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Le millenial e il lavoro
senza diritti

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Un'indagine condotta dall'Iref sugli under30 nel mercato del lavoro spiega perché le cosiddette 'millenial' ci rimettono di più in termini di diritti

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Milioni di persone hanno più o meno figli di quanti ne vorrebbero: il rapporto sullo stato della popolazione nel mondo, presentato in contemporanea in più di cento città, quest'anno è dedicato al potere di scegliere 

La crisi economica ha costretto chi lavora ad accordi al ribasso, concessioni, rinunce e sacrifici. Si è andata diffondendo l’idea che quando il lavoro manca o è a rischio si possa accettare qualsiasi cosa. La deroga rispetto ai diritti sanciti dai contratti collettivi è stata usata per mantenere i livelli occupazionali o mitigare i costi sociali delle ristrutturazioni aziendali, ciò peraltro ha avuto un impatto negativo rispetto alla fiducia di lavoratori e lavoratrici nella contrattazione collettiva e, più in generale, nel ruolo delle organizzazioni sindacali. Loro malgrado, molti in Italia hanno imparato che nel lavoro ci sono sempre meno punti fermi e tutto può essere oggetto di contrattazione, revisione e adeguamento.

nati e le nate negli anni ’90 hanno sentito i loro genitori preoccuparsi per la flessibilità e la disoccupazione, i fratelli più grandi fare i conti con la precarietà e magari partire per l’estero, i loro amici raccontare di quanto fosse difficile far corrispondere aspirazioni professionali e opportunità concrete. Come la cultura del “lavoro in deroga” è penetrata nell’immaginario lavorativo dei giovani? Qual è l’atteggiamento degli under30 rispetto all’eventuale richiesta delle imprese di dover fare delle concessioni per mantenere il posto di lavoro?

Per provare a dare una prima risposta l'Istituto di ricerche educative e formative (Iref) ha chiesto a un campione di lavoratrici e lavoratori under30[1] quale comportamento avrebbero assunto in caso di un periodo di disoccupazione superiore a un anno e quali concessioni avrebbero fatto al datore di lavoro a fronte di un imminente licenziamento. Le risposte hanno permesso di prefigurare diverse forme di reazione al rischio di disoccupazione o di licenziamento, consistenti nell’abbassamento degli standard e nella sospensione volontaria dei propri diritti (rinunciare alle ferie, a una parte dello stipendio, ai giorni di malattia sino ad arrivare al lavoro nero).

I dati sono stati combinati in un indice di propensione al lavoro in deroga, che conteggia il numero di concessioni che gli intervistati si sono dichiarati disposti a fare per evitare la disoccupazione di lunga durata e il licenziamento.

La prima verifica utile è data dalla scomposizione dell’indice secondo i tre gruppi di under30 considerati dall’indagine (Grafico 1). 

La differenza maggiore si nota tra chi vive e lavora in Italia e chi invece è andato all’estero: rispetto all’alta propensione alla deroga ci sono circa diciotto punti percentuali di divario. Gli expat manifestano inoltre una più diffusa capacità di resistenza alle pressioni verso la precarizzazione del rapporto di lavoro, anche in questo caso con scarti percentuali molto forti. È altresì da notare che tra italiani (figli di cittadini italiani) e seconde generazioni (figli di stranieri) non ci sono differenze particolari. Lavorare all’estero segna quindi una divaricazione nel punto di vista: aver fatto esperienza di un mercato del lavoro, presumibilmente, “diverso” per logiche di funzionamento e opportunità influenza, in modo positivo, la capacità di percepirsi in grado di affrontare disoccupazione e rischio di licenziamento senza derogare rispetto ai diritti.

