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Molestie che inquinano
la scienza

Foto: Unsplash/ Sharon McCutcheon

Un rapporto presentato in anteprima a Washington sollecita istituti di ricerca e università a considerare le molestie sessuali in accademia alla stregua del plagio e della falsificazione dei dati

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Negli anni in cui tutti si aggrappano ai dati per dimostrare verità e smentire opinioni, laboratori e ospedali diventano i luoghi perfetti per pressioni e ricatti di tipo sessuale. Isolamento, gerarchie rigide e posizioni di potere ricoperte ancora prevalentemente da uomini rendono infatti questi ambienti particolarmente adatti al perpetuarsi di molestie basate sul genere. È il prezzo che le donne stanno pagando per essere entrate a far parte di quello che per secoli è stato un club per soli maschi. Un prezzo che in realtà rischiamo di pagare tutti.

“Se avete a cuore la scienza, l’ingegneria e la medicina, deve starvi a cuore la questione delle molestie sessuali in accademia”. A dirlo è Sheila Widnall, docente di astronautica al Massachusetts Institute of Technology di Boston tra le autrici del rapporto Sexual harassment of women presentato in anteprima la settimana scorsa a Washington DC. 

Il rapporto, realizzato dal National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, è stato lanciato con l’hashtag #ScienceToo sull’onda del #MeToo partito l’anno scorso dal mondo cinematografico, e raccoglie i risultati delle ricerche degli ultimi trent’anni sul clima sessuale delle università statunitensi, inclusa un'indagine condotta di recente su più di 150 tra istituti e campus. 

Guardando a tutte le discipline, è il 58 per cento delle donne nelle facoltà statunitensi ad aver avuto esperienze di molestie sessuali, ma queste si concentrano nei settori delle scienze, dell’ingegneria e della medicina che sono a forte prevalenza maschile, spiega il rapporto. In questi settori, le donne che hanno avuto esperienza di molestie sono più del 50 per cento se si considera il personale universitario, e tra il 20 e il 50 per cento se si considerano le studenti.

I dati diffusi a Washington confermano un fenomeno trasversale e diffuso anche nel mercato del lavoro europeo, dove a maggiori livelli di istruzione e di emancipazione economica corrisponde sì una più alta probabilità per le donne di uscire da situazioni di violenza domestica, ma allo stesso tempo una maggiore esposizione a molestie e ricatti sul lavoro

Ma di cosa parliamo quando parliamo di molestie sessuali e perché una rete nazionale così importante di accademie ha deciso di diffondere un report indipendente su questo tema. 

Uno dei pregi principali del rapporto presentato a Washington è quello di fornire una definizione accurata di molestia sessuale che va molto al di là di quello che la legge prevede e che distingue fra coercizione sessuale, attenzioni sessuali indesiderate, e molestie legate al genere, mostrando come la categoria più diffusa sia proprio quest’ultima, qualcosa che nella maggior parte dei casi per legge non sarebbe neanche punibile e che invece ha degli effetti precisi non solo sulla salute e sulle carriere delle donne, ma anche sulla qualità della ricerca stessa.

'Meno scienziate' degli scienziati

Per molestie legate al genere, spiega il rapporto, si intende tutta quella serie di comportamenti verbali e non verbali tesi a trasmettere ostilità, esclusione o a trattare le donne come appartenenti a uno status inferiore. Le attenzioni sessuali indesiderate includono advance verbali o fisiche, fino a vere e proprie aggressioni. La coercizione sessuale comprende tutti quegli atteggiamenti volti a condizionare a un’attività sessuale un trattamento professionale o educativo favorevole.

Il comportamento molesto può essere individuale, rivolto a una donna singola, o riguardare l’intero ambiente di lavoro. Il clima organizzativo, sottolinea infatti il rapporto, è il fattore più importante nel determinare se le molestie sessuali possono verificarsi in un ambiente lavorativo. È per questo che le molestie legate al genere sono le più difficili da riconoscere da chi le subisce, perché sono quelle a cui gli ambienti di lavoro si manifestano più “tolleranti”. E un ambiente tollerante rispetto a questo tipo di comportamenti, ne trasmette una percezione falsata. 

Il risultato è che alla fine dei conti quella che le donne non sono fatte per la scienza o non meritano rispetto apparirà come una constatazione naturale, un dato di fatto. Ecco la gravità, spiegano le autrici, perché invece la ricerca ha inevitabilmente bisogno del contributo delle donne e ha bisogno che sia un contributo libero, non condizionato.

Ammalarsi, lasciare la ricerca, rinunciare alla carriera  

I dati diffusi dal rapporto mostrano come maggiore è la frequenza, l'intensità e la durata dei comportamenti molesti, più le donne segnalano sintomi di depressione, stress e ansia e generalmente effetti negativi sul benessere psicologico e fisico, inclusa l’insorgenza di emicranie, depressione e disturbi del sonno. Più le donne sono molestate sessualmente in un ambiente di lavoro, più pensano di lasciare il posto o la propria linea di ricerca o se restano lo fanno in modo meno ambizioso, abbandonando le opportunità di leadership.

Quando le molestie sessuali si verificano in ambienti di ricerca, spiega il rapporto, sono i valori fondamentali della qualità della ricerca stessa a essere messi in pericolo. “L'effetto cumulativo delle molestie sessuali è un grave danno all'integrità della ricerca e una costosa perdita di talento nelle scienze accademiche, nell'ingegneria e nella medicina” evidenziano le autrici. 

