Articoloprostituzione

La mascolinità e il consumo
di sesso a pagamento

Antica pittura muraria thailandese

In molti paesi il focus delle politiche pubbliche si sposta dalle prostitute ai clienti. Ma mentre si demonizza la prostituzione in strada, il consumo di sesso in cambio di denaro è in realtà sempre più normalizzato nella società odierna, si arricchisce di sfumature di significato e di nuovi spazi di incontro e scambio, a cominciare da internet. Cosa, e come, sta cambiando nel mercato del sesso

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Alla domanda “chi è il cliente?” non è affatto facile rispondere, perché in realtà il cliente non esiste. Esistono invece i clienti, al plurale, tanti e tanto diversi tra loro che tratteggiarne un profilo pare pressoché impossibile. Degli uomini che pagano per il sesso sappiamo che appartengono a tutti i gruppi sociali, che sono giovani e vecchi, poveri e ricchi, sposati e celibi, operai e professori universitari, di destra e di sinistra, religiosi e atei. In sintesi, sono uomini qualunque. Questo significa, all'inverso, che qualunque uomo può essere cliente. Perché non parliamo di una patologia o di una devianza dalla “norma” maschile, ma di comportamenti che sono dentro quella norma, nella “normalità”.

Ce lo confermano i numeri: tra il 10% e il 40% della popolazione maschile in tutti i paesi per cui esistono dati. Non solo, ma uomini clienti e non clienti hanno più cose in comune di quante li distinguono: condividono una cultura della disponibilità femminile (affettiva, sessuale, materiale), una visione del sesso come prestazione, una rappresentazione del desiderio come obbligo, sforzo, esercizio di potere... Condividono, insomma, i modelli egemoni che costruiscono la mascolinità.

Sono uomini “normali”, i clienti, anche perché al sesso a pagamento non chiedono nella maggior parte dei casi niente di diverso da ciò che chiedono alle relazioni non commerciali: le stesse prestazioni, per esempio, che sono in larga prevalenza sesso orale e vaginale. In alcuni settori del mercato del sesso, le richieste arrivano fino alla simulazione di un appuntamento romantico e allo sviluppo di “copioni” del tutto simili a quelli del corteggiamento romantico.

E chi pensa che il fatto di pagare faccia di questa esperienza solo un triste surrogato del sesso “vero” è costretto, in molti casi, a ricredersi. Almeno stando a ciò che i clienti raccontano di sé. “Far sesso a pagamento non è un'esperienza vuota, se paghi la persona giusta”, dice con un'efficace battuta il fumettista Chester Brown in Io le pago (Coconino Press, 2011).

Oggi assistiamo alla crescita di un interesse nuovo e diffuso verso la “domanda” di servizi sessuali. Lo stigma che grava da secoli sulle donne che si prostituiscono colpisce progressivamente (ma senza abbandonare le donne, o al massimo trasformandole in vittime passive) anche gli uomini che pagano. Nessun uomo in un consesso pubblico confessa volentieri di frequentare prostitute, nemmeno in Italia. E diversi paesi, dalla Svezia fino alla Francia della recente legge neo-proibizionista, hanno deciso di partire proprio dai clienti per sradicare il mercato del sesso.

L'impianto repressivo di queste norme suscita opposizioni e perplessità non solo nelle organizzazioni che rappresentano le lavoratrici e i lavoratori del sesso, o nei settori ultra-liberali dell'opinione pubblica che interpretano in questa chiave il diritto alla libera espressione della sessualità. Sono molte anche le voci che esprimono preoccupazione per i rischi di maggiore marginalizzazione e isolamento delle persone che si prostituiscono, in particolare delle vittime di tratta. Poche, però, evidenziano un altro rischio: che simili politiche manchino il bersaglio, basandosi su una visione fallace del cliente come uomo perverso, malato, deviante.

Le politiche anti-prostituzione tendono, insomma, a perdere di vista il fatto che mentre il consumo sessuale (specialmente in strada) viene progressivamente patologizzato o criminalizzato, una tendenza uguale e contraria spinge oggi più che mai verso la sua normalizzazione. Non si tratta solo del mercato del sesso, ma dell'intera società dei consumi in cui sfera della sessualità e sfera del mercato trovano sempre nuovi terreni di incontro e intersezione. L'economia post-industriale è in gran parte basata proprio sull'offuscamento del confine tra privato e pubblico. Quello che Arlie Russel Hochschild chiama il “confine del commerciabile” avanza sempre di più nel territorio delle emozioni e dell'intimità. E d'altro canto, l'intera sfera pubblica è saturata di sessualità, il sesso è da ogni parte offerto al consumo, promesso come massimo piacere e come centro di gravità (im)permanente a un Sé traballante come quello dell'individuo contemporaneo.

