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Milano ricorda le suffragiste,
viaggio nel tempo prima del voto

A Milano un ciclo di eventi e una mostra audiovisiva raccontano le battaglie delle suffragiste in Italia

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“Avendo il Governo italiano promosso con ogni cura l’istruzione femminile e trovandoci noi, perciò, al giorno d’oggi, alla eguale portata intellettuale di una quantità di elettori che il legislatore dichiara capaci, stimiamo che nulla costi acché venga a noi pure accordato il voto politico, senza del quale i nostri interessi non sono tutelati e i nostri bisogni rimangono ignoti.” Così scriveva Anna Maria Mozzoni nella petizione indirizzata alla camera dei deputati nel 1877, con l’Italia da poco unificata e tutte le sue abitanti escluse dalla rappresentanza politica. Mozzoni anticipava uno dei temi chiave del movimento femminista che sarebbe cresciuto nei successivi vent’anni, in Italia come nel resto del mondo, fino a manifestarsi visibilmente sulla scena pubblica nel primo quindicennio del novecento.

Riportare alla luce questa storia, scandalosamente omessa dai manuali scolastici, e confrontarsi con le contraddizioni dell’oggi a partire dalle parole d’ordine di ieri, è questa l’intenzione che ha animato il ciclo di iniziative Il Voto alle donne: non solo 70 anni!, organizzato a Milano da Fondazione Anna Kuliscioff, Unione femminile nazionale, Università Milano-Bicocca e Archivio di Stato di Milano nell’ambito delle celebrazioni per il Settantesimo anniversario del voto alle donne.

Allestita all’Unione femminile nazionale di Milano fino al 19 novembre, la mostra Suffragette italiane verso la cittadinanza (1861-1946) è un viaggio nel tempo, con documenti originali dagli archivi storici di Unione femminile e Fondazione Anna Kuliscioff. Nell’ambito del progetto sono stati prodotti due strumenti utili per la didattica: un filmato e un dossier ripercorrono tappe, volti, argomenti delle lotte per il suffragio dal 1861 al 1946.

Le carte in mostra ci parlano di un tempo remoto segnato da una rigida divisione dei ruoli: alle donne la casa, agli uomini lo spazio pubblico. Alle une lo status giuridico e simbolico di dominate agli altri quello di dominatori. E ci mettono, appunto, di fronte alle contraddizioni del contemporaneo.

Prima fra tutte: il numero delle donne in politica continua a crescere mentre le politiche di genere svaniscono dai programmi di governo. Una constatazione che sembra smentire quanto promesso dalle suffragiste del primo novecento, convinte che la presenza delle donne nelle istituzioni ne avrebbe modificato qualità e contenuti. O forse, più che di smentire, si tratta di riconsiderare il tema della rappresentanza a partire dall’esperienza fatta nei settant’anni di esercizio dei nostri diritti politici, distinguendo tra rappresentanza formale e rappresentanza sostanziale: se la prima garantisce la presenza fisica delle donne nelle istituzioni, la seconda garantisce che siano considerati e rappresentati gli interessi delle donne come genere.

Se la nostra repubblica non ha mai avuto tante donne nelle due camere come adesso, il 30%, è perché sono intervenute azioni correttive legislative. Ma queste azioni positive hanno efficacia limitata “fintantoché non vengono risolte le questioni sostanziali di discriminazione sistemica e di violenza simbolica che stanno alla loro base”. Lo ricorda Marina Calloni, docente di filosofia politica dell’Università Milano-Bicocca, a margine del convegno “Italiane di ieri e di oggi: voto, rappresentanza e partecipazione politica” che si è tenuto in ateneo mercoledì 16 novembre nell’ambito del progetto.

