Politiche

Con la recente lettera inviata alle aziende europee dalle amministrazioni statunitensi, l'azione di Trump contro le politiche di diversità, equità e inclusione travalica i confini dell'America, proponendosi come un requisito formale per regolare i rapporti commerciali con gli Stati Uniti

L'inclusione
al contrario

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Inclusione al contrario
Credits Unsplash/Pham Yen

È dei primi di aprile 2025 la diffusione da parte del Financial Times di una lettera dei contracting officer delle ambasciate statunitensi inviata a un gruppo di aziende europee, dove, per permanere o accedere al sistema di appalti statunitensi, si richiede l’adeguamento all’ordine esecutivo 14173 emanato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei primi giorni del suo mandato, intitolato Ending illegal discrimination and restoring merit-based opportunity (porre fine alla discriminazione illegale e ripristinare le opportunità basate sul merito). 

Nello specifico, alle aziende viene richiesto di certificare di non gestire alcun programma che promuova le politiche di diversità, equità e inclusione (in inglese, Diversity, Equity and Inclusion, abbreviato in DEI), con il monito che, qualora le organizzazioni non vogliano uniformarsi a quanto richiesto, debbano esplicitarne le motivazioni per la valutazione da parte dei servizi legali del Dipartimento di Stato americano. 

Si lascia intendere, pertanto, che questa certificazione costituisca un requisito determinante per l’erogazione dei pagamenti da parte del governo federale, e che sarà oggetto di verifica nei termini del False Claims Act, la normativa americana che sanziona le dichiarazioni fraudolente nei confronti dello stato.

La lettera – che ha subito trovato l'opposizione formale di Francia e Spagna, che ne hanno denunciato le “interferenze” indebite  – è in realtà il risultato di una chiara presa di posizione dell’amministrazione Trump rispetto ai temi di genere e inclusione, che invece rappresentano il fulcro delle politiche sociali europee.

Lettera Financial Times

Facciamo un passo indietro per capire il contesto in cui si inserisce questa richiesta. 

Tra i numerosi provvedimenti con cui il presidente degli Stati Uniti d’America ha aperto il suo nuovo mandato ne spiccano tre, per significato e impatto.

Con l’ordine esecutivo 14168, dal titolo Defending women from gender ideology extremism and restoring biological truth to the federal government (proteggere le donne dall’estremismo dell’ideologia di genere e riportare la verità biologica nel governo federale), Trump afferma l’esistenza di soli due generi, maschile e femminile, e avvia la sua battaglia contro la cosiddetta “follia transgender” attraverso una serie di misure, fra cui il taglio dei fondi ai programmi di assistenza medica e accoglienza alle persone Lgbtqia+, la modifica ai documenti di identità, nuove regole per la presenza nelle forze armate e nelle carceri. 

A seguire, viene stilata una lista di 200 parole che vanno bandite dalla pubblicistica e dalla documentazione ufficiale, tra cui quelle che si riferiscono, appunto, a identità di genere e orientamento sessuale, (Lgbtqia+, transgender, non-binary, gender identity, gender diversity, pronouns they/them, gender-affirming care), diversità, equità e inclusione, razzismo e derivati, femminismo e parità di genere, immigrazione e diritti delle minoranze, eredità storica e culturale. Tutti termini considerati tabù, e il cui utilizzo diventa oggetto di vigilanza e sanzione da parte del Dipartimento di Giustizia.

Seguono poi gli ordini esecutivi 14151, rivolto al settore pubblico, e 14173, rivolto al settore privato, con cui si delinea il nuovo corso delle politiche trumpiane “antiwoke”. L'obiettivo diventa quello di stigmatizzare e contrastare le misure e pratiche di DEI con cui nei contesti organizzativi si opera per il riequilibrio delle opportunità di accesso ai diritti civili, sociali ed economici di gruppi specifici distinti per genere, razza, nazionalità, disabilità e svantaggio, storicamente sottorappresentati o soggetti a discriminazione. 

L’argomento a sostegno di tale opposizione è che le misure DEI rappresentino una forma di “agevolazione” e di violazione del principio del merito individuale – cavalcando in tal senso la pronuncia della Corte Suprema nel 2021, che aveva dichiarato incostituzionali le quote etniche nelle ammissioni universitarie –, venendo così a disconoscere l’intera stagione di affirmative actions che tanto hanno influenzato la cultura e la pratica antidiscriminatoria in tutto il mondo. 

Da notare, tuttavia, che Trump fa riferimento alle pratiche DEI definite “illegali”, lasciando forse intendere che nel perimetro del divieto possano non essere inserite tutte le categorie oggetto di trattamento “speciale” – si pensi ad esempio al caso dei reduci, che rappresentano un'ampia fetta dell’elettorato americano.

Sta di fatto che comunque, per arrivare agli obiettivi antiwoke già preannunciati in campagna elettorale, Trump abolisce tutti gli ordini esecutivi con cui l’amministrazione Biden nel 2021 aveva integrato la DEI in ogni livello del governo federale e negli appalti pubblici. L'azione del presidente arriva addirittura all'ordine Esecutivo 11246 del Presidente Lyndon B. Johnson del 1965, che invece, come tutela dei diritti civili delle minoranze, richiedeva che ogni contratto governativo dovesse esplicitamente prevedere la formula “il contraente non discriminerà alcun dipendente o candidato a causa di razza, credo, colore o origine nazionale”, imponendo anche ai contraenti di includere una dichiarazione analoga nei loro annunci di lavoro. 

Libero dai retaggi del passato, l’ordine esecutivo 14151 può quindi imporre alle agenzie e al personale dell'amministrazione di chiudere gli uffici, le posizioni e i programmi che promuovono diversità, equità e inclusione nel governo federale e di definanziare e risolvere i contratti che enfatizzano gli obiettivi DEI. 

A seguire, l’ordine esecutivo 14173 può estendere l’obbligo della compliance al settore privato, alle società quotate in borsa, alle grandi organizzazioni non profit, alle fondazioni, alle associazioni professionali, agli istituti di istruzione superiore e alle università, che in caso di diniego rischierebbero il blocco dei programmi e dei finanziamenti. 

Ad oggi, si sono già adeguate eliminando programmi e riferimenti alla DEI, Amazon, Meta, McDonald’s, Walmart, Ford, e Harley-Davidson. Nel frattempo, oltre 100 università e college, tra cui Princeton, hanno pubblicato una lettera di denuncia delle ingerenze dell’ordine esecutivo nel sistema educativo, e Harward ha intentato un'azione legale contro l’amministrazione, definendo incostituzionali le richieste di revisione dei programmi di DEI e la nomina di un supervisore esterno dell’amministrazione Trump con poteri sulle decisioni accademiche.

Ora, la richiesta di adeguamento all’ordine esecutivo 14173, tramite la lettera anticipata dal Financial Times, travalica i confini americani e sembra proporsi come un requisito formale per regolare i rapporti commerciali con gli Stati Uniti.

Al momento non si hanno notizie di una diffusione della lettera anche alle aziende italiane, ma l’ipotesi di applicazione al nostro paese presenta profondi margini di incompatibilità, formale e sostanziale, con la nostra appartenenza all’Unione europea e con le scelte di politica interna, prospettando inevitabili “scelte di campo”.