Uomini e donne non partecipano in modo uguale a questo mercato, il mercato non è neutro rispetto al genere. Se tutti e tutte sono target dei messaggi di consumo, diverso è il ruolo che i corpi degli uni e delle altre svolgono nel sistema di segni di cui è intessuta la comunicazione commerciale: soggetti di desiderio i primi, oggetti i secondi. Il corpo femminile, scriveva Baudrillard nel lontano 1974, è lo schema direttivo della nuova etica del consumo, oltre che “il più bell'oggetto di consumo” esso stesso. E ancora non aveva visto nulla.

Non sorprenderà quindi che ancora oggi siano le donne a fornire la maggioranza dell'offerta di servizi sessuali e gli uomini a rappresentare la stragrande maggioranza della domanda. Ma né l'offerta né la domanda sono rimaste immobili nel tempo.

Il sesso a pagamento non è più (solo) la valvola di sfogo (maschile) di una morale sessuale repressiva, come veniva rappresentato al tempo del dibattito sulla legge Merlin, ma un territorio in cui si esprimono bisogni in parte diversi dal passato, che molto più hanno a che fare con la trasformazione dell'individuo moderno in homo consumens che con la conservazione di costumi patriarcali arcaici.

La sociologa americana Elisabeth Bernstein parla di un “paradigma post-industriale del mercato del sesso”, per segnalare la trasformazione storica della prostituzione attraverso la mobilità spaziale, la specializzazione, la diversificazione, l'impiego massiccio delle nuove tecnologie della comunicazione. Proprio nei media digitali risiedono alcuni degli aspetti di maggiore novità del tempo presente. Si pensi all'ampia disponibilità di luoghi virtuali – portali, blog, forum – in cui i clienti visitano le escort, entrano in contatto con loro senza mettere a rischio la propria privacy, discutono con altri clienti e persino “recensiscono” le donne incontrate a beneficio della comunità dei frequentatori.

Il tema del piacere, di cui sono intessuti gli scambi che si possono leggere online, non si limita all'esperienza sessuale, ma si estende alle atmosfere e al social time della conversazione, fino - in alcuni casi - a una visione “terapeutica” del sesso a pagamento: “Mi ha fatto bene la tua analisi nei miei confronti. Sei riuscita a darmi la tua opinione senza giudicarmi”, scrive per esempio un utente di EscortForum. Lo spazio dell'incontro con una escort promette libertà da ogni vincolo sociale e relazionale. Resta, nuda, un'intimità circoscritta nel tempo e nello spazio attraverso il denaro. Denaro che permette una finzione di relazione (per paradosso, artificiosamente “autentica”) in cui uno solo è il desiderio e uno solo è il piacere. E in questo risiede il suo potere.

Nel mercato del sesso la fragilità dell'identità maschile, in un tempo in cui da ogni parte si parla di “crisi del maschio”, trova sostegno in un immaginario possesso, e in un immaginario prestigio legato all'accesso ai corpi femminili più belli. Finito l'epoca della “socialità del bordello” di cui parlava Alain Corbin per le case chiuse, gli uomini cercano questo prestigio in una comunità che si fa virtuale. Il virilismo stesso, l'ideologia della supremazia maschile, si fa virtuale, spiega Sandro Bellassai ne L'invenzione della virilità (Carocci, 2011).

Le politiche proibizioniste che spostano il focus sui clienti rischiano di cogliere, di questo fenomeno complesso, solo gli aspetti di superficie. Per esempio di accanirsi contro la prostituzione più visibile, in strada, con l'illusione di sradicare un costume antico e regressivo, mentre questo costume prolifera altrove, al chiuso, in rete, e in forme sempre diverse. Nuovi immaginari delle relazioni tra i generi e nuovi, più ricchi desideri non discenderanno da leggi e ordinanze, pericolose per le persone che si prostituiscono e con effetti deterrenti controversi, senza un processo trasformativo di cui siano artefici gli uomini stessi, e senza un lavoro ampio, profondo, creativo sulle radici culturali dell'ansia contemporanea di consumare bellezza e giovinezza

 

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L'autrice di questo articolo ha analizzato l'argomento nel libro Uomini che pagano le donne (Ediesse). Nelle due immagini all'interno del pezzo: una vigneta sul tema della prostituzione del fumettista Chester Brown, e la copertina del libro Uomini che pagano le donne