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Donne in marcia. Cronache
da New York

Foto: Flickr/ Stepho The Bear

La marcia delle donne, milioni di persone scese in strada in tutto il mondo, mezzo milione solo nella capitale degli Stati Uniti. È il giorno dopo l'insediamento del nuovo presidente Donald Trump. Il volto di un'America spaccata in due. Yasmine Ergas lo racconta da New York

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New York, 21 gennaio. Siamo all’indomani dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump. Ieri, tutti i riflettori del mondo erano puntati sul National Mall di Washington. Il grande viale doveva essere gremito. E invece le televisioni hanno mostrato una folla a chiazze. Ma oggi, sì, l’America è in piazza. Da Washington a Seattle, da New York a Boise, le strade sono invase da gente che protesta. Centinaia e centinaia di migliaia. A New York, dove maifesto con mia figlia, Sofia, siamo tante, le  multi-generazionali, madri e figlie, circondate da padri, fratelli, amici. Ovunque, giovani, anziane, donne, uomini, bianchi, neri, “brown,” straight, gay, transgender, impettiti, in cachemire, e coperti di tattuaggi. Molti bambini. Una signora attempata con il suo cagnolino. 

Ci siamo arenate all'altezza della cinquantunesima strada. Qualcuno commenta che si respira aria di festa. Tira, soprattutto, aria di comunanza, di riconoscimento reciproco: siamo tutti diversi, ma siamo tutti uniti qui, gomito a gomito, su questa seconda avenue dove non si intravede più né l’inizio né la fine dell’immensa fiumana che ci circonda. Dovevamo partire dalla quarantanovesima strada per raggiungere casa Trump, sulla cinquantasettesima, passando prima davanti alla Grand Central Station. Due ore per fare due isolati, nonostante le forze dell’ordine lascino passare 8.000 persone circa ogni quarto d’ora. È stata chiusa la terza avenue. Lexington. Madison. Anche la quinta diventa isola pedonale, riservata, di fatto, al corteo gigantesco che la invade. Gira voce che la polizia stima che siamo mezzo milione. E quella di New York non è la manifestazione più grande. Immersa nella folla, seguo sul mio i-phone ciò che avviene a Washington: si vede subito che sono tanti, ma tanti, più di quanti si sono presentati all’inaugurazione presidenziale. Sappiamo tutti che le nostre parole d’ordine riecheggiano nel mondo intero. Parigi. Berlino. Atene. Sydney. Nairobi. Cape Town. Nuova Delhi. Città del Messico. Roma. Qui, la protesta per i diritti delle donne e la protesta contro la neo-amministrazione s’intrecciano: non tronconi diversi ma un tutt’uno della politica. La maggioranza delle donne bianche avrà pure votato per Trump, ma oggi, nelle strade di tutto il mondo, in molti comuni degli stati rossi che  hanno sostenuto il neo-presidente in massa, essere per i diritti delle donne significa essere all’opposizione.   

Lo dicono i cartelloni. “Make America think again. Riprende ironicamente la parola d’ordine trumpiana, Make America great again”. È il mio slogan preferito. Nonostante il mio anti-populismo istintivo, quello che mi fa temere le masse, voglio credere che è possibile una folla che fa del pensiero, e non della sua rinuncia, la sua parola d’ordine. Si alza un coro femminile:  “My body, my choice – il mio corpo, la mia scelta. Risponde un coro maschile: “Your body, your choice”: il tuo corpo, la tua scelta. Qualcuno ribatte: “Women’s rights are human rights”. È la frase che rese celebre Hillary Clinton quando nell’ormai lontano 1995, dal podio della conferenza mondiale delle donne di Pechino, dichiarò che i diritti delle donne sono diritti umani e i diritti umani sono diritti delle donne. Di tanto in tanto, si sente l’eco di militanze ormai passate. Vedo un cartello: “El pueblo unido, jamas sara vencido”. Qualcuno inneggia: “Hey hey, ho ho, Donald Trump has got to go”,  ricordando un vecchio slogan contro Lyndon Johnson, lanciato all’epoca della guerra in Vietnam. Vi sono anche riferimenti religiosi. “Gesù era un immigrato,” dice un cartello scritto in caratteri cubitali. Tanto per chiarire il messaggio, l’estensore ha scribacchiato a latere: “Rifugiato”.  Un ragazzo innalza il suo cartello: “Dobbiamo farla finita con questa mascolinità tossica”. Una ragazza rifiuta di essere ricacciata nei ruoli stereotipati del passato. “We will not go quietly to the 1950s” ha scritto su un grande cartello verde. Le sue parole riprendono il verso di Dylan Thomas. “Do not go gentle into that good night” aveva scritto il poeta gallese, stabilendo un’analogia fra la notte e la morte. Non vogliamo morire di tradizionalismo di genere, dicono le giovani di oggi. Qualcuno sussura, “Free Melania”. La nuova First Lady come simbolo dell’intrappolamento femminile? Alla finestra di uno dei palazzoni dell’avenue, la parola d’ordine: “Resist”.

