Marcela e Matteo, il welfare delle due Romanie
04/12/2009
Ritratto di una famiglia che assiste le nostre famiglie: il “welfare fai da te”, ovvero il ricorso a un’assistenza privata e auto-organizzata da parte delle famiglie italiane, visto nello specchio del paese di emigrazione
I Romeni in Italia sono passati da una presenza molto marginale nei primi anni ’90 (7.494 permessi di soggiorno nel 1990) ad un insediamento assai più significativo negli anni successivi, fino a rappresentare il primo gruppo straniero nel 2007 (Cingolani 2008: 47). Oggi, con 796.477 presenze, essi costituiscono circa un quinto degli stranieri presenti nel nostro paese (20,4%). Per molti anni la migrazione rumena ha seguito una dinamica di tipo circolare, anche per via della possibilità di viaggiare, prima del gennaio 2007, per motivi di turismo e senza obbligo di visto (Torre 2008: 14). Questa modalità “pendolare” e “temporanea” è stata definita da uno dei prinicipali studiosi rumeni come una vera e propria “strategia di vita” di individui e famiglie (Sandu 2004).Oggi, tuttavia, alla migrazioni circolare, si affianca un flusso migratorio sempre più consistente che tende alla stabilizzazione nel nostro paese, come dimostrato dal crescente numero di ricongiungimenti familiari, dall’elevata presenza di minori nati nel nostro paese e dalla crescente presenza femminile (Torre 2008: 14). Le donne oggi costituiscono più della metà (53,1%) dei rumeni in Italia (Caritas 2009: 86) e, per la maggior parte, continuano a gravitare intorno al settore della cura: secondo stime dell’IRS, esse dal 2005 rappresentano quasi il 40% dei lavoratori impiegati nell’assistenza familiare, aggiudicandosi il primo posto tra i lavoratori nel settore (IRS 2008: 25 e Caritas 2009, p. 258).
La prima volta che ho parlato con Marcela era l’aprile del 2004. Mi trovavo a Cinecittà, nel grande piazzale da cui partono i pullman per la Romania. Mi attendeva un viaggio di tre giorni che attraverso Slovenia e Ungheria mi avrebbe finalmente condotto a Focşani, una delle principali città di emigrazione dei rumeni che intendono trasferirsi a Roma.
L’emozione per quel primo viaggio era esaltata dal fatto di trovarsi già in un piccolo pezzo di Romania. Per quattro ore, ogni domenica, la piazza si riempie: giovani e famiglie rumene vengono dal centro e dalla periferia romana per trascorrere insieme alcune ore, salutare e ricevere i viaggiatori, mandare un pacco ai propri cari approfittando degli amici in partenza. Ricordo l’odore forte dei “mititei” alla griglia che avrei ritrovato in Romania, i bruscolini venduti in coni di cartone, la musica delle radio e di un piccolo complesso musicale. Il clima di festa, che lascia spazio a uno strano silenzio intorno alle 13.00 quando gli ultimi pullman partono e la gente se ne va.
E’ in quell’occasione che ho visto Marcela per la prima volta. Marcela è una donna sui 50 anni, ha i capelli lunghi e un bel viso che mi è subito sembrato rassicurante. Anche se non la conoscevo, mi è venuto istintivo avvicinarmi a lei, quasi a chiederle il piacere di orientarmi in quel viaggio che affrontavo in senso opposto al suo e da cui non sapevo cosa aspettarmi. In effetti, in un certo senso, posso dire che Marcela ha soddisfatto il mio desiderio: mi ha permesso di conoscere suo figlio Matteo, che è sempre rimasto a vivere a Focşani e, durante gli incontri che abbiamo avuto nei mesi successivi, mi ha parlato di sé, rendendo un po’ più chiaro quel reticolo transnazionale di biografie che si cela sotto un presunto e granitico “esercito delle badanti”.
Quando l’ho intervistata, in una mansarda all’ultimo piano di un palazzo a S. Maria delle Mole, Marcela mi ha raccontato che negli anni ’80, quando è nato Matteo, lei e suo marito si trovavano in discrete condizioni economiche. Il marito era musicista, una delle pochissime attività private consentite sotto il regime di Ceaucescu e lei poteva permettersi di non lavorare e dedicare le sue attenzioni al figlio. E’ nel ’90, caduto il comunismo, che la situazione della famiglia peggiora. Il marito si reca in Germania per cercare un lavoro, ma dopo solo due anni viene espulso. Marcela comincia allora a lavorare come commessa, ma il guadagno è troppo ridotto: nel 1995 parte lasciando suo figlio di 15 anni.