La diffusa propensione alla deroga può essere analizzata guardando alle differenze tra i generi[2]. Tra gli under 30 intervistati, registra che sono le ragazze ad incorrere in penalizzazioni più forti e sistematiche sotto il profilo del contratto, della carriera, della stabilità del posto di lavoro e dell’equa retribuzione. Benché tra le ragazze il tasso di occupazione sia pressoché analogo a quello dei ragazzi (rispettivamente 68,2% e 70,3%), le prime percepiscono il proprio lavoro come più insicuro rispetto agli uomini (rispettivamente 60% e 47%). Si rileva inoltre che le scelte lavorative delle donne subiscono anche i condizionamenti derivanti dagli stereotipi di genere e dai tradizionali modelli di ruolo veicolati nel contesto sociale.

Ci siamo quindi chiesti che conseguenze avesse la combinazione di generazione, genere e mobilità rispetto alla capacità di fronteggiare le richieste di deroga. Incrociando l’indice con il genere si ottiene che il 28% delle ragazze dimostra un’alta propensione alla deroga lavorativa, a fronte di un 20% riscontrato tra i coetanei maschi. Ciò sembra indicare che le strategie di sopravvivenza delle under30 in ambito lavorativo siano improntate alla rinuncia ai propri diritti e alla passività, e che l’intreccio dei fattori culturali e dell’esperienza concreta produca risposte, almeno in parte differenziate per genere, risposte che mettono in evidenza una maggiore rassegnazione. Ciò è indirettamente confermato dalla constatazione che tale divario fra maschi e femmine si conserva inalterato indipendentemente dal livello di istruzione e dai sottogruppi anagrafici.

Un rilievo a parte, invece, merita il luogo di residenza, che rispetto a una condizione di alta propensione al lavoro in deroga ha un’influenza differente a seconda del genere (Grafico 2). 

Essere una giovane donna che si confronta con il mercato del lavoro italiano amplifica notevolmente la disponibilità verso la deroga dei diritti. In particolare, circa un terzo delle giovani donne residenti in Italia manifesta un’alta propensione alla deroga (32,3%), con valori di due volte e mezzo superiori rispetto agli uomini (13,2%) e comunque più alti di quanto si registra tra le giovani expat (24,9%).

Gli esiti della ricerca permettono di quantificare la doppia discriminazione a carico delle under30 nel mondo del lavoro: alle penalizzazioni dovute all’età si aggiungono quelle relative al genere. A queste, poi, si somma un terzo livello di discriminazione rappresentato dalla condizione peculiare di vivere in Italia e di sperimentare un mondo del lavoro, assai poco capace di valorizzare i giovani e le donne, con un grave danno per tutto il sistema paese. Se il percorso dei giovani è già connotato dalla pressante richiesta dell’adattabilità, le donne sembrano avvertirne particolarmente il peso. La loro presenza nel mondo del lavoro non si è tradotta in migliore qualità del lavoro; anzi, si direbbe che le ragazze spostino sempre più in basso l’asticella dei requisiti minimi da rispettare. Il rischio è quello di mantenere queste donne – il cui investimento in termini di risorse materiali e simboliche meriterebbe di meglio – in posizione marginale nel mercato del lavoro, compromettendo al contempo il senso di autostima, il sistema delle motivazioni e l’organizzazione delle personali sicurezze.


Note

[1] La rilevazione è stata realizzata nel 2017 dall’Istituto di Ricerche Educative e Formative delle Acli ed è pubblicata nel volume Il ri(s)catto del presente: giovani e lavoro nell’Italia della crisi. L’indagine ha considerato tre gruppi di intervistati: i cosiddetti expat, ossia i giovani che sono andati a vivere e lavorare all’estero; i ragazzi che sono rimasti in Italia e le seconde generazioni, ovvero i ragazzi con almeno un genitore proveniente da un paese ad altra pressione migratoria. Oltre alla mobilità verso l’estero e al retroterra migratorio, per spiegare e approfondire la propensione alla deroga sul lavoro è stata considerata anche la variabile di genere, nel tentativo di evidenziare le categorie sociali che stanno subendo i condizionamenti maggiori.

[2] Nel 2018, l’Iref ha realizzato un approfondimento di ricerca dedicato alla condizione delle lavoratrici più giovani, di prossima pubblicazione in un volume dal titolo di Valore lavoro: strategie e vissuti delle donne nel mercato del lavoro.