Dati

Dai dati sulle vittime di tratta intercettate in Italia emergono dinamiche non lineari che parlano di un sistema incapace di tradurre la domanda di aiuto in riconoscimento, lasciando moltissime persone – soprattutto donne – prive del sostegno di cui avrebbero bisogno. Se rompere il silenzio è possibile, lo è altrettanto attraversare le soglie che separano il racconto, la valutazione e l’accesso effettivo ai percorsi di tutela?

Nelle maglie
della tratta

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Nelle maglie della tratta
Credits Unsplash/Alexey Demidov

Studiare la tratta di esseri umani non è facile, a cominciare dalla sua definizione fino al reperimento dei dati su cui basare le indagini.

A livello internazionale, la tratta di esseri umani è definita dal Protocollo di Palermo (2000) come la combinazione di tre elementi: atti (reclutamento, trasporto, trasferimento, ospitalità o accoglienza di persone), mezzi (minaccia o uso della forza, coercizione, inganno, abuso di potere o di una condizione di vulnerabilità, o il pagamento di benefici a chi esercita controllo su un’altra persona) e finalità di sfruttamento, tra cui lo sfruttamento sessuale, lavorativo o forme assimilabili alla schiavitù.

Nel diritto italiano questa definizione è recepita negli articoli 600 e 601 del Codice penale, che qualificano come 'tratta' "le condotte di riduzione in soggezione o servitù" e "l’induzione o costrizione allo spostamento sul territorio a fini di sfruttamento". Su questa base normativa si fondano i programmi di emersione, assistenza e protezione delle vittime e il Sistema informatizzato di raccolta delle informazioni sulla tratta (Sirit).

Attraverso questi dati possiamo osservare dinamiche non lineari. È importante ricordare che i dati prodotti dal Sirit consultabili online sono disponibili dal 2017. Le serie storiche disponibili consentono di osservare nel tempo quante persone entrano in contatto con il sistema che fa una valutazione dei casi segnalati, quante, successivamente, vengono effettivamente prese in carico e quante assistite.

Quello che emerge, in primo luogo, è che l’aumento del numero di denunce da parte di potenziali vittime non può essere messo in relazione con un aumento degli sbarchi. Infatti, se si confrontano i dati Sirit con quelli del Ministero dell’Interno, emerge che tra il 2017 e il 2020 gli arrivi in Italia sono diminuiti drasticamente – passando da oltre 119.000 nel 2017 a poco più di 11.000 nel 2019 – mentre, nello stesso periodo, il numero di nuove valutazioni di possibili vittime di tratta segue una traiettoria inversa. Solo a partire dal 2020 le due serie mostrano un andamento parallelo, con una crescita progressiva sia degli sbarchi che delle nuove valutazioni. Questo disallineamento iniziale suggerisce quindi che l’emersione della tratta non possa essere letta come una semplice funzione dei flussi migratori complessivi.

Analizziamo ora il picco delle nuove valutazioni. La scomposizione per sesso (Figura 1) chiarisce la natura di questo picco, rivelando che l’incremento riguarda in larga parte le donne. Negli anni successivi, mentre le valutazioni riferite alle donne diminuiscono progressivamente, cresce – seppur in modo più contenuto – il numero di uomini intercettati dal sistema. Il biennio 2018–2019 rappresenta dunque un momento di discontinuità, fortemente connotato dal punto di vista di genere.

Figura 1. Numero di nuove valutazioni per sesso, 2017- 2023

Valutazioni per sesso
Fonte: elaborazione personale sulla base dei dati Sirit

La disaggregazione per paese d’origine (Figura 2) consente di circoscrivere ulteriormente questo andamento. Il picco delle nuove valutazioni del 2018 è trainato in larga misura da persone provenienti dalla Nigeria, prevalentemente donne vittime di sfruttamento sessuale. A partire dal 2019, la quota di cittadine nigeriane tra le nuove valutazioni diminuisce progressivamente, pur restando significativa.

Figura 2. Nuove valutazioni per paese d’origine (%), 2017- 2023

Valutazioni per paese
Fonte: elaborazione personale sulla base dei dati Sirit

Il dato suggerisce che l’aumento osservato non sia riconducibile a un fenomeno generalizzato, ma a una dinamica specifica, concentrata proprio in quei due anni tra le donne provenienti dalla Nigeria.