Per questo motivo, e qui risiede un altro elemento di originalità, il rapporto sollecita le istituzioni accademiche a considerare le molestie sessuali alla stregua di quei comportamenti abitualmente tacciati come pericolosi per l’integrità della scienza, come il plagio e la falsificazione dei dati.  

A medicina pressioni anche dai pazienti e dalle famiglie

Al centro del report c’è un sistema implementato dalla Georgia State University alla fine del 2014, l’Administrator-Researcher Campus Climate Collaborative (ARC3), coordinato da Sarah L. Cook e Kevin Swartout, dal quale è nato un forum rivolto a personale, tirocinanti e studenti che è diventato presto uno strumento per misurare in modo dettagliato il clima degli istituti universitari. 

I risultati dell'indagine condotta con questo sistema da più di 150 istituti, mostrano come all’interno dell’intero percorso accademico le donne abbiano maggiori probabilità di subire molestie rispetto agli uomini, ma anche che le caratteristiche che favoriscono livelli più elevati di molestie sessuali sono principalmente quattro: un ambiente a prevalenza maschile con posizioni di potere ricoperte da uomini; un clima organizzativo che si manifesta tollerante a comportamenti sessualmente molesti, ad esempio non prendendo sul serio le segnalazioni di studentesse e ricercatrici, non adottando provvedimenti di nessun tipo nei confronti dei responsabili, non riuscendo a proteggere chi denuncia da eventuali ritorsioni; un’organizzazione basata su relazioni fortemente gerarchiche tra docenti e studenti e la presenza di contesti isolati come laboratori e ospedali all’interno dei quali personale accademico e tirocinanti si trovano a trascorrere la maggior parte del tempo. 

Dall’indagine emerge un altro dato interessante: che tra le discipline a prevalenza maschile, le molestie sessuali sono più frequenti sulle studentesse in medicina, che dichiarano di subire pressioni di tipo sessuale non solo da parte di colleghi e superiori, ma anche da pazienti e famiglie.

Leggi e proclami non sono abbastanza

Cosa fare per salvaguardare le donne e la ricerca? Le leggi sono importanti, ma non bastano, spiegano le autrici. E gli studi condotti negli ultimi trent’anni dimostrano come né le leggi né le iniziative formali che le università producono in materia di discriminazione sessuale sono finora coincise con un miglioramento effettivo del clima nell’ambiente accademico. Al contrario, è stato riscontrato come nelle organizzazioni che realmente sostengono la diversità e il rispetto, le molestie siano meno frequenti.

Il comitato scientifico che ha redatto il rapporto ha fatto perciò una scelta radicale decidendo di rivolgere la pubblicazione prevalentemente alle istituzioni e alle organizzazioni universitarie, perché è dalla cultura che questi soggetti promuovono internamente che il problema dipende più strettamente. E lo ha fatto dedicando una buona parte del rapporto a un elenco di raccomandazioni rivolte proprio a prevenire la diffusione di un clima sessualmente molesto nelle strutture accademiche.

A questo proposito, vale forse la pena di aggiungere due osservazioni. La prima riguarda il fatto che le misure legali e le iniziative accademiche a contrasto delle molestie sessuali vagliate finora non hanno portato a risultati rilevanti, e questo nonostante le università americane si siano poste il problema molto più diffusamente e molto prima che in Italia scoppiasse qualche caso isolato. La seconda è che le raccomandazioni del rapporto hanno tutt'altro che un tono giustizialista. Di fronte a una delle domande del pubblico durante la presentazione, rispetto alla possibilità di impedire ai docenti colpevoli di molestie di insegnare alle studenti, la risposta è stata un chiaro no. Non  sarebbe né corretto né efficace. 

Le molestie come indicatore di scientificità compromessa

Tra i provvedimenti che gli istituti di ricerca e universitari dovrebbero prendere secondo chi ha redatto il rapporto: partire dalle molestie più diffuse e più tollerate, quelle legate al genere, affrontare le molestie come una questione culturale e non solo legale, impegnarsi nel reale sostegno dell’inclusione e delle differenze, insegnando al personale e agli studenti come intervenire quando si verifica una molestia, favorire la trasparenza e la responsabilità rispetto alla trasmissione delle informazioni, sviluppando e condividendo il prima possibile politiche chiare, accessibili e coerenti in materia di molestie sessuali e codici di comportamento e includendo conseguenze disciplinari per i violatori di questi codici che non rappresentino vantaggi in nessun modo – come, invece, possono essere per alcuni una riduzione del carico di lavoro o di responsabilità. Il rapporto propone processi investigativi uguali per tutti, che siano in grado di bilanciare la trasparenza con la tutela della privacy dei soggetti coinvolti, rapporti annuali sulla qualità e quantità di molestie registrate, in modo da valutare se ci siano strutture che hanno bisogno di interventi specifici. E poi, favorire finanziamenti indipendenti; facilitare l’accesso a servizi di supporto legale, sociale e sanitario, e impegnarsi per una leadership che sia diversificata al suo interno e per questo più forte

Ma c'è di più. E l'elemento forse più innovativo del rapporto sta propiro nell'invito a considerare le molestie sessuali alla stregua della cattiva condotta scientifica, vale a dire come un elemento che possa penalizzare la qualità del lavoro di ricerca o la selezione di un candidato.

“Un cambiamento nella cultura dei nostri college può fermare il modello dei comportamenti molesti” ha detto Paula Johnson, a capo del comitato del report, docente di medicina per più di trent’anni prima di diventare presidente del Wellesley College. Ne va della prossima generazione di scienziate, ingegnere e mediche.