Per chi ricorda il vecchio femminismo colpisce quanto sia cambiato - e quanto sia rimasto immutato, o, addirittura, tornato in dietro. “I can’t believe I still have to protest this shit” dichiara il cartello di una giovane donna – "non posso credere che devo ancora mobilitarmi contro questa m***".  La capisco. Per tanto tempo ho sperato non di scendere in piazza con mia figlia, quanto che lei non avesse bisogno di scendere in piazza. Siamo andate insieme quella mattina novembrina a votare per Hillary. Anche lì abbiamo visto tante famiglie al femminile – nonne, madri, zie, figlie. E molti uomini anche loro celebratori. Saranno stati convinti del valore della candidata democratica ma guardandoci, sorridevano: siamo con voi, sembravano dire. Dopo il voto, abbiamo preso un cappuccino per festeggiare. Sofia era ansiosa: è accaduta la Brexit, ripeteva. Cercavo di tranquillizzarla. Forse è il mio modo di essere madre: andrà tutto bene, vedrai, dicevo. L’unica vera incognita riguardava la dimensione della vittoria di Hillary. È chiaro che Sofia conosce l’America meglio di me. Da questo episodio, ho re-imparato una vecchia lezione, scritta in tutti i libri di pedagogia infantile: l’unica vera certezza che posso trasmettere a mia figlia consiste nel darle la fiducia che lei  – come gli altri, con gli altri – ha la capacità di far fronte. Anche ai danni della politica.

Far fronte ai danni della politica significa contare sulle proprie forze ma anche capire come costruire alleanze. A dispetto delle immagini delle manifestazioni, il senso comune vuole che questa protesta delle donne sia minoritaria. Nel suo tweet di martedì, Trump sottolinea – con tono ironico? – "Pensavo che ci fossero appena state le elezioni. Questa gente perché non ha votato?".  Di fatto, all’indomani delle elezioni, un dato ha catturato l’attenzione mediatica: la maggioranza delle donne bianche americane ha votato Trump. Chi leggeva velocemente i titoli dei quotidiani poteva trarne l’impressione che la maggioranza delle donne aveva votato Trump. Ma questo significa ignorare le divisioni che lacerano la società americana. Il 97% delle donne nere, il 70% delle donne ispaniche ha votato Clinton. Oltre la metà delle donne bianche istruite al livello di college ha votato Clinton – ma la grande maggioranza dei bianchi – donne e uomini - non ha un titolo di studio così elevato. Questa è e rimane una società fortemente divisa dall’intreccio fra razza, etnia e classe. 

Ha votato Clinton anche la grande maggioranza delle donne non-bianche con elevati livelli di istruzione. Cosa significa, allora, quel 61% di donne bianche con livelli d’istruzione relativamente bassi che ha votato Trump? Preferiscono un macho che si vanta della facilità con cui acchiappa le loro parti intime? Non lo penso. Le cause di quel voto sono tante. Forse, qualcuna è nostalgica del matrimonio vecchio stile, vorrebbe un marito capace di fornire garanzie: di reddito, dedizione familiare, autorità.  Personalmente, propendo  per una lettura diversa, anche se mi rendo conto che rischia di mischiare economismo e psicologismo facile. Le donne bianche con livelli di istruzione inferiori hanno votato Trump perché soffrono la crisi del mercato del lavoro. Sanno di non poter contare sul salario di un marito. Sanno di avere bisogno di un reddito proprio, sanno di costituire il fulcro economico oltreché affettivo delle loro famiglie, sanno anche che i loro figli sono al centro di un'epidemia senza paragone di droghe forti, che uccide non più soltanto nei ghetti ma nei sobborghi dell’america mediana (oltre che nei quartieri alti). In questa prospettiva, anche loro – come gli uomini dello stesso ceto sociale – vogliono disperatemente una ripresa che permetta loro un lavoro sul quale possano contare, vogliono una politica – identificata con la chiusura della frontiera messicana – che ponga fine all’importazione massicia di narcotici che quest’anno si è trasformata in un record di morti fra i giovani bianchi. Non apprezzano misure di promozione sociale anti-discriminatorie che a loro sembrano, invece, discriminare: contro i bianchi, contro chi è già qui, contro chi ha perso la casa nella crisi e oggi stenta a pagare l’affitto ma non per questo gode di sovvenzioni pubbliche. Osteggiano un’élite che vede la politica estera in termini astratti, per cui, che sia interventista (come Hillary) o anti-militarista, alla fine comunque manda i figli altrui a morire in Iraq e in Afghanistan, e forse, domani, li invierà in Ucraina. Insomma, le donne meno abbienti bianche, come gli uomini meno abbienti bianchi, credono nel messaggio di Trump, che fa leva sulla speranza ma si alimenta di spirito di revanche