Per comprendere la discontinuità osservata nei dati italiani è necessario dunque spostare lo sguardo in quella direzione, e in particolare verso lo stato di Edo, da cui proviene una quota rilevante delle donne intercettate dai servizi antitratta negli anni del picco. Qui – come spiega un articolo di Marta Bellingreri, giornalista e attivista – la tratta con fini di sfruttamento sessuale si è strutturata nel tempo attorno a un sistema di controllo che combina indebitamento, violenza e coercizione simbolica.

Prima della partenza, molte giovani donne vengono sottoposte a rituali juju, officiati da sacerdoti tradizionali. Durante il rito, alle ragazze vengono prelevati capelli, unghie o sangue e viene loro imposto un giuramento di obbedienza e silenzio, legato al debito contratto per il viaggio e alla sottomissione alla madame - la donna che, una volta in Europa, ne controllerà lo sfruttamento. Il giuramento non ha solo una funzione simbolica: per chi ci crede, la sua violazione comporta il rischio di malattie, follia o morte, non solo per sé ma anche per la propria famiglia. Questo rende il controllo estremamente efficace, anche in assenza di una sorveglianza costante.

Il 9 marzo 2018 questo meccanismo ha subito una rottura senza precedenti. L’Oba Ewuare II, re tradizionale di Benin City e massima autorità spirituale dello stato di Edo, ha proclamato pubblicamente l’annullamento di tutti i giuramenti juju legati alla tratta, dichiarando maledette le persone che continuano a praticarli o a sfruttare le donne. L’editto, diffuso rapidamente attraverso media locali e social network, ha raggiunto non solo la Nigeria ma anche le comunità nigeriane in Europa.

Per molte donne, l’annuncio dell’Oba ha assunto un significato immediato e concreto. Se il giuramento non è più valido, viene meno uno dei principali strumenti di assoggettamento. Questo contesto aiuta a interpretare i dati e a spiegare le nuove richieste di aiuto favorite dall’indebolimento di un vincolo che fino a quel momento aveva impedito alle donne di rivolgersi ai servizi.

Allo stesso tempo, l’editto dell’Oba non segna la fine dello sfruttamento: le reti criminali si adattano, spostano i rituali fuori dallo stato di Edo, ne mettono in discussione la retroattività o rafforzano altre forme di controllo, economiche e violente. Ma resta comunque un primo, importante passo.

Il dato forse più critico emerge però dalla Figura 3, dalla quale si evince che a un aumento marcato delle nuove valutazioni corrisponde una leggera diminuzione delle nuove prese in carico.

Figura 3. Numero totale di persone assistite, nuove valutazioni e nuove prese in carico, 2017-2023

Numero persone assistite
Fonte: elaborazione personale sulla base dei dati Sirit

Al picco di nuove valutazioni registrato tra il 2018 e il 2019 non corrisponde quindi un aumento delle nuove prese in carico, né in quel biennio né negli anni immediatamente successivi. Le richieste di aiuto crescono, ma il sistema non si espande con la stessa intensità. Cosa succede, allora, tra la valutazione e la presa in carico? Quante persone vengono intercettate, riconosciute come potenziali vittime, e poi lasciate in sospeso?

La frattura non sembra collocarsi tanto nella protezione quanto nel momento precedente: quello dell’emersione e del riconoscimento. Perché a un aumento così marcato delle valutazioni non segue un aumento delle prese in carico? Cosa accade, concretamente, tra l’incontro con i servizi e il riconoscimento formale della vittimizzazione?

I dati aprono una domanda scomoda e tutt’altro che secondaria: queste persone non erano davvero vittime, oppure è il sistema di emersione a non riuscire – o non voler riuscire – a tradurre la domanda di aiuto in riconoscimento? Se rompere il silenzio è possibile, lo è altrettanto attraversare le soglie che separano il racconto, la valutazione e l’accesso effettivo ai percorsi di tutela?

Il rischio, allora, non è solo quello di un sistema che protegge troppo poco, ma di un sistema che seleziona troppo: che intercetta, ascolta, valuta e poi si ferma. E in questo spazio opaco, tra parola e riconoscimento, si gioca una parte decisiva della lotta alla tratta.