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Ocse: l'uguaglianza di genere?
Un percorso in salita

Foto: Unsplash/ Stephen Di Donato

L'uguaglianza di genere è un percorso in salita secondo l'ultimo rapporto diffuso dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). L'Italia migliora per presenza di donne nei consigli d'amministrazione e per numero di laureate in materie scientifiche, ma è ancora tra i paesi con meno occupate

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Conoscere i diritti è fondamentale per tutte, ancora di più se si è rifugiate, richiedenti asilo, migranti. Per questo è importante avviare percorsi di alfabetizzazione che partano dalla lingua e dalle parole per capirli

Da settant'anni il rifugiato è maschio, eppure a chiedere protezione internazionale sono anche e soprattutto le donne. Un diritto davvero sensibile al genere deve allora partire da una domanda: perché una donna nel 2017 decide di fuggire dal proprio paese?

Il report dell’Ocse Il perseguimento dell'uguaglianza di genere: un percorso in salita, pubblicato lo scorso 4 ottobre, è una miniera d’oro di dati. Ultima tappa, per ora, di un viaggio iniziato nel 2010 con il lancio della Oecd Gender Initiative volta a esaminare gli ostacoli alla parità di genere nei settori dell’istruzione, dell’occupazione e dell’imprenditorialità. Questo rapporto analizza la situazione attuale tracciando meriti e demeriti di cui gli stati membri dell’organizzazione sono stati protagonisti negli ultimi cinque anni.

Scorrendo le sue oltre 300 pagine, ci si immerge in un’analisi ampia e dettagliata, che spazia dalla lotta alla violenza di genere all’istruzione delle ragazze, dagli strumenti di governance indispensabili per affrontare efficacemente il tema della disuguaglianza di genere (come il gender mainstreaming e il gender budgeting) ai famigerati soffitti di cristallo, dalle donne migranti alle donne imprenditrici. Ma si parla molto anche di uomini, nella consapevolezza che solamente portando anche loro dentro la conversazione, prima a livello di analisi e poi, soprattutto, sul piano delle politiche, si potranno fare progressi consistenti sul fronte della parità di genere.

Incentivi per la richiesta del congedo di paternità, una più equa condivisione del carico del lavoro di cura, contrasto agli stereotipi di genere a tutti i livelli  istituzioni e media prima di tutto  e fin dai primissimi anni di scuola, maggiore trasparenza nei salari per combattere il gender pay gap, azioni positive per far avanzare le donne nelle posizioni di leadership, sostegno per lo studio e l’occupazione delle ragazze nelle materie scientifiche tecniche e matematiche (STEM), introduzione di modalità flessibili di lavoro: tutte politiche e strumenti introdotti da diversi stati che si stanno dimostrando efficaci e individuano in maniera chiara la direzione lungo la quale muoversi. Tuttavia, e questa è la prima notizia – o, purtroppo, “non-notizia”  che emerge dal report, le azioni implementate e i risultati ottenuti sono ancora troppo poco, e avvengono troppo lentamente. I divari di genere, si legge nel comunicato stampa di presentazione del report, persistono in tutte le aree della vita sociale ed economica dei paesi Ocse e la dimensione di questi divari, nella maggior parte dei casi, è cambiata molto poco negli ultimi anni”.  

Per quanto riguarda il nostro paese, i risultati non sono entusiasmanti. L’Italia continua a registrare un tasso di occupazione femminile tra i più bassi dei Paesi Ocse, con un differenziale del 18 per cento rispetto al corrispettivo maschile. Una delle cause di questo dato è la scarsa accessibilità ai servizi di assistenza all’infanzia: dei bambini di età compresa tra i 0 e i 2 anni, solo un quarto è formalmente inserito in strutture di questo tipo. Non solo: sulle donne continua a pesare la stragrande percentuale della cura della casa e della famiglia, dato che svolgono più dei tre quarti dei lavori non retribuiti domestici. Le statistiche di cui disponiamo disegnano un quadro inequivocabile: il 78% delle donne che ha rassegnato le dimissioni nel 2016 sono madri e il 40 per cento del totale delle domande ha avuto, come motivazione, l’impossibilità di conciliare il lavoro con le esigenze di cura della famiglia. Questi dati evidenziano come la disuguaglianza di genere sia un fenomeno capillare che collega tra di loro molti aspetti della vita economica, sociale e culturale di un paese e che, quindi, non si può risolvere con singoli interventi mirati ma deve prevedere uno sguardo più ampio e organico, in grado di muovere tante leve contemporaneamente. In questo caso, gli stereotipi sui ruoli di genere, ancora fortemente radicati, e una normativa sui congedi parentali ancora fortemente incentrata sul ruolo della madre con soli due giorni di congedo di paternità (quattro più uno facoltativo nel 2018, ndr) sono due tra i maggiori ostacoli a un sensibile miglioramento sul fronte dell’occupazione femminile.

Paradossalmente, anche un dato apparentemente positivo nasconde, in realtà, una disfunzione nel mercato del lavoro: il nostro paese registra uno dei più ridotti divari retributivi di genere (5,6 per cento, la media Ocse è del 14,3 per cento) ma purtroppo ciò è dovuto al fatto che le donne occupate “sono, in media, più istruite e hanno potenzialità retributive più elevate delle donne inattive”. In sintesi, non solo sono poche le donne che lavorano ma le donne rimaste escluse sono anche quelle con minori disponibilità finanziarie e con un più basso livello di qualifiche. Vale la pena, a questo punto, fare un breve accenno al tema dell’intersezionalità, di cui InGenere si è occupata e che costituisce uno degli elementi più innovativi di un altro rapporto recentemente pubblicato, l’Equality Index di EIGE (European Institute for Gender Equality): non si può parlare di “popolazione femminile” come un blocco monolitico. A una condizione di svantaggio, come l’appartenenza al genere femminile, se ne possono – o meno – sommare ulteriori: appartenenza a una classe sociale svantaggiata, provenienza geografica, nazionalità, livello di istruzione, solo per citarne alcune. Perdere di vista, nell’analisi e nella lettura dei dati, questa eterogeneità porta a errori nella comprensione della realtà e nella predisposizione di azioni di policy.

Questo spiega, tra l’altro, perché in un paese possano coesistere parametri positivi e negativi. Nel suo report, infatti, l’Ocse “premia” l’Italia per una buona prassi, la legge Golfo-Mosca, che ha sensibilmente aumentato il numero delle donne nei vertici delle società quotate, eppure, al contempo, ne critica la persistenza di ampi divari di genere nell’occupazione, soprattutto tra le persone meno qualificate: “specialmente dopo la maternità - si legge nel rapporto - le donne meno istruite hanno una probabilità inferiore di 40 punti percentuali di essere occupate rispetto a padri con lo stesso grado di istruzione”. Ancora una volta, emerge come la battaglia per una maggiore equità tra i generi debba arricchirsi di tante azioni, diverse e convergenti, che affrontino il fenomeno da una molteplicità di punti di osservazione.

Infine, il nostro paese ha guadagnato anche una seconda nota di merito, che riguarda i laureati nelle materie STEM: in Italia, più della metà sono donne (il 53%), a fronte di una media Ocse che si ferma al 39 per cento. Purtroppo la differenza nell’occupazione in questi settori, a oggi, rimane ancora sensibile ma i dati sull’istruzione universitaria aprono la strada per una prospettiva migliore, con maggiori opportunità.

Leggi il rapporto Ocse