Articolodisuguaglianze - lavoro - pari opportunità - violenza

Leadership femminile,
un percorso a ostacoli

Foto: Unsplash/ @wocintechchat

Un'indagine su oltre 20mila donne nelle imprese di Giappone, Stati Uniti e Svezia mostra perché la leadership femminile continua a essere un percorso a ostacoli, tra pressioni e molestie

Articoli correlati

Gli ultimi da dati sul part time nel settore pubblico e privato confermano le debolezze strutturali del nostro sistema produttivo, che penalizza ancora soprattutto l’occupazione delle donne. Un'analisi di genere

L’Italia è stata tra i primi paesi a chiudere le scuole e sarà probabilmente tra gli ultimi a riaprirle. Un'indagine racconta com'è cambiata la gestione del tempo di bambini e genitori durante il lockdown

Le misure adottate dai governi per controllare la diffusione del Covid-19 stanno aumentando il divario di genere, non solo in termini di occupazione, ma anche di equilibrio tra vita e lavoro e di sicurezza finanziaria, il tutto a svantaggio delle donne. Lo conferma un'indagine europea

L'Organizzazione internazionale del lavoro ha messo in guardia da una contrazione occupazionale imminente che avrà effetti più gravi sulle categorie già svantaggiate, come le donne migranti.

Ricoprire posti di potere per una donna non significa essere protetta dal rischio di molestie, anzi. Uno studio dell’Istituto svedese per la ricerca sociale dell’Università di Stoccolma (Sofi) fuga ogni dubbio sul tema: passando ai raggi X le condizioni di lavoro di donne in paesi come Svezia, Giappone e Stati Uniti, quello che emerge è che le donne in posizioni di leadership – quindi con ruoli di supervisione  sono state oggetto di molestie dal 30 al 100 per cento in più rispetto alle altre dipendenti. Insomma, non basta avere un posto di comando per sentirsi al sicuro.

"Quando abbiamo iniziato a studiare le molestie sessuali, ci aspettavamo una maggiore esposizione per le donne con meno potere sul posto di lavoro. Invece abbiamo trovato il contrario" ha detto Johanna Rickne, fra le autrici della ricerca. E la spiegazione è tristemente 'logica': “un supervisore è esposto a nuovi gruppi di potenziali molestatori. Può essere molestata sia dai suoi subordinati che dai dirigenti di alto livello all'interno dell'azienda". E, precisazione non trascurabile, sia negli Stati Uniti, che in Svezia che in Giappone, l’esposizione alle molestie risulta crescere quando i subordinati sono rappresentati soprattutto dipendenti di sesso maschile.

Le prime ricerche sulle molestie sessuali – si ricorda nello studio – risalgono agli anni Settanta: lo scenario analizzato riguardava allora donne molestate che svolgevano compiti ritenuti all’epoca prettamente 'femminili' come pulire l’ufficio o assistere alle riunioni. In quegli anni, il rapporto di potere fra uomini e donne nel mondo del lavoro era tutto a favore dei primi. Con il cambiamento sociale degli anni successivi, le donne sono passate da ruoli meramente amministrativi anche a ruoli di leadership, e la natura delle molestie ha cambiato faccia. Quando le donne hanno cominciato a considerare la carriera e la loro posizione lavorativa come parte integrante della loro identità, molti uomini hanno sentito che il proprio ruolo era stato messo in discussione. 

Per questo, fra le spinte consce e inconsce che porterebbero un uomo a molestare una donna in posizione di leadership, potrebbe esserci quella di “rimettere la donna al suo posto”. E per la paura di subire molestie, le donne da parte loro arriverebbero anche a desistere nel loro desiderio di ricercare posizioni di leadership: tutto questo potrebbe essere uno dei motivi per cui le donne conquistano posizioni di comando con ritmi assai più lenti rispetto agli uomini.

Entrando nel dettaglio, i risultati svedesi sono il frutto di un’indagine semestrale sull’ambiente di lavoro portata avanti dal governo che si basa su un campione casuale della popolazione differenziata per sesso, età, occupazione, classe sociale. A essere prese in considerazione sono cinque ondate dell’indagine (1999, 2001, 2003, 2005 e 2007) per un totale di 23.994 donne intervistate. Visto che per gli Stati Uniti e il Giappone non si disponevano di dati analoghi a quelli della Svezia, il team di ricerca ha fatto nuove indagini nel 2019: per gli Stati Uniti sono state campionate 1.573 donne impiegate (il 62% di queste occupava posizioni di supervisione); per il Giappone sono state campionate 1.573 intervistate (e soltanto il 17% di queste erano poste in posizione di supervisione). 