Per Trump, tutto si gioca nell’essere il presidente di quest’America. È l’America “vera,” fatta di uomini (e donne) “dimenticati” da Washington. Ma è un’America minoritaria. Lo dimostra il risultato elettorale: Hillary Clinton ha vinto il voto popolare con quasi 3 milioni di voti in più. Le manifestazioni di sabato rischiano di sottolineare – e forse ingrandire - questo scarto. E per Trump questo è un problema grave.   

Azzardiamo un’ipotesi: per Trump essere il presidente più minoritario nella storia degli Stati Uniti costituisce un problema che altri, forse, non avrebbero avuto. A differenza di George W. Bush – anch’egli diventato presidente nonostante il voto contrario della maggioranza degli elettori – è stato sufficiente il placet della Corte Suprema alla sua investitura. Ma Trump non crede nelle istituzioni, o, quantomeno, non è da loro che trae la sua legittimazione. Tutta la sua campagna, come pure il suo discorso inaugurale, sono stati imperniati su un anti-istituzionalismo radicale. La sua è una politica fondamentalmente plebiscitaria, basata sul rapporto diretto con il popolo. Da questo rapporto ha tratto la forza che oggi gli permette di tenere in mano l’establishment repubblicano. È la sua capacità di parlare alla platea che gli ha permesso, prima, di sconfiggere i vari leader del partito - alle primarie- poi di umiliarli pubblicamente e finalmente di salvarne qualcuno - assegnandogli poltrone ministeriali. Per questo è fondamentale che Trump continui ad apparire come l’uomo del popolo.

Da qui, allora, la polemica su quanti erano veramente i presenti all’inaugurazione venerdì scorso.  Quando, sabato sera, Sean Spicer, portavoce del presidente, si presenta finalmente alla stampa, non interagisce, ma redarguisce. Un cenno sfuggente alle manifestazioni – che altri diranno sono state le più imponenti della storia del paese, e che in molte città sono ancora in corso. Spicer abbaia le sue critiche alla stampa, rea di avere truccato le foto per sminuire la folla accorsa all’inaugurazione. Poi, lancia la sua minaccia. Si dice che Donald Trump deve rispondere del suo operato, dichiara. Sono qui per dirvi che questa è una strada a due sensi, e che vi riterremo responsabili. Finché lui sarà il leader di questo grande movimento, porterà il suo messaggio direttamente al popolo. Come dire: giornalisti, a casa!

Questa è una tragedia. La stampa non è sempre responsabile, e durante l’elezione del 2016 si è concessa il lusso di farsi sedurre da Trump, trattandolo contemporaneamente come un buffone - cosa che non è - e come una fonte irresistibile di notizie - sottoscrivendo in questo modo la sua campagna pubblicitaria. Ma nel paese del primo emendamento, che finora ha garantito una libertà d’indagine e di parola con pochi paragoni al mondo, si aggira lo spettro di una nuova censura. Non passerà per la messa all’indice di pubblicazioni proibite ma per un restringimento, progressivo, dell’accesso all’informazione governativa. Trump parlerà con il popolo – ma definirà lui, chi è il popolo, cosa deve sentire, chi è  il suo capo. 

È questo che le manifestazioni di sabato potrebbero avere cominciato a mettere in discussione. Speriamo nella parola d’ordine: Make America think again.