“Il numero di donne nelle istituzioni è aumentato grazie ad una serie di azioni positive messe in campo. In Italia la democrazia paritaria sta sostituendo il sistema delle quote di genere (definite incostituzionali dalla sentenza 422 del 1995), ma c’è ancora un grosso divario. Nell’ambito del lavoro metà delle donne sono sottopagate oppure impiegate nel lavoro nero, o precarie.” Secondo Calloni, per quanto riguarda il gender pay gap non possiamo aspettarci manifestazioni di rottura come quelle delle donne islandesi e francesi: ”perché le donne del nord Italia si sentono più garantite. Il Global gender gap report mostra come le donne, anche in Italia, guadagnano meno degli uomini per la stessa mansione svolta. Inoltre lavorano di più, in quanto impiegano diverse ore al giorno nella preparazione del cibo e nella pulizia della casa: da una recente indagine Nielsen emerge che Italia le donne si occupano in misura prevalente delle pulizie domestiche nel 56% dei casi, contro una media europea del 49%".

Le suffragiste avevano ragione a lottare per il voto politico, “senza del quale i nostri interessi non sono tutelati e i nostri bisogni rimangono ignoti”? La presenza delle donne in politica si traduce in differenza politica? Sì e no. Sì perché, come ricorda Marina Calloni: “le donne hanno inciso nelle politiche di welfare e nella sfera dei diritti civili”. La legge sulla parità di salario, quella sul divorzio o sull’aborto, ad esempio, si devono alla presenza di parlamentari come Tina Anselmi o Tullia Carettoni, per citarne solo due. La risposta è anche no, come ci ricordano gli articoli del dossier dedicato da InGenere proprio al voto alle donne.

Va sottolineato, ad esempio, come si legge dagli ultimi dati di Openpolis, che le donne in politica solo di rado assumono una leadership all’interno di una commissione o di un gruppo o si occupano di questioni legate al bilancio, o alla tesoreria del partito. Negli ultimi quattro anni alcune nuove leggi hanno sì tenuto conto della rappresentanza di genere, sempre però con delle limitazioni: riguardano solo i comuni con più di 5mila abitanti, e non riguardano ad esempio la prima elezione del senato (articoli 55 e 122, come indica Barbara Pezzini) Le criticità sono parecchie. E non è stata più nominata una ministra per le pari opportunità: Maria Elena Boschi, già alle riforme costituzionali, lo scorso giugno ha ottenuto facilmente una delega.

Per questo l’Università Bicocca ha dedicato un convegno al diritto alla cittadinanza, in cui sono stati presentati anche contributi audiovisivi, il più recente dei quali ha come protagonisti studentesse e studenti del corso di storia contemporanea della facoltà di sociologia tenuto da Barbara Bracco. Alcuni/e voteranno per la prima volta al referendum del prossimo 4 dicembre sulla riforma della costituzione. Un incontro calendarizzato in dicembre sarà invece dedicato al voto delle donne immigrate. “Alcune hanno cittadinanza di un paese diverso dall’Italia, altre sono richiedenti asilo, altre ancora votano. Non è raro che nell’ambito della stessa comunità coesistano grandi differenze di accesso alla rappresentanza, ed è questo fenomeno che ci interessa analizzare perché i bisogni di tutti siano tenuti in considerazione.”

Nonostante i passi avanti dal 1946 a oggi, sono ancora diversi gli ambiti in cui la parità è lontana dall’essere raggiunta: salari o lavoro di cura all’interno della propria famiglia non sono solo gli esempi più scontati, ma rimandano ad altri aspetti che marcano la differenza nel nostro quotidiano. Anziché festeggiare la crescente presenza femminile nelle istituzioni, dunque, insistiamo nel chiederci quali posizioni queste donne difendano e quali ruoli siano attribuiti loro. Ci chiediamo anche quali siano i fattori di cambiamento fuori dalle istituzioni e quale possibilità di incidere abbiano i movimenti organizzati in una società caratterizzata dalla fine delle grandi narrazioni novecentesche.

Leggi lo speciale di inGenere per il settantesimo anniversario del voto alle donne