Una delle cose che più mi sorprendono nel suo racconto è constatare come il nuovo “welfare fai da te”, ovvero il ricorso a un’assistenza privata e auto-organizzata da parte delle famiglie italiane, si riflette in maniera più o meno speculare nei contesti di emigrazione. Le donne che, come Marcela, partono lasciando i figli minorenni nel paese di origine devono ricostruire una rete sociale in grado di assicurare ai ragazzi affetto e protezione. Tuttavia, anche quando vi sono membri della famiglia allargata disposti ad assumersi questo incarico (in cambio di un certo quantitativo di rimesse), la riorganizzazione della cura si rivela un processo spesso instabile e difficoltoso. Non sempre i nuovi caregiver si mostrano adeguati al loro nuovo compito e, spesso, non è possibile offrire una sistemazione continuativa ai ragazzi. Molti giovani, come Matteo, si trovano così a dover cambiare più volte alloggio e, in alcuni casi, addirittura città. Matteo ricordando la sua infanzia sottolinea: “E’ difficile rimanere in un solo posto.…a Bucarest ho abitato in 10, 11 posti…a Focşani in 5 o 6 ma non lo so più... in 10 anni avrò abitato in 15 posti diversi”.
Purtroppo, come evidenzia Marcela, anche le strutture del welfare locale - in particolare la scuola e i servizi sociali nelle città di origine- si rivelano del tutto impreparate a comprendere e gestire il disagio della famiglia transnazionale. I servizi che possono offrire un tutoraggio e un’assistenza ai ragazzi left behind sono molto pochi e scarsamente conosciuti dagli emigranti. Inoltre, spesso, docenti e operatori – poco valorizzati e malpagati -non possono evitare di considerare i figli dei migranti come dei “privilegiati”. Marcela a questo proposito ricorda: “Matteo prima che io partissi era considerato una sorta di bambino prodigio. Poi di punto in bianco ha cominciato ad andare male in lingua rumena e in fisica. Io credo che il motivo fosse che i professori, sapendo che noi stavamo all’estero, pensavano di fare soldi spingendoci a far prendere a Matteo lezioni private (che loro stessi impartivano)”.
Nonostante siano sempre restati costantemente in contatto Marcela e Matteo sentono entrambi di aver perso qualcosa: se negli anni della sua adolescenza Matteo non ha potuto avere una figura di riferimento centrale nel contesto di origine, negli anni della sua lontananza Marcela non ha potuto ricostruirsi la centralità che era abituata ad avere. Il suo primo lavoro come assistente ad un anziano le ha dato la sensazione di essere nuovamente “primordiale” per qualcuno. Ma, con la morte del suo assistito, la sensazione di solitudine e superfluità si è riaccesa e non l’ha più abbandonata. Marcela confida: “i primi 3 anni di lavoro li ricordo con emozione. Assistevo un vecchietto, che viveva in casa qui, coi suoi figli. E’ senz’altro stato difficile con il vecchietto, ma di fatto mi sono legata tantissimo. Lo portavo fuori, gli davo da mangiare, stavo con lui, gli parlavo e lo baciavo in continuazione, lo facevo ballare con me e lui anche mi dava tanti baci e anche se non aveva chiara l’idea di chi ero, appena mi vedeva mi tendeva le braccia e mi guardava con una faccia contenta. Quando c’era il vecchietto sentivo che loro avevano proprio bisogno di me, io ero “primordiale” per lui…era anche difficile, ma il cervello era in movimento, io ero in movimento. Quando è morto è come se il cervello fosse impazzito”.
