiriche hanno mostrato come la presenza paterna nei primi giorni di vita del figlio produca un coinvolgimento attivo persistente nel tempo. Le potenziali ricadute sarebbero quindi positive per la madre, per il rapporto tra padre e figlio, ma anche per il benessere economico della famiglia, dato che viene favorita le possibilità di conciliazione tra famiglia e lavoro di entrambi i membri della coppia. Con potenziali implicazioni positive anche perle aziende, perché un rapporto più sereno ed equilibrato all’interno della famiglia migliora anche concentrazione e produttività nel luogo di lavoro. Molti paesi hanno introdotto tale misura e hanno comunque potenziato le misure di sostegno ed incentivo alle scelte di autonomia e di responsabilità condivisa. Noi cosa aspettiamo? Evidentemente anche relativamente alle politiche stesse per la famiglia il nostro paese soffre di una “sindrome del ritardo”.

 

Note

(1) Del Boca D., Rosina A., Famiglie sole, il Mulino, 2009.

(2) Livi Bacci M., “Il paese dei giovani vecchi”, il Mulino, 3/2005.

(3) Rosina A., Sabbadini L.L., “Uomini e padri”, in Bimbi F., Trifiletti R. (a cura di), Madri sole e nuove famiglie. Edizioni lavoro, Roma, 2006. Si veda anche: Rosina A., C. Saraceno, “Interferenze asimmetriche. Uno studio della discontinuità lavorativa femminile”, Economia e Lavoro, n. 2/2008, 2008.

(4) Piazza M. “Non pretendere da un figlio maschio meno di quanto pretendi (o pretenderesti) da una figlia femmina“, in Rosina A., Ruspini E. (a cura di), Un decalogo per i genitori italiani. Crescere capitani coraggiosi, Vita e Pensiero, 2009. Micheli G., ”Paternità inceppata vuol dire paternità in ceppi. Le gabbie che tengono una rivoluzione in stallo”, in in E. Dell’Agnese e E. Ruspini (a cura di), Mascolinità all’italiana. Costruzioni, narrazioni, mutamenti, Utet, Milano, 2007.