L’invidia del potere da parte dei dipendenti nei confronti delle donne in posizione di supervisore sarebbe emerso come particolarmente forte in Giappone, nel corso delle interviste svolte presso la ditta considerata come campione. Tutto questo risulta particolarmente evidente in settori – come informatica, edilizia, finanza – in cui il potere è tradizionalmente appannaggio maschile. 

Dalla ricerca è emerso che sia in Giappone che negli Stati Uniti l’aver denunciato le molestie subite ha portato le donne a conseguenze sociali negative, come la difficoltà di ottenere promozioni. Per questo è importante capire fino a che punto le molestie sessuali ostacolano le donne nel loro percorso verso ruoli di leadership.

Per contrastare questa situazione di grande difficoltà per tantissime donne, il 21 giugno 2019 sono stati adottati i primi strumenti internazionali sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro: la Convenzione n. 190 e la Raccomandazione n. 206 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil). Una delle novità della convenzione è proprio l’estensione a tutte le figure di lavoratrici, dunque non soltanto dipendenti, volontarie, tirocinanti, o apprendiste, ma anche manager e proprietarie di piccole imprese. Specifica necessaria, vista la delicatezza e – purtroppo – la grande attualità del tema: ben 235 milioni di donne a livello globale non risultano essere protette sul posto di lavoro e su 193 paesi, soltanto 158 hanno norme che tutelano l’impiego femminile, secondo quanto riportato dallo studio del World policy analysis center dell’Ucla

Se questo è lo scenario, che le posizioni di lavoro più elevate non garantiscano condizioni aliene dal rischio di molestie si poteva dedurre anche da uno studio del 2017 basato sui dati FRA che aveva come focus di indagine il rapporto fra indipendenza economica e violenza di genere, e di cui inGenere si è già occupata in passato. Vale però la pena ricordare alcuni punti di questo studio promosso dalla Commissione europea su un campione di 40mila donne, numero sufficiente a consentire a ogni paese di essere opportunamente rappresentato. Dallo studio emergeva per esempio come, considerata la violenza all’interno di un nucleo familiare, se è vero che per la donna la probabilità di subire abusi di ogni tipo in caso di condizioni economiche disagiate risultava crescere, è altresì vero che quando la donna risultava guadagnare più dell’uomo, aumentava a sua volta anche il rischio di subire abusi sessuali. La disparità di retribuzioni – quando era la donna l’elemento 'forte' da un punto di vista economico - incideva dunque nell’alimentare l’aggressività maschile. 

I dati della ricerca Sofi, dunque, sono perfettamente in linea con l’indagine della Commissione europea, fotografando una problematica che è globale e che ribadisce ancora una volta l’ambivalenza del legame fra emancipazione economica femminile e violenza maschile già mostrata dalle indagini passate.

Che fare dunque per arginare questa penosa situazione? La strada maestra per ridurre la violenza sulle donne – e dunque sottrarre anche quelle donne in posizione di leadership alle molestie sul luogo di lavoro  è prima di tutto quella di insistere sull’investimento nell’istruzione, cercando come prima cosa di arginare la dispersione scolastica, più diffusa nella popolazione maschile che in quella femminile: è emerso infatti che persino avere un marito o un fidanzato con un basso livello di istruzione raddoppia il rischio di essere oggetto di violenza fisica e/o sessuale. 

La violenza sulle donne negli ambienti di lavoro riguarda tutte, a prescindere dall’età: “precedenti studi – ha affermato Rickne – hanno dimostrato che non sono solo le giovani donne che potrebbero essere considerate attraenti e femminili a essere molestate, ma donne di tutte le età”. Per questo, nel rapporto Preventing gender-based workplace discrimination and harassment vengono trattate normative e policy per tutelare le donne da molestie, oltre che da disparità di trattamento salariali o di carriera, demansionamento e sfruttamento, nei 193 Stati dell’Onu. 

Anche in Italia le cose non vanno affatto bene: secondo recenti dati Istat, 1 milione e 403mila sono le donne fra i 15 e 65 anni (corrispondenti al 9% della popolazione lavorativa totale) che risultano aver subito ricatti o molestie sul lavoro. Nell’indagine Le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro del 2018, per l’Istat il fenomeno ha toccato almeno una volta nella vita ben il 43,6% delle donne che lavorano in Italia. Per questo l’Associazione Unione Donne in Italia (Udi) ha di recente ritenuto opportuno proporre una petizione per inserire nel Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro un nuovo titolo proprio dedicato alle molestie sessuali nei luoghi di lavoro.  

Leggi anche

Se il lavoro non è un posto sicuro

Molestie sul lavoro, cosa prevede la convenzione internazionale

Economia della violenza

Molestie che inquinano la scienza