Oggi Marcela e Matteo rappresentano le due diverse facce dell’emigrazione. Marcela, come tante sue connazionali, si sente sospesa tra l’Italia e la Romania. Dieci anni di lavoro come assistente familiare e colf non le hanno dato un’esperienza professionale spendibile nel suo paese, il diritto a una pensione adeguata, un risparmio sufficiente a fronteggiare il continuo aumento dei costi nel paese di origine. Su queste deboli basi il progetto del ritorno viene costantemente rimandato. Marcela riflette: “sempre penso 'torno'. Ma se torno che faccio? Non mi sento in grado psicologicamente di fare più niente, io non dormo, non sono più forte.[...] questo lavoro mi spenge. E’ come se non imparassi niente, anche le cose che prima sapevo (le poesie, le lingue imparate a scuola) le ho dimenticate.[...] Mio marito – che lavora in edilizia - a volte pensa che se tornasse potrebbe aprire un’attività in questo campo, comprare una betoniera e le impalcature e lavorare là. Ma io che faccio? Del resto una cosa che mi deprime è anche questo salire dei prezzi che sembra costringerci a vivere alla giornata. Non dico che il nostro sacrificio non sia servito a niente, l’appartamento e tutto il resto non ce lo saremmo potuti permettere. Però adesso sembra che più passa il tempo, meno è possibile accumulare risparmi e farci qualcosa in Romania; è come se stare qui servisse solo a coprire le spese vive lì. Prima il sacrificio era in nome di un progetto, ma ora?”.
In Romania, Matteo invece riesce a cogliere e cavalcare le opportunità offerte dalla transizione e a sfruttare a suo favore proprio quelle dinamiche economiche che tengono lontana la madre dal suo paese natale. La crescita dei prezzi, la formazione di una nuovo ceto di benestanti rumeni è, infatti, la molla che fa crescere il business di Matteo. Nel 2000, dopo aver terminato i suoi studi universitari, e grazie a un aiuto dei genitori, Matteo ha aperto un’attività di ‘tunning’: crea piccoli e grandi optional, compresi potenti impianti stereo, nelle automobili, tuttora considerate uno status symbol da tanti rumeni. Almeno il 30% dei suoi clienti sono migranti di ritorno: “Qua ci sono le macchine più belle che in Italia… lo fanno perché per metà della loro vita non hanno avuto neanche la bicicletta e appena hanno soldi si fanno la macchina migliore che riescono a permettersi”. Pensando alla sua attività Matteo commenta: “la Romania può essere l’America: ci sono un sacco di attività che puoi fare e puoi guadagnare 1000 volte di più qui che lì. Solo che i romeni non sanno investire e non hanno coraggio, né idee...i settori vergini sono moltissimi (…). Alla fine sono tanti i romeni che continuano a pensare che qui è un paese povero… neanche tu, neanche il 95% dei rumeni e degli italiani là lo sanno: qui si possono fare molti molti più soldi che in Italia perché siamo all’inizio”.
L’ebbrezza per la rapida trasformazione che coinvolge la Romania e che Matteo sente di cavalcare e vivere attraverso il suo personale dinamismo appare un mondo lontano rispetto a quello di chi, migrando, sembra essere rimasto fermo. Parlando dei suoi genitori, Matteo riflette: “ la loro mentalità è rimasta come prima di partire, mia madre dice quale è il tuo lavoro? E io le dico che faccio impianti potenti per le macchine, e lei mi risponde: ‘Ma ci sono là quelli che si comprano queste cose?’ E io: ‘ma si che ci sono!’ E lei: ‘ma come mai che siamo poveri?’ E io le dico sempre: ‘c’è un sacco di gente che ha i soldi’, ma lei pensa che non sia così”.
Mentre lo intervisto, seduta a un bar con i tavolini all’aperto, si sente, forte, la musica di un’autoradio. “Questa l’ho fatta io” dice Matteo “ha più di 1.000 watt”. La potenza della sua impresa sembra fondersi con quella del suono. Immediatamente penso a Marcela, alle due Romanie che lei e suo figlio rappresentano, all’amore e alla distanza che lega questi due mondi.
Bibliografia:
Caritas (2009), Immigrazione. Dossier statistico 2009 – XIX Rapporto, Idos Edizioni, Roma
Cingolani, P. (2008),Romeni d’Italia. Migrazioni, vita quotidiana e legami transnazionali, Il Mulino, Milano
Torre, A.R. (2008), Romania, in A.A. V.V., ‘Migrazione come questione sociale. Mutamento sociale, politiche e rappresentazioni in Ecuador, Romania e Ucraina’, CeSPI Working Paper n. 57/2009, http://www.cespi.it/WP/WP%2057%20rapporto%20welfare.pdf
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